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Lemuri: ombre malevole dell’antica Roma

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Nell’intricato tessuto della cultura e delle credenze dell’antica Roma, i Lemuri occupano un posto affascinante e temibile. Queste entità spettrali, avvolte nel mistero e nella paura, rappresentavano per i Romani una realtà inquietante e pericolosa. Al contrario dei benevoli Manes, le anime divinizzate dei defunti venerati, i Lemuri erano spiriti malevoli e disturbati, che si credeva infestassero i vivi, portando con sé tormenti e sventure. La loro presenza era così radicata nella società romana che ogni anno veniva celebrato un festival, la Lemuria, dedicato a placare queste anime irrequiete.

La credenza nei Lemuri rifletteva profonde paure legate alla morte e all’aldilà, oltre a questioni di moralità e di rapporti familiari. I Lemuri, infatti, erano spesso associati a coloro che non avevano ricevuto un’adeguata sepoltura o erano morti in circostanze violente e irrisolte. Questi spiriti, incapaci di trovare pace, vagavano per la terra dei vivi, perseguitando le famiglie con cui avevano conti in sospeso. I testi antichi e il folklore romano descrivono i Lemuri come entità senza forma definita, quasi sempre oscure e terrificanti, molto simili ai fantasmi nelle tradizioni moderne.

Lemuri

Nell’antica Roma, la distinzione tra i diversi tipi di spiriti dei morti era chiara e significativa. I Lares erano gli spiriti protettivi della casa e della famiglia, derivanti dalle anime dei defunti benvoluti. Al contrario, i Lemuri erano temuti come le anime malvagie di coloro che non riuscivano a trovare pace. L’idea che una morte senza discendenti o senza i dovuti riti funebri potesse trasformare un’anima in un Lemure era una paura diffusa, e sottolineava l’importanza delle cerimonie funebri e del culto degli antenati nella cultura romana.

In questo articolo, esploreremo in dettaglio chi erano i Lemuri, come venivano percepiti e rappresentati dagli antichi Romani, e quali pratiche e rituali venivano adottati per affrontarli. Attraverso un viaggio tra storia, folklore e credenze religiose, scopriremo come questi spiriti maligni abbiano influenzato la vita quotidiana e la cultura di una delle civiltà più affascinanti della storia.

Cosa erano i Lemuri

Nel 753 a.C., circa 2.800 anni fa, il leggendario re Romolo fondò la città di Roma e istituì il Regno Romano. In quell’epoca esisteva il concetto di Manes, ossia le anime divinizzate e benevoli dei cari defunti. All’estremità opposta dello spettro spirituale si trovavano i malevoli Lemuri (Lemures in latino).

Come già anticipato, i Manes erano originariamente considerati spiriti benevoli. Il loro nome, infatti, era spesso accompagnato dalla parola “dèi” (Dii Manes), per sottolineare la loro natura divina. Successivamente, il termine Manes venne utilizzato anche per indicare i fantasmi degli individui defunti. Il primo scrittore a fare questo uso del termine fu Marco Tullio Cicerone (106 a.C.-43 a.C.) contemporaneo di Giulio Cesare e Augusto.

La descrizione fisica dei Lemuri è avvolta nel mistero, poiché venivano rappresentati principalmente come entità oscure e senza forma, simili a fantasmi. Secondo i testi antichi e il folklore, i Lemuri erano spiriti maligni dei defunti che cercavano di causare danni ai vivi. Prendevano di mira le famiglie con cui avevano affari in sospeso o che li avevano offesi in vita. Come i fantasmi moderni, i Lemuri erano particolarmente attivi di notte.

Il rischio di diventare un Lemure era alto per chi non riceveva una sepoltura adeguata con riti funebri e non veniva venerato dai vivi. Questo concetto risuona familiare poiché rappresenta l’archetipo della storia di fantasmi, incarnando il soprannaturale, la paura e le questioni di moralità e mortalità.

Immagine rappresentativa di Lemuri nell'antica Roma (proprietà esclusiva di Archaeus © 2024)
Immagine rappresentativa di Lemuri nell’antica Roma (proprietà esclusiva di Archaeus © 2024)

Per gli antichi romani, i Lemuri rappresentavano un problema serio, poiché perseguitavano e tormentavano i vivi. Il loro tormento poteva manifestarsi in diversi modi: da effetti psicologici sottili, come incubi, a conseguenze più dirette, come malattie. A differenza dei fantasmi moderni, nell’antica Roma non c’erano scettici riguardo all’esistenza dei Lemuri.

