Nell’antica Roma, contrariamente agli antichi greci che narravano storie di fantasmi principalmente attraverso fonti letterarie e opere teatrali, la condivisione di racconti di entità soprannaturali era più spesso tramandata tramite il passaparola. In latino, simile al greco, non si faceva una netta distinzione tra le varie tipologie di esseri ultraterreni. I Romani utilizzavano il termine monstrum per fare riferimento non solo a esperienze religiose positive ma anche per descrivere spiriti neutrali o antagonisti.
Secondo le credenze romane, i fantasmi rappresentavano semplicemente un altro aspetto della vita quotidiana. Si credeva che ogni individuo fosse dotato di una scintilla divina, e al momento della morte, questa luce interiore, ossia lo spirito, si trasferisse nell’aldilà. Nella prospettiva romana, esistevano svariati tipi di spiriti, alcuni dei quali, per motivi vari, rimanevano ancorati al mondo dei vivi anziché proseguire il loro cammino verso l’aldilà, continuando così a influenzare la vita terrena come fantasmi. Oltre ai fantasmi, i Romani nutrivano fede in una vasta gamma di entità ultraterrene, includendo diversi esseri soprannaturali e spiriti, ognuno con caratteristiche e attributi specifici.
I molteplici volti del Fantasma romano
Nella cultura occidentale contemporanea, i fantasmi sono spesso connessi a questioni irrisolte e tormenti del passato. Questa percezione si discosta notevolmente dalla visione tradizionale cristiana di un paradiso eterno e di un aldilà allettante. Ne risulta che i fantasmi, secondo la narrazione moderna, si trovino sulla Terra per specifici motivi, quando potrebbero trovare pace e serenità altrove. Tuttavia, va notato che i Romani dell’antichità non avevano un’opinione univoca sugli spiriti e i fantasmi. La loro concezione del mondo degli spiriti era diversificata e complessa.

Per gli antichi Romani, ogni cosa doveva avere un’essenza divina (conosciuta come numen, al plurale numina) conferendole un’aura vitale. Questa credenza era estesa persino agli oggetti inanimati, tra cui pietre e alberi, poiché credevano che anche questi possedessero un numen. Questa concezione religiosa ha radici nelle prime pratiche dell’animismo. Gli antichi Romani riconoscevano la presenza di spiriti legati a luoghi specifici, come fiumi, sorgenti, colline, valli e case. Inoltre, credevano nell’esistenza di numina specifici associati a particolari aspetti all’interno di una casa. Questi spiriti avevano il potere di proteggere o, talvolta, minacciare le persone che vi risiedevano.
D’altra parte, vi erano anche gli spiriti conosciuti come Mani (Manes), che facevano parte di un gruppo in continua crescita composto da antenati defunti e parenti stretti. Questi spiriti venivano visti come guide spirituali e protettori nelle vicende della vita quotidiana dei Romani. L’immaginario li poneva come esseri dimoranti all’interno o al di sotto della terra. Per onorare i Manes, si svolgevano le festività dei Parentalia, una celebrazione che si estendeva per nove giorni nel mese di febbraio. Questi spiriti erano spesso venerati come delle divinità, e la linea di demarcazione tra dèi e spiriti protettivi era un concetto su cui i Romani non si soffermavano eccessivamente. Nei paragrafi successivi spiegherò in cosa consisteva questa festività.
Questa varietà di credenze sul mondo degli spiriti offre un’interessante prospettiva sulla complessità della religione e della spiritualità romana, dimostrando che la comprensione dei fantasmi e degli spiriti era una questione tutt’altro che monolitica. La cultura romana antica era permeata da una varietà di credenze, ciascuna delle quali gettava luce su diversi aspetti dell’aldilà e dell’interazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
L’importanza degli Dèi e Spiriti domiciliari
Come abbiamo visto, nell’antica Roma, il mondo spirituale era affollato di divinità e forze soprannaturali, molte delle quali avevano un impatto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini romani. Tra queste figure divine, Giano ricopriva un ruolo centrale. Era il dio degli inizi, ma la sua influenza si estendeva ben oltre questo significato iniziale. Oltre a sovrintendere agli inizi, era anche il custode delle porte e dei portoni, un aspetto molto importante in una società dove la protezione della casa e della famiglia era essenziale. Per preservare la sicurezza della propria casa, il proprietario doveva prestare particolare attenzione a Giano. Questo dio aveva anche delle divinità ancillari che lo aiutavano nel suo compito di sorvegliare le porte di una casa. Cardea, la dea dei cardini, assicurava che le porte si aprissero agevolmente, Forculus, il dio delle porte stesse, soprattutto di quelle doppie, garantiva che rimanessero chiuse quando dovevano esserlo, e Limentinus, il dio della soglia, proteggeva l’ingresso della casa.

