L’India è intrisa di una straordinaria ricchezza di credenze che abbracciano un’ampia gamma di tipologie di fantasmi e spiriti. Questa varietà di credenze riflette il profondo legame tra il soprannaturale e la cultura ricca e diversificata del paese. I fantasmi nella tradizione indiana sono radicati nella religione e nella culturala del paese, formando un tessuto intricato di miti, leggende e pratiche rituali che hanno influenzato la vita quotidiana dei suoi abitanti per secoli.
Nella tradizione indiana, i fantasmi non sono soltanto considerati fenomeni del mondo spirituale, ma incarnano anche una parte significativa della psiche collettiva. La diversità culturale del paese si riflette nelle numerose tipologie di spiriti riconosciuti e venerati. Queste credenze spesso si mescolano con l’induismo, il buddismo, l’islam, il sikhismo e altre tradizioni religiose, creando un panorama complesso di credenze paranormali.
Alcune tipologie di fantasmi della tradizione indiana

Tra le tipologie di fantasmi più conosciute troviamo principalmente i Bhoota e i Preta, che rappresentano le anime inquiete e affamate dei defunti, spesso intrappolate tra i mondi. Poi ci sono le Churail che incarnano le figure spaventose di donne decedute prematuramente, mentre Yaksha e Rakshasa sono creature demoniache, alcune delle quali possono essere benefiche, mentre altre sono malevole. Inoltre troviamo le Pisaca (o Pishacha), esseri malvagi noti per causare problemi e disgrazie. O le Bhavishyaani che possono prevedere il futuro e sono spesso associate alle Churail. Infine, si fa per dire, le Daayan, streghe malvagie con l’abilità di portare il caos nelle vite delle persone.
Le tipologie di creature soprannaturali della tradizione indiana non finiscono veramente qui, perché esistono moltissime altre entità di fantasmi come ad esempio i Vetala, spettri erranti spesso associati a luoghi abbandonati; le Chudail, donne spettrali in grado di mutare forma per ingannare, e le Nagin, spiriti di serpenti spesso legati a leggende che raccontano di donne che si trasformano in serpenti dopo la morte.

Tenete presente che il volume Ghosts, Monsters and Demons of India (2020) scritto dall’editore Rakesh Khanna assieme a J. Furcifer Bhairav, raccoglie ben 322 voci, ma con le sottocategorie, ci sono probabilmente circa 700 tra fantasmi, mostri e demoni.
I libri che cito nei miei articoli li possiedo e li lo letti, per cui quando faccio una citazione è perché ritengo che quel testo sia un punto di riferimento per quella specifica ricerca. Talvolta ho contattato gli autori (se viventi) per qualche chiedere qualcosa che non c’era nei testi e devo dire di aver quasi sempre trovato persone molto disponibili. Questo è il caso del volume citato prima.
Il libro raccoglie le entità come in un dizionario, dalla A alla Z, iniziando con l’Aavi dell’India meridionale, che rappresenta il sospiro che lascia il corpo al momento della morte e ne rimane una parte che potremmo definire fantasma, anche se l’assocerei più al Ba egizio o al perispirito di Allan Kardec (1804-1869); e poi il volume si conclude con lo Z di Zunhindawt di Mizoram, nel nord-est dell’India, che ha la disgustosa abitudine di bere da pozzanghere di urina altrui.
Contaminazioni indiane

Essendo una persona a cui piace aggiornarsi, doevete sapere che ho ben tre edizioni dello stesso libro, perché ci sono stati aggiornamenti sulle entità, perché molti lettori, abitanti di varie zone dell’India, continuano ad inviare agli autori, nomi di creature spettrali legate alla tradizione della loro località. Pensate che ho letto alcuni articoli che hanno recensito questo libro e gli articolisti non si sono neppure accorti che l’autore non è una donna: quello che reputano un nome, è in realtà un cognome.
L’autore, Rakesh Khanna, è cresciuto in California, ma nel momento in cui scrivo, vive a Chennai, in India, ed è il fondatore di una casa editrice indipendente chiamata Blaft, specializzata nella traduzione e nella pubblicazione di opere che potremmo definire pulp fiction, cioè un tipo di libri di consumo che puntano su temi di facile presa (sesso e sangue, crimine, violenza). Mentre Khanna metteva insieme un’antologia di narrativa pulp nella lingua tamil, in uso sia nell’India che nello Sri Lanka, notò diversi tipi di demoni citati nei racconti popolari locali, che erano molto specifici della zona. E questo gli fece tornare in mente la sua infanzia, ai giochi di ruolo e ai loro manuali dei mostri, come ad esempio Dungeons & Dragons, che fu pubblicato per la prima volta nel gennaio 1974.
E si rese conto che i fantasmi occidentali sono molto diversi dalle loro controparti indiane. Innanzitutto perché i fantasmi della tradizione occidentale tendono ad essere rappresentati come sottili, trasparenti e fluttuanti nell’oscurità, mentre quelli indiani sembrano palpabili e interagiscono con la materia, come ad esempio raccogliere cose o farsi toccare dai vivi. Ad esempio, lo spettro Deyyam, può estendere la propria lingua prensile così tanto da poter riuscire, se volesse, a «regolare il volume della radio,
oppure per spegnere il bruciatore a gas di un fornello» da un’altra stanza.
Potrei citare i Barambha, spiriti maschili nella mitologia dei Warli di Maharashtra, una tribù indigena dell’India occidentale e che vive sulle montagne. Per quanto sia per lo più invisibile all’occhio umano, si narra che quando sceglie di mostrarsi, apparirebbe come una figura umana alta e bella, con la pelle e i capelli bianchi, «così come sono la sua camicia, il suo perizoma e l’asciugamano che tiene sempre drappeggiato sulla sua spalla». Infatti, una leggenda dei Warli attribuisce i bambini affetti da albinismo a questo tipo di spiriti. Questo fantasma avrebbe un debole per le giovani donne umane di cui spesso si innamora, intrufolandosi nelle camere da letto per provare a giacere con loro. Per tenerlo lontano basterebbe «legare un pezzo di cordoncino di cuoio intorno al collo», perché pare che il Barambha detesti l’odore del cuoio.