Anche la mancanza di figli era considerata una maledizione dai Romani, e chi moriva senza prole era destinato a diventare un Lemure. Questa categoria comprendeva anche gli spiriti di coloro che erano morti prematuramente, rimanendo intrappolati sul piano terreno fino alla fine della loro vita assegnata, le vittime di omicidi e di morti violente, i criminali giustiziati e coloro che erano annegati.

Un’ulteriore lettura dei Lemuri suggerisce che, invece di essere entità malevole (paragonabili a larve spirituali o astrali), potrebbero rappresentare le anime di coloro che hanno subìto una morte violenta o prematura, o che erano profondamente scontenti. Di conseguenza, si aggiravano tra i viventi, tormentando gli individui e spingendoli alla pazzia. Questa interpretazione trova riscontro nelle narrazioni contemporanee riguardanti gli spiriti nelle abitazioni infestate.

Differenze tra Larve spiritiche e Lemuri

Nell’antica Roma, i concetti di Larve e Lemuri rappresentavano diverse tipologie di spiriti legati ai defunti, ma con significati distinti. I Lemuri erano considerati gli spiriti dei morti non pacificati, spesso percepiti come malevoli o inquietanti, mentre le Larve erano considerate spiriti tormentatori, spesso visti come fantasmi vendicativi o inquietanti. Se i Lemuri avevano una festa dedicata a placarli, le Larve erano comunque oggetto di rituali esorcistici per proteggere i vivi dalla loro influenza malevola. Inoltre, rispetto alle Larve spiritiche, i Lemuri rappresentavano un aspetto più ritualistico e culturale del culto dei morti.

Lemuria: l’antica celebrazione per placare gli spiriti

Il termine Lemure, utilizzato per descrivere un tipo di mammifero notturno originario del Madagascar, è stato coniato nel XVIII secolo dal naturalista svedese Carlo Linneo (Carl Nilsson Linnaeus, 1707-1778), considerato il fondatore della tassonomia moderna. La parola Lemure proviene dal latino Lemures, che significa spiriti della notte. Si ritiene che Linneo abbia scelto questo nome poiché alcune caratteristiche di questi animali richiamavano i Lemuri dell’antica Roma.

Tuttavia, si è comunemente e erroneamente creduto che Linneo facesse riferimento all’aspetto spettrale, agli occhi riflettenti e alle grida inquietanti dei Lemuri (animali). Furono i fantasmi romani a ispirare il nome dei primati del Madagascar e non il contrario. Nel Faust (1800) di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), un coro di Lemuri al servizio di Mefistofele scava la tomba di Faustus.

Quasi quattro secoli prima che il filosofo e teologo romano, Aurelio Agostino d’Ippona (354-430 d.C.), conosciuto anche come Sant’Agostino, esprimesse le sue riflessioni sulle credenze pagane, i Romani rendevano omaggio ai loro antenati e documentavano le loro cerimonie. Già in quel periodo, l’origine delle celebrazioni pacificatrici era avvolta nel mistero.

Lemures è il termine letterario più diffuso, anche se comunque raro, utilizzato dai poeti augustei come Quinto Orazio Flacco, noto più semplicemente come Orazio (65-8 a.C.) e Publio Ovidio Nasone, noto semplicemente come Ovidio (43 a.C.-ca 18 d.C.).

Agostino, che morì durante l’attacco dei Vandali all’Africa romana, scrisse sulle ombre romane diversi secoli dopo la maggior parte dei riferimenti letterari e pagani latini a questi spiriti. Orazio nelle sue Epistole (20 a.C.) nel secondo libro scrive: «nocturnos lemures portentaque Thessala rides?», che significa «Ridi dei lemuri notturni e dei portenti della Tessaglia?».

Ovidio impiega il termine nei Fasti 5.422 (poema in distici elegiaci a carattere calendariale ed eziologico che espone le origini delle festività romane), dove i termini Manes e Lemures sono usati come sinonimi, entrambi indicanti entità ostili che necessitano di un esorcismo attraverso la Lemuria, una festa per prevenire il ritorno di un Lemure dalla tomba.

«ritus erit veteris, nocturna Lemuria, sacri:
inferias tacitis manibus illa dabunt.
»

ovvero

«Saranno gli antichi riti sacri della Lemuria,
quando faremo offerte agli spiriti senza voce.»

Fasti 5.422 (8 d.C.) – Ovidio

I rituali della Lemuria

La Lemuria, o Lemuralia, durava tre giorni, era l’equivalente romano del nostro Halloween, una festa dedicata a tutti i tipi di spiriti impuri. La festa era talvolta associata ad un’altra ricorrenza, quella greca dell’Anthesteria, una celebrazione primaverile del risveglio della natura.

Lemuria si svolgeva il 9, l’11 e il 13 maggio, rendendo l’intero mese sfortunato per ogni tipo di attività, soprattutto per i matrimoni. Durante la Lemuria, infatti, le aziende e i templi erano chiusi e la gente osservava i rituali per i morti.

Nonostante la durata di diversi giorni, i romani non festeggiavano ininterrottamente; un giorno di festa era seguito da un giorno di riposo. Dal punto di vista dei romani, la Lemuria non era una celebrazione ma un rituale per proteggere la casa e i propri cari dalle forze ultraterrene. Il rituale più importante veniva eseguito durante l’ultima notte dai capifamiglia per proteggere le loro case dai Lemuri.

Rappresentazione del rituale nella Lemuria
Rappresentazione del rituale nella Lemuria

Nel cuore della notte, ogni partecipante si lavava le mani tre volte, metteva in bocca dei fagioli neri e camminava a piedi nudi per la casa lanciando altri fagioli neri sopra la spalla mentre gridava: «Con questi fagioli riscatto me e i miei familiari». L’incantesimo veniva ripetuto nove volte senza voltarsi indietro. Si pensava che gli eventuali Lemuri presenti lo seguissero, raccogliessero i fagioli e se ne andassero fino alla prossima Lemuria.

Mentre camminava, l’uomo teneva anche una mano nel segno delle corna (il pollice incrociato sulle due dita centrali e l’indice e la piccola mano estesi), un gesto amuletico che lo proteggeva da eventuali fantasmi che avrebbe potuto incontrare inaspettatamente. Per concludere il rituale, si lavava di nuovo le mani e poi batteva una sorta di cimbali d’ottone esortando tutti i Lemuri non invitati a lasciare i locali. Il terzo e ultimo giorno, i mercanti organizzavano una festa per riprendere le normali attività e far prosperare gli affari. Immagini fatte di giunchi venivano gettate nel fiume Tevere.

Lemuria o Remuria?

Ovidio erroneamente collega la Lemuria alla Remuria, una festa inaugurata da Romolo dopo l’uccisione del fratello Remo. L’errore era dovuto perché i romani collegavano Lemuria a figure leggendarie come Faustolo (in latino Faustulus), uno dei guardiani di pecore del re Amulio di Alba Longa nei pressi del Tevere, e sua moglie Acca Larenzia (in latino Ăcca Lārentĭa o Laurentĭa). Secondo la leggenda, Faustolo e la moglie trovarono e allevarono Romolo e Remo, i quali erano stati abbandonati nel fiume Tevere per ordine di Amulio. Dopo che Romolo uccise il fratello Remo, il fantasma di quest’ultimo apparve ai genitori adottivi.

Romolo e Remo dato rifugio da Faustolo (1643) di Pietro da Cortona (Pubblico dominio)
Romolo e Remo dato rifugio da Faustolo (1643) di Pietro da Cortona

Quindi si credeva che la festa fosse inizialmente chiamata Remuria in onore di Remo, ma questo è dubbio poiché la credenza nei Lemuri esisteva separatamente e non era collegata ai fondatori di Roma. Tuttavia, la leggenda narra che Acca Larentia avesse dodici figli che eseguivano rituali di purificazione per tre notti, dopo le quali il fantasma di Remo smise di disturbare i loro genitori.

Oltre al rituale privato di Lemuria, praticato in ogni casa romana, esisteva anche un rituale pubblico: dodici sacerdoti del Collegio dei Fratelli Arvali camminavano non solo per una casa ma per tutta la città di Roma, conducendo sacrifici purificatori durante le notti di Lemuria. Questo collegio sacerdotale rappresentava proprio i figli di Faustolo e Acca Larentia; dunque, erano in dodici. Il termine Arvali deriva dal latino arvum, che significa terra arata, e i Fratelli Arvali erano quindi fratelli della terra arata.