(Per gentile concessione di Rakesh Khanna/Illustrazione di Shyam)
Una delle caratteristiche più distinte che differenziano i fantasmi indiani dai più familiari fantasmi occidentali è la loro assoluta diversità regionale. In India, il folklore delle creature soprannaturali varia ampiamente da una regione all’altra, e queste differenze rispecchiano la ricchezza della cultura del paese. Immersi tra le fredde vette delle montagne del Kashmir, i fantasmi locali sono spesso descritti con caratteristiche distintive, come berretti di pelliccia. Questi dettagli rendono le leggende dei fantasmi del Kashmir uniche e intimamente legate all’ambiente naturale della regione. Nel Bengala, una terra di fiumi rigogliosi, troviamo i mechhobhoot, creature che amano i pesci, una caratteristica che si adatta alla profonda connessione con l’acqua tipica di questa regione.
Nelle isole dell’Oceano Indiano, in particolare, si può trovare il Faru Fureta, un mostro della barriera corallina che è noto per il suo odor di «vecchie spugne e coralli puzzolenti». Questa creatura unica nella sua perversità è descritta come dotata di pugnali di cristallo al posto dei denti, una caratteristica che rende la sua leggenda particolarmente impressionante.
Un’altra affascinante dimensione delle credenze sui fantasmi in India è la loro diffusione oltre i confini nazionali. Secoli di commercio marittimo e migrazioni hanno portato le leggende dei fantasmi indiani in alcune parti del sud-est asiatico. Un esempio notevole è quello di Mohini Pey del Tamil Nadu, una figura che profuma di fiori di gelsomino, ma è anche capace di sottrarre la vita a chiunque ammalia. Questa figura è stata trapiantata attraverso gli oceani, tant’è che le leggende di fantasmi Tamil hanno iniziato a permeare il folklore della Malesia e di Singapore.
Le similitudini tra le credenze sui fantasmi in diverse regioni dell’India e in altre parti del sud-est asiatico sono affascinanti. Ad esempio, le “streghe con la testa staccabile“ sono presenti sia nell’India nordorientale, dove sono chiamate Than-Thin Daini, sia in altre regioni, come la Thailandia, dove sono conosciute come Krasue, e la Cambogia, dove sono denominate Ap. Questi paralleli tra le diverse culture rivelano la capacità di attraversare confini culturali e geografici.
In aggiunta alle meraviglie della diversità regionale, il folklore dei fantasmi in India riflette anche verità sociali inquietanti. La caccia alle streghe, una pratica antica, è stata spesso utilizzata come un pretesto per perseguire e punire le donne, spesso anziane, etichettate come streghe. La storia di una donna accusata di cannibalismo e successivamente bruciata viva è un esempio tragico di come la caccia alle streghe sia stata usata per scopi nefasti, come l’appropriazione delle proprietà delle vittime. Molte storie di fantasmi rappresentano donne assassinate che cercano vendetta contro coloro che le hanno danneggiate, riflettendo in modo inquietante i problemi sociali e le ingiustizie del passato.

L’India è stata una terra di invasori e migranti nel corso dei secoli, e questi flussi hanno portato le proprie leggende di fantasmi e mostri. Le antiche statue di Yaksha, divinità soprannaturali risalenti a oltre duemila anni fa, testimoniano le credenze animiste pre-indù. I governanti musulmani hanno introdotto creature come i djinn e gli Afrit (o Ifrit), esseri alati in grado di sputare fiamme, aggiungendo ulteriori strati di complessità alle credenze dei fantasmi dell’India.
Anche gli inglesi, durante il periodo coloniale, hanno portato con sé le proprie leggende di fantasmi bianchi, spesso descritti come esili e disperati. Questi fantasmi sono diventati parte integrante delle storie popolari dell’India, con alcuni famosi «inglesi morti qui i cui spiriti permangono».
Perché uno studio sui fantasmi indiani
Il panorama dei fantasmi in India è un affascinante mosaico di credenze, regioni e culture, che riflette la diversità e la profondità della storia e della società indiane. Molti mi hanno chiesto cosa importi conoscere le credenze di altre culture. Innanzitutto dubito che se esistessero i fantasmi avrebbero leggi e caratteristiche diverse da regione a regione. Stiamo parlando di un ipotetico mondo ultraterreno di cui non conosciamo nulla. Ma studiare le varie culture getta luce su una serie di inquietanti verità sociali di alcuni paesi, mettendo in evidenza, ad esempio, il lungo retaggio della caccia alle streghe in India, così come in altri paesi.

Questa pratica, che affonda le radici in tempi antichi, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. In India c’è un episodio sorprendente che risale al periodo in cui il celebre viaggiatore marocchino Ibn Battuta (1304-1369) dimorò a Delhi tra il 1334 e il 1341. Durante il suo soggiorno, assistette a un processo contro una donna accusata di aver commesso un orribile atto di cannibalismo su un ragazzo. In un oscuro rituale, la donna fu gettata in un fiume con dei cocci pesanti legati al suo corpo. La sua innocenza o colpevolezza venne determinata dal fatto se galleggiasse o affondasse.
Nel caso in cui emergesse dalla prova, era ritenuta colpevole e il suo destino si trasformava in un terribile scenario: la condanna a essere bruciata viva. Questa pratica ebbe origine secoli dopo nel contesto dell’Alto Medioevo, sotto il nome di Ordalia dell’Acqua. Benché differisse in alcuni aspetti, come ad esempio la provenienza dal Codice di Hammurabi risalente al XVIII secolo a.C. della civiltà babilonese, la pratica condivideva alcune somiglianze. Tuttavia, l’interpretazione del risultato variava in base al periodo storico.
La condanna al rogo in Europa, nota per la caccia alle streghe, non fu introdotta prima del 1450 e perdurò fino al 1650. In questo contesto, emerge una connessione interessante tra la storia dei fantasmi indiani e mesopotamici e un periodo storico più recente. Mentre i rituali e le credenze differivano notevolmente nelle diverse culture e epoche, queste pratiche apparentemente oscure e crudeli hanno una risonanza che attraversa il tempo e offre uno sguardo sul lato oscuro dell’umanità attraverso i secoli.
La triste vicenda della donna indiana condannata per stregoneria, rivela quanto fosse comune etichettare una donna anziana come strega. Questa pratica, spesso perpetrata per appropriarsi delle proprietà delle vittime, dimostra quanto fossero vulnerabili le donne nel corso della storia indiana. Molte storie di fantasmi rappresentano donne assassinate, spesso in modo violento, che cercano vendetta contro coloro che le hanno fatte del male. Queste storie di fantasmi sono un riflesso di ingiustizie sociali profonde e di una storia di violenza contro le donne che ha lasciato una cicatrice indelebile nella memoria collettiva del paese.