Altre festività romane dedicate ai morti

Parentalia e Feralia erano altre due festività dedicate ai morti, in particolare gli antenati della famiglia. Questi festival riflettono l’importanza che i Romani attribuivano ai legami familiari e al rispetto per i defunti.

  • Parentalia si svolgeva dal 13 al 21 febbraio e le famiglie romane visitavano le tombe dei loro antenati, portando offerte come fiori, vino, latte e talvolta sacrifici di sangue. Era un momento per incontri e rituali familiari privati piuttosto che cerimonie pubbliche. Le offerte erano destinate a placare gli spiriti dei morti e garantire il loro riposo pacifico. Questo festival enfatizzava la continuità della linea familiare e l’importanza di ricordare e onorare i propri antenati. Era considerato un momento di solennità e riflessione.
  • Feralia si svolgeva il 21 febbraio e segnava il culmine del festival dei Parentalia ed era dedicata a placare gli spiriti dei morti (i Manes). Durante la Feralia, si svolgevano cerimonie pubbliche più formali. Queste includevano riti e offerte per placare gli spiriti. I cittadini portavano ulteriori offerte alle tombe e svolgevano vari riti per onorare i defunti e assicurarsi che i loro spiriti non diventassero irrequieti o malevoli. Il giorno della Feralia era essenziale nel calendario religioso romano poiché concludeva il periodo di venerazione degli antenati e garantiva il benessere spirituale dei defunti, mantenendo l’armonia tra i vivi e i morti.

Entrambi i festival sottolineano l’enfasi romana sulla pietà familiare e la credenza in una relazione continua tra i vivi e i loro antenati. Fornivano tempi strutturati affinché la comunità potesse partecipare a rituali che rafforzavano la coesione sociale e familiare.

Lemuria

Gli antichi Greci avevano una festa simile per propiziare i fantasmi, e i Romani ne assorbirono alcune usanze in Lemuria. Le celebrazioni greche si svolgevano per tre giorni all’inizio dell’anno, in febbraio o marzo. I templi e le aziende erano chiusi. I residenti erano attenti a evitare il contatto con i fantasmi, imbrattando le porte con la pece e masticando il biancospino, un tipo di biancospino usato nei rimedi popolari per abbassare la pressione sanguigna e il battito cardiaco (e considerato anche un efficace amuleto contro entità simili ai vampiri come li conosciamo oggi). L’ultimo giorno si facevano sacrifici a Ermes, il dio messaggero dai piedi alati che scortava le anime dei morti nell’Ade, e si invitavano i fantasmi ad andarsene.

I “traghettatori” di anime

Il ruolo del traghettatore di anime, noto anche come psicopompo (dal greco antico ψυχοπομπóς, composta da Psyché – anima, e pompós – colui che manda), è un elemento fondamentale in molte culture antiche. Queste figure mitologiche hanno il compito di guidare le anime dei defunti nel loro viaggio verso l’aldilà.

Gli antichi Egizi credevano in Anubi, una divinità legata al regno dei morti, con il corpo di uomo e la testa di sciacallo, custode delle necropoli e dei cimiteri, della mummificazione e dell’Oltretomba. Il suo compito era accompagnare le anime dei defunti, pesarne il cuore e guidarle dal mondo terreno al cospetto di Osiride (il dio della morte).

"La Barca di Caronte", un dipinto di Josep Benlliure Gil del 1932 (Pubblico dominio)
La Barca di Caronte, un dipinto di Josep Benlliure Gil del 1932

Per gli antichi Greci non esisteva solo la figura di Ermes ad accompagnare le anime nell’Aldilà, ma c’era anche Caronte, il traghettatore dell’Ade. Come psicopompo trasportava le anime dei morti da una riva all’altra del fiume Acheronte, ma solo se i loro cadaveri avevano ricevuto i rituali onori funebri. Caronte era un essere misterioso, di cattivo carattere, e figlio della notte e delle ombre, citato anche da Dante Alighieri (1265-1321) nell’Inferno della Divina Commedia (1472).

Per gli antichi Romani, lo psicopompo era Ecate, una divinità di origine pre-indoeuropea ripresa poi nella mitologia greca e romana. Ecate era la dea della magia e degli incroci, signora dell’oscurità, regnava sui demoni malvagi, sulla notte, la luna, i fantasmi e i morti. Era invocata da chi praticava la magia e la necromanzia. Spesso raffigurata in triplice forma (celeste, terrestre e marina), era considerata dai Romani la guardiana del mondo dei Morti e ne custodiva le chiavi.