Ma il folklore dei fantasmi in India non è ancorato solo nel passato. Vi sono anche storie di fantasmi ultramoderni, come quella di Rose, di cui parlarono molti tabloid in vari paesi del mondo. Rose era un’impiegata modello in un call center vicino a Delhi. Scomparve improvvisamente un giorno, lasciando il suo posto di lavoro, e le indagini rivelarono che non esisteva alcuna Rosie all’indirizzo fornito. Successivamente, si scoprì che l’ufficio era stato costruito sopra un cimitero in cui Rose era stata sepolta otto anni prima. Questa storia riflette l’interessante connessione tra la modernità e il soprannaturale.
Nonostante il progresso tecnologico, molte credenze sostengono che i fantasmi siano stati allontanati dalla “luce moderna”. Tuttavia, l’India ospita ancora una vasta gamma di fantasmi e mostri e diverse entità.
Fra le tante tipologie di fantasmi nella tradizione indiana, due sono fra quelle più note e su cui circolano più storie: i Bhoota e i Preta.
Bhoota, gli inquieti fantasmi della tradizione indiana
Un Bhoota (o Bhūta), rappresenta una figura soprannaturale ampiamente radicata nella cultura popolare, nella letteratura e nei testi antichi del subcontinente indiano. Queste entità sono comunemente associate all’idea di fantasmi, spesso identificati come le anime inquiete di individui deceduti. Tuttavia, le interpretazioni sulla nascita e la natura dei Bhoota possono variare considerevolmente in base alla regione e alla comunità.

I Bhoota sono generalmente considerati irrequieti a causa di ostacoli che impediscono loro di progredire nell’aldilà o nella trasmigrazione. Questi ostacoli possono includere una morte violenta, questioni irrisolte durante la loro vita terrena o la mancanza di riti funebri appropriati. In base alla tradizione religiosa o culturale, il loro destino può essere influenzato dalla possibilità di raggiungere il nirvana (l’estinguersi dei desideri mondani), swarga (il paradiso) o naraka (l’inferno).
La fede nei fantasmi è profondamente radicata nella mentalità delle persone del subcontinente indiano da molte generazioni. Vi sono numerosi luoghi ritenuti infestati in tutta la regione, tra cui terreni di cremazione, edifici in rovina, palazzi reali, fortezze, bungalow nelle foreste e luoghi di cremazione sulle rive dei fiumi. I fantasmi occupano un ruolo di rilievo anche nella cultura bengalese, essendo parte integrante delle credenze socio-culturali sia delle comunità musulmane che induiste del Bangladesh e dei territori indiani del Bengala occidentale.

Le fiabe e le storie popolari spesso sfruttano il concetto di fantasmi e l’attività paranormale, mentre riferimenti a questi esseri si trovano diffusamente nella letteratura bengalese moderna, nel cinema, nella radio e nei programmi televisivi. In Pakistan, la parola jinn è utilizzata per riferirsi sia ai Jinn arabi che ai Bhoota, e l’influenza della mitologia araba e persiana ha dato origine a una concezione più variegata e fluida di questi esseri nella società pakistana. In questo contesto, i Bhoota possono rappresentare sia gli spiriti dei morti che entità sovrannaturali provenienti da altri regni, come i Jinn fatti di fuoco. L’identità dei Bhoota può variare da fantasmi di individui deceduti in modo doloroso a creature mistiche legate all’aldilà.
Si accenna al Bootha anche nel film horror americano antologivo V/H/S/99 del 2022, diretto da più registi e quinto capitolo della saga. Si tratta del primo episodio dal titolo Triturazione,
scritto e diretto da Maggie Levin, in cui il protagonista avverte gli amici che con lui stanno visitando abusivamente un luogo abbandonato, di avere molta paura dei Bootha, avendo sentito che possiedono chiunque contamini il loro luogo di riposo. E il Bootha si manifesterà.
Etimologia e idiomi del Bootha
L’etimologia e l’uso linguistico del termine Bhoota, offrono un’interessante finestra su come questa parola sia radicata nella cultura e nell’idioma del subcontinente indiano e abbia influenzato altre lingue e culture del sud-est asiatico. Il termine Bhoota deriva dal sanscrito bhūta (भूत), e porta con sé le connotazioni di passato e essere. È interessante notare che questa radice sanscrita, bheu/bhu-, ha affinità fonetiche con altre lingue indoeuropee, come l’irlandese bha, l’inglese be, il lettone but e il persiano budan. Questa connessione linguistica evidenzia quanto alcune radici linguistiche siano condivise in tutto l’indoeuropeo, dimostrando una sorprendente continuità tra culture e lingue apparentemente distanti.
Nelle lingue dell’India settentrionale come l’Hindustani, il Punjabi, il Kashmiri, il Bengali, il Sindhi e altre, il concetto di bhoot è ampiamente utilizzato nell’idioma quotidiano. Ad esempio, l’espressione “essere cavalcati dal bhoot di qualcosa” (bhoot sawaar hona) significa avere un interesse ossessivo per quella cosa o lavorare incessantemente verso quell’obiettivo. Al contrario, “smontare da un bhoot” (bhoot utaarna) significa liberarsi da un’ossessione o superare una falsa convinzione che in precedenza era molto radicata.