Queste figure mitologiche, pur avendo origini e caratteristiche diverse, condividono il ruolo fondamentale di guide per le anime nel loro viaggio verso l’aldilà, sottolineando l’importanza universale di questo concetto nelle diverse culture antiche.

Il concetto di morte per agli antichi Romani

La percezione della morte da parte dei Romani era articolata e non si confinava a una singola prospettiva. Questo tema esteso spazia dalle supposizioni sull’esistenza post-mortem ai costumi funerari e al ricordo dei trapassati. Nello scrutare questa materia, è essenziale tenere conto anche delle influenze esterne, come quelle della cultura greca antica, e di come le convinzioni e le mode si siano evolute nel corso del tempo. Pertanto, la morte nell’antico Roma rappresenta un argomento variegato e affascinante che può offrire preziosi spunti sulla cultura romana.

Morte e Società nell’Antica Roma

Analizzare il legame tra i Romani e la morte può rivelare tanto sui costumi dei vivi quanto su quelli dei defunti. La morte e le cerimonie funebri ad essa associate erano spesso occasioni per manifestare il proprio rango sociale, non solo per il defunto, ma anche per i suoi parenti. I riti funebri fungevano da toccante memoriale degli antenati e prefiguravano le generazioni future. Le strutture commemorative, quali sepolcri e iscrizioni funerarie, costituivano significativi monumenti duraturi per i morti e per i vivi in ogni strato della società romana. Attraverso i manufatti pervenutici, possiamo intuire il ruolo che la morte giocava nella vita di tutti i giorni a Roma.

Mosaico pavimentale romano di uno scheletro con lettere greche che significano "Conosci te stesso" (Museo Nazionale di Roma) fonte: The Hurriyet Daily News
Mosaico pavimentale romano di uno scheletro con lettere greche che significano Conosci te stesso Museo Nazionale di Roma (fonte: The Hurriyet Daily News)

Alcuni Romani erano estremamente scaramantici e cercavano di evitare ogni contatto con la morte. Altri, invece, parevano circondarsi di simboli mortuari, come statuette scheletriche e mosaici raffiguranti teschi. Queste immagini venivano interpretate come moniti sulla transitorietà dell’esistenza e sull’importanza di condurre una vita degna. La morte era un tema ricorrente anche nella filosofia e nella letteratura romana. Il poeta Orazio era un fervente promotore dell’idea di sfruttare la consapevolezza della morte per apprezzare al meglio la vita. Ci ha lasciato numerosi aforismi famosi, tra cui il celebre carpe diem, che significa cogli l’attimo.

Credenze sull’Aldilà nell’Antica Roma

Nell’antica Roma non vi erano dogmi rigidi o imposti sull’aldilà. La visione comune era che le anime dei defunti proseguissero la loro esistenza negli Inferi. Elementi della cultura greca si riflettono ampiamente nella letteratura romana, come nell’opera Eneide (19 a.C.) di Publio Virgilio Marone (noto come Virgilio, 70-19 a.C.). In questo poema epico, l’eroe Enea si addentra in un regno sotterraneo simile all’Ade greco. Qui incontra i mitici Campi Elisi, dimora delle anime virtuose, e il tenebroso Tartaro, abitato dai dannati. Le anime non sepolte si diceva vagassero inquiete lungo le rive dello Stige, tormentando i vivi. Le divinità legate agli Inferi, quali Plutone, Persefone e Mercurio, erano oggetto di grande venerazione, specialmente in momenti di crisi personale.

Scultura Dis Manibus, 50-75 d.C.
Scultura Dis Manibus, 50-75 d.C.

Si riteneva che i Dii Manes (letteralmente dèi benevolenti) fossero gli spiriti o le divinità minori degli Inferi e che i defunti si aggregassero a loro nell’oltretomba. Anche dopo la morte, i Romani continuavano a essere presenti nella vita quotidiana attraverso le immagini. Era prassi nelle famiglie, soprattutto quelle aristocratiche, creare maschere funerarie modellate sui volti dei parenti defunti. Queste maschere venivano poi tramandate di generazione in generazione e spesso esibite nella sala principale dell’abitazione. Durante i cortei funebri, i familiari indossavano le maschere degli antenati per onorarne la memoria.