Il termine bhoot ha anche lasciato il suo segno nel sud-est asiatico. È entrato nella lingua giavanese attraverso il sanscrito come buta, riferendosi generalmente a uno spirito malevolo o gigante demoniaco che infesta luoghi. Inoltre, viene utilizzato in genere nelle storie Wayang, come Buta Cakil (o Buto Cakil), per riferirsi a giganti malvagi. Nel mondo malese, la parola ha subito un’evoluzione per significare una creatura simile a un jinn, menzionata negli Annali malesi. Esiste una leggenda di una tale creatura che abita nelle pianure del fiume Perak con tratti simili, sebbene di dimensioni gigantesche, e questa leggenda ha dato il nome a una città nel nord della penisola malese chiamata Bota.
Caratteristiche dei Bootha
I Bhoota sono esseri mutaforma, capaci di assumere diverse forme di animali a loro piacimento, ma frequentemente si manifestano come figure umane. Tuttavia, è possibile riconoscerli dai loro piedi, che si presentano in una posizione invertita, un segno distintivo della loro natura spettrale. In virtù della sacralità o semisacralità attribuita alla terra nelle tradizioni del subcontinente indiano, i Bhoota fanno ogni sforzo per evitare il contatto con il suolo. Spesso si manifestano sospesi appena al di sopra della terra, talvolta con un solo piede a breve distanza dal terreno. Inoltre, i Bhoota non proiettano ombre e parlano con un suono dal timbro nasale.
Spesso si celano tra i rami degli alberi e prediligono indossare abiti bianchi quando appaiono. Alcune volte, i Bhoota infestano luoghi specifici, noti come bhoot banglas (ovvero i bungalow dei Bhoota), spesso associati a eventi in cui sono stati uccisi o che portano un significato profondo per loro.

Molte leggende di fantasmi nella regione combinano questi elementi. Ad esempio, narrano di protagonisti che, quando si trovano faccia a faccia con un Bhoota, non riescono a sfuggire o a reagire in modo appropriato. Invece, accettano involontariamente la compagnia del Bhoota, ad esempio, camminando con lui attraverso una foresta o addirittura offrendosi di dare un passaggio in macchina a un’apparentemente attraente donna bianca che aspetta sul ciglio della strada di notte, prima di rendersi progressivamente conto dei tratti inquietanti del compagno, come i piedi rovesciati o l’assenza di ombra alla luce della luna. La nota leggenda occidentale della Dama Bianca ha origine proprio nei Bhoota.
Si racconta che ai Bhoota piaccia il latte e per questo siano in costante ricerca e che una volta trovato non riescano a trattenersi e vi si immergano. Il consumo di latte contaminato dal Bhoota è considerato un mezzo comune attraverso il quale queste entità possono possedere gli esseri umani, un tema ricorrente nelle storie legate a essi.
Varianti del Bootha

I Bhuta (o Bhutam), sono una variante delle entità spirituali presenti nelle credenze e tradizioni dell’India, conosciute per rappresentare una vasta gamma di esseri, tra cui eroi divinizzati, creature feroci, divinità induiste e persino animali. Tuttavia, è importante notare che etichettarli come fantasmi o demoni rappresenta una semplificazione imprecisa, in quanto sono, in realtà, esseri di natura protettiva e benevola, anche se esistono racconti in cui hanno manifestato violenza e hanno provocato danni. Tuttavia, ciò non è rappresentativo della loro essenza intrinseca. La chiave per stabilire un rapporto positivo con i Bhuta sta nell’adorazione e nelle offerte, conosciute come Bhuta Aradhana.
L’adorazione dei Bhuta è un atto di rispetto e riconoscimento del loro ruolo nella spiritualità indiana. Attraverso questa pratica, le persone cercano di pacificare e onorare questi esseri, riconoscendo la loro importanza nel contesto della cultura e della fede. Le offerte fatte durante la Bhuta Aradhana possono variare, ma spesso includono cibi, fiori, incenso e preghiere.
Come difendersi da un Bootha

In numerose regioni indiane, si crede che i Bhoota siano spaventati dall’acqua e da oggetti in ferro o acciaio, pertanto detenere uno di questi oggetti offre una protezione contro di loro. Si ritiene che anche il profumo della curcuma bruciata possa tenerli alla larga, così come le fibre dell’erba apiacea bhutkeshi, spesso chiamata Capelli di Bhoota. Come in molte culture in tutto il mondo, si dice che invocare il nome di figure sacre e divinità possa allontanare i Bhoota. In alcune regioni, ci si avvale di un rituale che consiste nel spargere terra bagnata mescolata a polvere di curcuma bruciata come mezzo di protezione contro i Bhoota.
Secondo l’Induismo e tutte le religioni Dharmiche, si ritiene che l’anima non possa essere distrutta in alcun modo. Dato che i Bhoota sono considerati le anime perdute o afflitte di individui deceduti, gli esorcisti induisti non cercano di distruggerli, piuttosto eseguono un rituale basato sull’Atharva Veda chiamato atma-shanti. Questo rituale è essenzialmente una variante dello shraadh, che è un’osservanza in memoria dei defunti. L’atma-shanti viene condotto da coloro che si trovano perseguitati da un Bhoota, e attraverso questo rituale, si promette all’entità che si farà tutto il possibile per garantirne la rinascita o per portare a termine le sue opere rimaste incomplete. Queste azioni soddisfano i desideri del Bhoota e lo inducono a cessare di tormentare la sua vittima, ponendo fine alla sua persecuzione in modo permanente.
Preta, i Fantasmi affamati dell’India
Il termine Preta, noto anche come “fantasma affamato”, deriva dal sanscrito ed è utilizzato per descrivere una categoria di esseri soprannaturali presenti nelle credenze dell’induismo, del buddismo, del taoismo e nella religione popolare cinese. Questi esseri sono considerati destinati a sofferenze più estreme rispetto agli esseri umani, con particolare enfasi su una fame e sete inestinguibili. Le radici di questo concetto si trovano nelle tradizioni religiose indiane e sono state successivamente integrate nelle credenze delle regioni dell’Asia orientale attraverso la diffusione del buddismo.