Per gli imperatori romani, il concetto di vita dopo la morte era particolarmente distinto. Dopo l’assassinio nel 44 a.C., Gaio Giulio Cesare (100-44 a.C.) fu il primo cittadino romano a essere divinizzato post-mortem. Attraverso un processo noto come apoteosi, anche molti imperatori successivi furono innalzati al rango divino dopo la loro dipartita. Alcuni, come l’imperatore Caligola (12-41 d.C.), e Commodo (161-192 d.C.), persino aspiravano alla divinizzazione in vita. Tuttavia, la maggior parte degli imperatori, incluso Augusto (63 a.C.-14 d.C.), declinava attivamente tale onore durante il loro regno.

Rituali funebri nel periodo romano

Durante l’epoca romana, si credeva che la morte potesse contaminare o nuocere ai viventi. Di conseguenza, si manteneva una netta distinzione spaziale tra i vivi e i defunti. Un limite, noto come pomerium, circondava le zone abitate, e le sepolture erano permesse solo esternamente a tale demarcazione. Oltre il pomerium, era usuale per chi viaggiava osservare sepolcri disposti lungo le vie d’accesso alle città e ai villaggi.

Questa percezione di distacco si applicava anche ai parenti del deceduto nel corso dell’ottavario funebre. In tale lasso di tempo, i familiari si ritiravano dal tessuto sociale, facendo ritorno alla vita comunitaria soltanto dopo la celebrazione delle esequie. Era comune vedere rami di cipresso appesi all’esterno delle abitazioni in lutto.

Confronto tra le cerimonie funebri dell’antica Roma e le tradizioni attuali

Esistono parallelismi tra le cerimonie funebri praticate nell’antico Impero Romano e quelle osservate in alcune culture contemporanee. Per esempio, era consuetudine che un parente pronunciasse un discorso commemorativo presso la sepoltura. I familiari più prossimi erano incaricati di compiti precisi, come la chiusura manuale degli occhi e della bocca del caro estinto. Nelle cremazioni, spettava a un consanguineo dare fuoco alla pira funeraria e, in seguito, raccogliere e purificare le ossa. Le tradizioni legate al lutto e alla morte nell’antica Roma subirono evoluzioni nel corso del tempo, con particolare riferimento ai metodi di sepoltura. Le più antiche necropoli romane rinvenute risalgono al X secolo a.C. e includono tanto le urne cinerarie quanto le inumazioni. Non si riscontra una prevalenza di cremazioni o inumazioni in specifiche epoche o classi sociali.

Cremazione romana
Cremazione romana

Durante il periodo della tarda Repubblica, tra il II e il I secolo a.C., la cremazione divenne il metodo di sepoltura predominante. Le urne, riempite con le ceneri dei defunti, venivano sistemate all’interno di mausolei familiari riccamente decorati. Le persone meno agiate si affidavano a un colombario comune, un edificio con pareti forate da nicchie destinate ad accogliere le urne.

Tra il II e il III secolo d.C., l’inumazione tornò a essere la scelta più diffusa, parallelamente alla diffusione del cristianesimo primitivo che prediligeva tale pratica. Analogamente a molte altre culture, i membri più benestanti della società venivano sepolti con oggetti di valore, quali vasellame finemente lavorato e gioielli.

Conclusioni

Parlare dei Lemuri dell’antica Roma è come aprire una finestra su un lato dimenticato ma affascinante di quella civiltà. Non erano solo “fantasmi”, ma presenze potenti che, secondo i Romani, potevano influenzare la vita quotidiana in modo concreto. Non si trattava solo di superstizioni: per loro erano realtà da rispettare e da tenere a bada con rituali ben precisi.

Personalmente trovo incredibile come una società così razionale e organizzata come quella romana vivesse anche con questa dimensione oscura e simbolica. Ci ricorda che la storia non è fatta solo di guerre, senatori e legioni, ma anche di ciò che le persone temevano, sognavano o cercavano di tenere lontano con un pugno di fave nere.

I Lemuri ci raccontano una Roma più umana, quasi intima. Una Roma che non era solo marmo e gloria, ma anche paura del buio, rituali notturni e tentativi di dare un senso a ciò che sfugge alla logica. E questo, secondo me, la rende ancora più interessante.

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