Inizialmente, il concetto di Preta era associato all’idea che rappresentassero l’anima o lo spirito di una persona deceduta. Tuttavia, nel corso del tempo, questa concezione si è evoluta, trasformandosi in uno stato transitorio tra la morte e il conseguimento di una reincarnazione in accordo con il karma dell’individuo. Perché un Preta possa progredire nel ciclo della reincarnazione karmica, la sua famiglia deve svolgere una serie di rituali e offerte che guidino lo spirito sofferente verso una nuova vita. L’omissione di tali riti funebri, che si protraggono per un anno, potrebbe condurre l’anima a rimanere nella condizione di Preta per l’eternità.
Si crede che i Preta siano individui che, in una vita precedente, abbiano manifestato comportamenti falsi, corrotti, compulsivi, ingannevoli, gelosi o avidi. In virtù del karma accumulato, sono afflitti da un desiderio insaziabile per una particolare sostanza o oggetto. Tradizionalmente, questa sostanza è stata descritta come qualcosa di ripugnante o umiliante, come cadaveri o feci, ma in racconti più recenti, può essere qualsiasi cosa, anche se bizzarra. Oltre alla fame insaziabile, i Preta sono associati a visioni disturbanti. Condividendo lo stesso spazio fisico con gli esseri umani, percepiscono la realtà in modo distorto, vedendo oggetti comuni come qualcosa di disgustoso, ad esempio un fiume che appare come una corrente di sostanze avverse come pus o sporcizia.
Facendo alcune ricerche ho trovato tracce di Preta in diverse culture oltre a quelle già menzionate, come ad esempio in quelle del Bangladesh, dello Sri Lanka, del Giappone e persino nelle culture della Thailandia e della Cambogia. La rappresentazione dei Preta nelle culture asiatiche sottolinea l’importanza dell’equilibrio karmico e l’interconnessione tra i mondi visibili e invisibili, enfatizzando la necessità di pratiche rituali per liberare gli spiriti sofferenti.
Etimologia e idiomi del Preta
Il termine Preta, dal sanscrito प्रेत o dal tibetano ཡི་དྭགས་ (yi dags) è intrinsecamente legato al concetto di defunto, morte o spirito di una persona deceduta. Deriva dalla radice pra-ita, che letteralmente significa andato avanti o partito. Nel contesto del sanscrito classico, il termine Preta era inizialmente utilizzato per fare riferimento allo spirito di chiunque fosse deceduto, in particolare prima che venissero eseguiti i riti funebri ossequiali. Tuttavia, nel suo utilizzo più specifico, preta poteva indicare un fantasma o un essere maligno.
Questo concetto sanscrito è stato successivamente adottato e incorporato nel buddismo, dove è stato utilizzato per rappresentare uno dei sei possibili stati di rinascita. Ne consegue che il termine Preta, nel buddismo, si riferisce a un’entità che si trova in uno stato transitorio tra la morte e la successiva rinascita karmica, spesso caratterizzato da sofferenze e desideri insaziabili.

Nel contesto cinese, invece, il termine egui (餓鬼), che si traduce letteralmente come fantasma affamato, è stato adottato per rappresentare un concetto simile a quello del Preta sanscrito. Tuttavia, è importante notare che il termine cinese non costituisce una traduzione letterale del Preta sanscrito. Piuttosto, riflette l’adattamento del concetto nelle credenze e nella terminologia cinese.
In generale, sia nel sanscrito che nel cinese, queste parole indicano una categoria di esseri sofferenti e affamati, spesso associati a comportamenti negativi o karma negativo. Le similitudini tra le culture asiatiche riguardo a questi concetti sottolineano la loro interconnessione e la loro importanza nel contesto delle credenze religiose e spirituali dell’Asia.
Caratteristiche dei Preta

I Preta sono entità invisibili agli occhi umani, ma secondo alcune credenze, possono essere individuati da individui in determinati stati mentali o spirituali. La loro rappresentazione fisica li mostra come creature simili agli esseri umani, ma con pelle secca e mummificata, arti magri e contorti, addome eccezionalmente dilatato e colli lunghi e sottili. Questa forma fisica è spesso interpretata come una metafora della loro condizione mentale: sebbene abbiano desideri insaziabili, rappresentati per l’appunto un addome ingombrante e hanno una capacità estremamente limitata di soddisfare tali desideri, indicata dai loro colli esili.
Non è un caso che nell’arte giapponese, in particolare durante il periodo Heian (tra l’VIII e il XII secolo), i Preta sono raffigurati come creature emaciate con ventri gonfi e gole strette, spesso rappresentate mentre cercano di bere acqua versata nei templi. Accanto a loro, è possibile trovare demoni, come gli oni, mentre implorano disperatamente gli umani e raccolgono oggetti, manifestando una profonda agonia personale. In altre rappresentazioni, i Preta possono apparire come masse di fumo o fuoco. Molti di essi sono raffigurati nudi, mentre altri indossano il tradizionale fundoshi (褌), un tradizionale indumento giapponese, indossato sia da uomini che da donne, che consiste in una striscia di tessuto larga un shaku (尺) – un’antica unità di lunghezza giapponese corrispondente a circa un piede (30,48 cm) e lunga 240 centimetri. Questa striscia di tessuto viene avvolta attorno ai fianchi e poi attorcigliata nella parte posteriore per creare una sorta di perizoma.

In Cambogia, esiste una variazione speciale di Preta, nota come grák, che è una figura femminile considerata un essere maligno. Si crede che rappresenti lo spirito di una vecchia donna corrotta di nome Yey Plang, incaricata di preparare il cibo per la famiglia reale e i monaci nei templi vicino al palazzo reale durante il regno del re Monivong tra il 1927 e il 1941.
I Preta sono noti per dimorare in luoghi desolati e deserti della terra e la loro situazione varia in base al karma accumulato in vita. Alcuni di loro possono trovare cibo, ma hanno difficoltà a mangiarlo, altri vedono il cibo appassire o seccarsi davanti ai loro occhi. In generale, sono costantemente affamati e assetati, soffrono di temperature estreme, con il caldo che li brucia d’estate e il freddo che li congela d’inverno.
Esistono due principali categorie di Preta:
- quelli che vivono in gruppi;
- quelli che vagano nello spazio.
Tra i primi, ci sono tre sottotipi:
- quelli che soffrono di mancanza di cibo o bevande;
- quelli con bocche troppo piccole e stomaci enormi;
- quelli che subiscono oscuramenti specifici, come creature che vivono nei loro corpi.
L’altra categoria di Preta, quelli erranti, è costantemente in uno stato di terrore e tende a infliggere dolore agli altri. Le sofferenze di queste entità spesso ricordano quelle degli abitanti dell’inferno, il che può causare confusione tra le due categorie di esseri. La distinzione principale è che gli esseri dell’inferno sono confinati al loro mondo sotterraneo, mentre i Preta hanno la capacità di spostarsi e vagare in diverse direzioni nello spazio e nel tempo.
Relazioni tra Preta ed esseri umani
I Preta, spesso visti come poco più che una molestia per gli esseri umani, possono tuttavia rivelarsi una minaccia quando il loro desiderio si concentra su qualcosa di vitale, come il sangue o la carne. In alcune tradizioni, questi esseri cercano attivamente di ostacolare gli individui nel soddisfare i propri desideri, facendo uso della magia, delle illusioni o dei travestimenti. Possono addirittura rendersi invisibili o cambiare volto al fine di spaventare e confondere gli umani.
Tuttavia, la visione comune di questi spiriti è quella di esseri bisognosi di compassione. Pertanto, in alcuni monasteri buddisti, i monaci praticano l’offerta di cibi, bevande, incenso, luci, frutta o fiori ai Preta prima dei pasti. Questa pratica è un atto di generosità finalizzato a lenire le sofferenze di questi spiriti affamati.

Inoltre, in tutta l’Asia, sono celebrati numerosi festival dedicati ai Preta e ad altri “spiriti affamati”. Questi festival sono parte integrante della tradizione taoista cinese e della tradizione buddista tibetan e si svolgono in paesi come Cina, Cambogia, Tibet, Tailandia, Singapore, Giappone e Malesia. Ad esempio, in Cina, il Festival dei Fantasmi Affamati (中元节, zhōng yuán jié) si tiene tradizionalmente il quindicesimo giorno del settimo mese lunare secondo il calendario cinese.
Molti rituali durante questi festival coinvolgono la simbolica combustione di beni materiali, come il joss, ovvero il denaro, e poi abiti, oggetti vari, mezzi di trasporto, proprietà e lussi. Questa pratica rappresenta il legame tra il concetto di Preta e il materialismo che ha caratterizzato la vita terrena del defunto. Alcuni spiriti desiderano, invece, la compagnia dei propri cari ancora in vita. Durante queste celebrazioni, le persone fanno offerte agli “spiriti affamati”, sperando in benedizioni da parte loro.
Differenze tra Preta nell’induismo e buddismo
Sebbene i Preta siano considerati in entrambe le religioni come spiriti affamati o esseri afflitti, ci sono alcune distinzioni chiave tra le due tradizioni:
I Preta nell’indusimo
Nei dettagli della religione induista, i Preta sono considerati esseri estremamente reali, costituiti principalmente da vāyu (aria) e akaśa (etere), due dei cinque grandi elementi che compongono il corpo umano sulla Terra. Gli altri tre elementi fondamentali sono prithvī (terra), jala (acqua) e agni (fuoco). La forma di un Preta è determinata dal karma o dalle azioni delle sue vite precedenti, in cui l’anima può nascere in corpi umanoidi che mancano di uno o più elementi. Un’anima in questo stato transitorio è considerata pura e la sua esistenza è paragonabile a quella di un deva (dio), ma si trova nell’ultima fase di nascita fisica. Gli elementi, ad eccezione di akaśa, sono considerati costituenti comuni in tutto l’universo, mentre gli altri quattro elementi sono comuni alle proprietà dei pianeti, delle stelle e dei luoghi dell’aldilà, come gli inferi. Questa è la ragione per cui i Preta non possono mangiare o bere, poiché gli mancano gli altri tre elementi essenziali e quindi non sono in grado di digerire o assumere fisicamente cibo.

I Preta costituiscono una parte cruciale del Sanātana Dharma (nome alternativo per l’induismo utilizzato in sanscrito e in altre lingue indiane) e sono legati a specifici rituali funebri che le famiglie in lutto devono seguire per guidare lo spirito del defunto nel suo successivo ciclo di rinascita karmica. Durante questi rituali, le famiglie offrono polpette di riso, che simboleggiano il corpo del defunto. Queste offerte vengono fatte in tre serie da sedici nel corso di un anno, il periodo necessario affinché un Preta completi la sua trasformazione verso la successiva fase della vita. Le polpette di riso aiutano a lenire il presunto intenso dolore fisico che il Preta subisce durante questo stato transitorio tra la cremazione e la rinascita.
Questo processo si divide in tre fasi: i sedici impuri, i sedici medi e i sedici più alti, che si verificano durante il periodo di lutto.
- Prima fase (sedici impuri): Le prime sei polpette di riso vengono offerte ai fantasmi in generale dopo la cremazione del corpo, mentre le dieci successive sono specificamente offerte al Preta o allo spirito del defunto. Si ritiene che queste dieci polpette di riso aiutino il Preta a formare il suo nuovo corpo, ora lungo quanto un avambraccio.
- Seconda fase (sedici medi): Le sedici polpette di riso vengono offerte al Preta, poiché si crede che durante ciascuna fase del dolore questi spiriti diventino ancora più affamati.
- Terza fase (sedici alti): Quattro polpette di riso vengono offerte al Preta e a cinque leader spirituali dei bramini, il che simboleggia la digestione dei peccati dei defunti durante la loro vita. Nel corso di questo processo di lutto, la famiglia del defunto deve seguire una serie di restrizioni per assistere il Preta e alleviare le sue sofferenze.
Le culture indiane attribuiscono una profonda importanza simbolica al cibo e alla digestione, in quanto separano i nutrienti essenziali dai rifiuti, e questa stessa logica viene applicata ai peccati del defunto, che vengono simbolicamente mangiati e digeriti dai parenti viventi durante i rituali. Durante il periodo di lutto, il principale luttuoso può consumare solo un pasto al giorno nei primi undici giorni successivi alla morte e deve astenersi dal dormire su un letto, dall’ingerire pasti abbondanti, dall’impegno in attività sessuali e dalla pratica di qualsiasi igiene personale. In questo modo, il lutto rappresenta simbolicamente il Preta in questo periodo di transizione tra la morte e la rinascita.
I Preta nel buddismo
Nella tradizione buddhista, un Preta è generalmente considerato come una delle sei possibili forme di esistenza in cui una persona può rinascere dopo la morte. Queste sei forme includono Dèi, Semi-dèi, esseri umani, animali, fantasmi ed esseri infernali.
Come abbiamo già visto, in Giappone il termine Preta è tradotto come Gaki, che significa fantasma affamato ed è stato adottato dal cinese medio nga H kjwɨj X (餓鬼) che ha lo stesso significato.Dal 657, alcuni buddisti giapponesi commemorano un giorno speciale a metà agosto per ricordare i Gaki. Attraverso offerte e rituali di ricordo noti come segaki, si crede che gli spiriti affamati possano essere liberati dal loro stato di tormento. Interessante notare che nella lingua giapponese moderna, la parola gaki è spesso usata per riferirsi a un bambino viziato o un monello.

In Thailandia, i Preta (in lingua Thai: เปรต) sono descritti come anormalmente alti e sono noti per emettere un suono molto acuto da una piccola bocca, che può essere udito solo da un monaco o da uno sciamano. Molte persone anziane spesso mettono in guardia i loro figli contro il maledire o dire cose cattive ai loro genitori, poiché si crede che ciò possa portare a una rinascita come Preta nell’aldilà.
Nella cultura dello Sri Lanka, così come in altre culture asiatiche, si crede che se le persone hanno desideri insaziabili nella loro vita terrena, possono rinascere come Preta (noti come peréthaya) con lo stomaco così grande che la loro piccola bocca non può mai soddisfare il loro appetito. Questo concetto sottolinea il desiderio e l’avidità come cause della rinascita come un Preta.
In sintesi, mentre sia i Bhoota che i Preta rappresentano tipi di fantasmi induisti e buddisti spesso considerati erranti, specificamente legati a un comportamento egoista e al desiderio insaziabile. Entrambi gli spiriti sono spesso oggetto di rituali religiosi finalizzati a placare le loro anime inquiete o ad aiutarli a raggiungere la liberazione.
Eidolon
Come già scritto nell’articolo dedicato ai fantasmi nell’antica Grecia, gli Eidolon sarebbero dei demoni o spiriti capaci di possedere gli esseri viventi. Nella cultura indiana però prendono nomi diversi e per capirne il significato bisogna fare alcune premesse.
Il Kamaloma, uno dei tre piani dimensionali

Innanzitutto va chiarito il concetto di Kamaloka, che nella teosofia rappresenta un piano semi-materiale, soggettivo e invisibile ai nostri sensi, uno stato post-mortem intrigante e misterioso, noto come il mondo del desiderio. È un luogo dove le anime sperimentano i loro desideri, sentimenti e passioni, sia quelli piacevoli che spiacevoli. Qui, il defunto rivive tutte le emozioni e le esperienze (positive e negative) che ha suscitato in tutte le persone conosciute durante la sua vita terrena. È il regno in cui le “personalità” disincarnate, costituite dal corpo astrale dopo la morte del corpo fisico, persistono finché le forme astrali, conosciute come Kamarupa, svaniscono gradualmente. Questo avviene quando gli effetti delle emozioni e dei desideri umani che hanno dato origine a questi Eidolon emotivi si esauriscono completamente.
Il Kamaloka è il corrispettivo di diverse concezioni dopo la morte in varie tradizioni culturali. Può essere paragonato all’Ade nella mitologia greca, all’Amenti degli antichi Egizi, o alla Terra delle Ombre Silenziose. Nelle dottrine esoteriche, il Kamaloka è la prima delle divisioni nei Trailokya, che rappresentano tre regioni o sette piani o gradi. Ogni regione è approssimativamente caratterizzata da una delle tre caratteristiche principali: Kama(-loka), Rupa(-loka) ed Arupa(-loka). Queste suddivisioni si applicano anche agli esseri celesti, fornendo un quadro complesso del cosmo e dei piani dimensionali.
Ecco i tre piani dimensionali:
- Il primo piano, Kamaloka è la regione del desiderio, dove le passioni, gli impulsi emotivi e i desideri umani trovano espressione e realizzazione. Qui, le anime esplorano la sfera delle emozioni, vivendo le conseguenze delle loro inclinazioni emotive e cercando di comprendere meglio i legami tra pensieri e desideri.
- Il secondo piano, Rupaloka, è associato alla forma ed è il regno in cui le entità si concentrano sulla natura fisica e le forme tangibili. Qui, la manifestazione e l’esperienza della forma fisica giocano un ruolo significativo, e gli esseri cercano di sviluppare una comprensione più profonda della realtà attraverso la percezione delle forme.
- Il terzo piano, Arupaloka, rappresenta il mondo senza forma. In questo piano, l’esperienza va al di là della forma e della materia, concentrandosi sull’aspetto più astratto dell’esistenza. Le entità cercano una comprensione più elevata della realtà e delle dimensioni spirituali.
Queste divisioni nei Trailokya offrono una visione dettagliata delle diverse sfaccettature del cosmo e delle esperienze umane e spirituali. Rappresentano una guida per esplorare e comprendere il mondo invisibile e le influenze che modellano la nostra esistenza. In alcune tradizioni cristiane, potrebbe essere chiamato Limbo, mentre i Cabalisti lo conoscono come la Dimora dei Gusci.
Il Kamarupa, la forma astrale del corpo umano

Il Kamarupa rappresenta il quarto principio umano, una componente essenziale dell’essere umano situata in basso nell’ordine dei principi. Si tratta del corpo del desiderio e delle passioni, la forma astrale del corpo umano. Questo aspetto dell’essere umano è intrinsecamente legato alla vita nella materia e alle esistenze animali. In termini simbolici, il Kamarupa corrisponde all’antico egizio Seb, l’anima atavica, portando con sé una serie di attributi e caratteristiche connesse alle emozioni e ai desideri.
Il Kamarupa è essenzialmente una forma soggettiva che ciascun individuo crea costantemente nel corso della sua vita. Al momento della morte, il Kamarupa si proietta nel mondo astrale, portando con sé gli impulsi emotivi e i desideri accumulati durante la vita terrena. Questa proiezione si verifica quando il corpo fisico non è più in grado di sostenere questa componente astrale. Il Kamarupa sopravvive alla morte del corpo fisico e continua a esistere in un piano astrale.

Dopo la morte, tre dei sette principi (o piani) sui quali si basano gli istinti e l’ideazione umana, rimangono sulla Terra. Questi tre sono il corpo, il suo prototipo astrale e la vitalità fisica, che non hanno più utilità dopo la morte. Gli altri tre principi superiori vengono assorbiti nello stato di Devachan, dove l’Ego Superiore risiede fino al momento di una nuova incarnazione. Il Kamarupa, che rappresenta una sorta di “fantasma” della personalità dell’individuo, rimane solo nel suo nuovo stato astrale.
Nel mondo astrale, questa copia dell’individuo può persistere per un periodo di tempo variabile, a seconda della quantità di elementi materiali al suo interno, che è determinata dalla vita passata dell’individuo. Privata della sua mente superiore, dello spirito e dei sensi fisici, questa forma astrale è lasciata ai propri dispositivi senza alcuna guida o scopo definito. Gradualmente, essa si sbiadisce e si disintegra, in quanto perde il legame con il mondo fisico.
Tuttavia, se il Kamarupa viene trascinato indietro verso il mondo fisico da forti desideri o invocazioni, o se è coinvolto in pratiche di negromanzia, può prolungare la sua esistenza al di là del periodo di vita naturale del suo involucro astrale. In queste circostanze, l’entità astrale può diventare un vampiro energetico, noto in India come Pisacha. Questi esseri sono temuti per la loro capacità di assorbire la vitalità di coloro che sono desiderosi della loro compagnia.
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Oltre la Morte: i Fantasmi nell’Antico Egitto
Eidolon indiano
Le storie che narrano la possessione da parte degli Eidolon ci portano in viaggi attraverso diverse ambientazioni, da una vivace Atene all’antica India del I secolo d.C.. Queste narrazioni ruotano attorno alla figura centrale di Apollonio di Tiana (Απολλώνιος), un profeta pagano di notevole importanza in quel periodo storico. Apollonio gioca un ruolo fondamentale nelle storie di possessione da parte degli Eidolon, il che aggiunge un fascino unico e intrigante alle narrazioni.

Nel III secolo d.C., il celebre scrittore Lucio Flavio Filostrato, noto anche come Filostrato d’Atene (Φλάυιος Φιλόστρατος) o Filostrato II, vissuto tra il 172 e il 247 d.C., ci regala un racconto avvincente all’interno della Vita di Apollonio di Tiana. Questo testo delinea una storia affascinante che coinvolge un messaggero proveniente dall’India, una madre ansiosa e suo figlio posseduto per ben due anni da un enigmatico Eidolon, una sorta di fantasma o spirito.
La madre spiega che il demone (daimon), il quale si manifesta attraverso il ragazzo, ha un carattere beffardo e mendace. Un saggio presente, naturalmente, vuole comprendere il motivo di questo possesso e chiede alla madre di spiegare la situazione. La madre racconta la sua angoscia descrivendo il figlio come incredibilmente bello, e l’Eidolon si è invaghito di lui, impedendogli di condurre una vita normale. Il ragazzo è stato privato della possibilità di frequentare la scuola, apprendere l’arte dell’arco o persino di rimanere a casa. Invece, è costretto a vagare in luoghi deserti. Ancora più strano, il ragazzo ha perso la sua voce, ora parla con una voce profonda e oscura, completamente diversa da quella di un adolescente.
L’Eidolon ha cambiato il comportamento del giovane a tal punto che non riconosce nemmeno sua madre. Quest’ultima decide di cercare aiuto da Apollonio di Tiana, ma il demone la minaccia, dicendole che ucciderà suo figlio se cercherà aiuto e così, seppur spaventata e impotente, si rivolge con molto coraggio ai saggi.
Un saggio dimostra grande coraggio e offre alla madre una lettera indirizzata all’Eidolon. Questa lettera sembra contenere minacce di tipo allarmante, con l’obiettivo di convincere il demone a smettere di tormentare il giovane posseduto. La madre, rassicurata dalle parole del saggio, si prepara ad affrontare l’Eidolon. «Prendi coraggio, perché non lo ucciderà quando avrà letto questo», le disse il saggio.
Questo affascinante racconto non solo getta luce sulle credenze legate agli Eidolon e alle possessioni nell’antichità, ma evidenzia anche l’importanza del coraggio e dell’intervento dei saggi in un mondo in cui le forze soprannaturali potevano avere un impatto tangibile sulla vita quotidiana.
Conclusioni
In fondo, parlare di Bhoota, Preta e di tutti quei fantasmi che popolano l’immaginario indiano (e asiatico in generale) è un po’ come entrare in un mondo parallelo dove religione, cultura popolare e mistero si fondono in un unico racconto. Non sono solo “spettri” nel senso occidentale del termine, ma figure complesse, che vivono a cavallo tra divinità, anime in pena e presenze simboliche.
Quello che mi colpisce, personalmente, è quanto sia profonda e stratificata questa visione del paranormale, in confronto alla nostra, spesso ridotta a film horror e cacce ai fantasmi con la torcia in mano. In India, questi spiriti hanno una funzione, un ruolo, un significato anche spirituale: possono essere venerati, temuti, aiutati a liberarsi dal ciclo delle rinascite. C’è filosofia dietro. C’è fede. C’è vita, paradossalmente.

E poi c’è quella straordinaria varietà di interpretazioni: in una regione il Bhoota è quasi un eroe culturale, altrove è uno spirito da temere e tenere lontano con rituali antichi e potenti. Questo mi fa pensare a quanto ogni cultura proietti su ciò che non conosce i propri timori, ma anche le proprie speranze.
Riti come il Bhoota Aradhane, per esempio, trasformano il rapporto con l’aldilà in un vero e proprio teatro sacro, dove il confine tra il reale e l’invisibile si fa sottile, vibrante. Non è solo religione, è anche arte, performance, comunità. E questo è qualcosa che, in Occidente, abbiamo forse un po’ perso: il rito collettivo che ci riconnette agli spiriti, ma anche a noi stessi.
In definitiva, credo che i fantasmi indiani siano molto più di semplici presenze eteree: sono specchi dell’anima collettiva di un popolo, racconti viventi che parlano di morte, sì, ma anche di rinascita, di giustizia karmica, di legami familiari mai interrotti. E queste storie, antiche e potentissime, continuano a parlarci, se solo siamo disposti ad ascoltare.
Bibliografia per questo articolo
Per questo articolo ringrazio gli autori dei libri e degli articoli che cito di seguito:
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