Un’altra divinità che richiedeva un’attenzione particolare era Vesta, la dea del focolare e della casa. Era responsabile del mantenimento del fuoco sacro all’interno delle case romane, poiché il fuoco simboleggiava la vita stessa della famiglia. Il proprietario della casa doveva assicurarsi che il fuoco bruciasse costantemente e in modo ininterrotto. Vesta aveva un culto organizzato dallo stato, e le sacerdotesse ad hoc, conosciute come Vestali, erano incaricate di mantenere la sua fiamma costantemente accesa all’interno del suo tempio.
Nell’immagine qui accanto è mostrato un Larario della Casa dei Vettii, a Pompei, e raffigura il Genio ancestrale (in alto al centro) affiancato dai Lari, con un serpente in basso.
La protezione della proprietà era affidata a Terminus, una divinità che risiedeva nel cippo che segnava il confine tra la proprietà di una persona e quella del suo vicino. Onorare Terminus era importante per garantire la pace e la prosperità all’interno dei confini della propria terra.

Tuttavia, non erano solo queste divinità a richiedere attenzione e devozione. Le Parche, conosciute a Roma come Parcae, erano entità sovranaturali che influenzavano il destino umano. Esistevano tre diverse sorti: Nona, che rappresentava una nascita prematura, Decima, simbolo di una nascita sana e normale, e Morta, che indicava la morte durante il parto. Le Parcae avevano il potere di determinare il destino di una persona al momento della nascita. Questo rendeva il rito di passaggio alla nascita un momento di grande importanza e incertezza.
Nell’immagine qui rappresentata, Le Parche (1885 circa) di Alfred Agache (1843-1915), troviamo Cloto (Κλωθώ) a destra, la parola greca per filatore, ed era la più giovane delle Moire. La sua posizione è la prima delle Tre Parche, poiché è Cloto che intreccia i fili della vita con la sua conocchia.
Oltre a queste divinità principali, l’antica Roma era popolata da numerose altre entità soprannaturali, ciascuna con il suo ruolo specifico nella vita quotidiana dei Romani. La pratica religiosa e l’adorazione di queste forze erano fondamentali per garantire la prosperità e la sicurezza della famiglia e della casa.
Tipologie di Fantasmi nell’antica Roma
Nell’antica Roma, le credenze legate ai fantasmi e agli spiriti erano varie e complesse. C’erano diverse altre tipologie di fantasmi e spiriti creduti dai Romani. Eccone alcuni in ordine alfabetico:
- Furie (o Erinni): Questi spiriti vendicativi erano associati alla giustizia e punivano i malvagi. Erano spesso invocati nei rituali giurati.
- Fauni e Satiri: Esseri mitologici spesso associati a luoghi selvaggi e foreste. Potevano essere considerati come spiriti della natura.
- Geni (Genius): Ogni individuo, così come ogni luogo, aveva il proprio “genius” o spirito tutelare. Questo spirito personale era onorato per garantire benessere e protezione.
- Lari e Lari Compitali: I Lari (Lares) erano spiriti domestici associati alla protezione della casa e alla famiglia. Ogni casa romana aveva un altare dedicato ai Lari dove venivano offerti cibo e incenso. Alcuni tipi di Lari, come i Lari Compitali, erano spiriti protettori degli incroci delle strade e delle intersezioni, ed erano oggetto di culto per garantire la sicurezza nei viaggi.
- Lemuri: Questi spiriti erano considerati inquieti e associati ai morti senza sepoltura. I Romani celebravano i Lemuria, una festività per placare questi spiriti maligni.
- Mani e Dii Manes: I Mani erano spiriti degli antenati defunti, spesso considerati come i guardiani delle famiglie. Erano oggetto di culto e venivano venerati con offerte di cibo e vino. Mentre i Dii Manes erano divinità degli spiriti dei morti e avevano un ruolo importante nei riti funerari. Si credeva che questi spiriti fossero degni di onore e venerazione.
- Numi: Questi erano spiriti delle persone morte in giovane età e venivano onorati con offerte speciali.
- Panes e Penates: erano divinità domestiche. Le prime rappresentavano l’abbondanza e la prosperità, in particolare nei settori della dispensa e del cibo. Il loro nome deriva dalla parola latina “panis,” che significa “pane”, ed erano considerati guardiani della provvista di cibo della famiglia. Mentre le seconde erano considerati protettori della casa, della famiglia e delle risorse della famiglia, non solo il cibo ma anche il patrimonio e la fortuna della famiglia.
- Parentes: Erano gli antenati o i membri della famiglia più anziani nell’antica Roma. Questo termine si riferiva agli individui che erano legati da legami di sangue o parentela e avevano un ruolo significativo nella struttura familiare e nella trasmissione delle tradizioni e dei valori familiari.
- Silvanali e Silvani: I primi erano considerati gli spiriti guardiani delle aree naturali, mentre i secondi erano gli spiriti protettori delle foreste.
- Strigi: Questi erano esseri simili a streghe o vampiri, spesso legati a credenze sulla magia nera e il male.
- Umbrae: Fantasmi di uomini, sfiniti dalla fame, dal freddo, dalla sporcizia, dal sudiciume.
Queste sono solo alcune delle molte tipologie di fantasmi e spiriti presenti nella complessa mitologia e religione romana. La varietà di credenze rifletteva la ricca cultura e le tradizioni religiose degli antichi Romani. Ma vediamo nel dettaglio.
Furie (o Erinni)
Le Furie, conosciute anche come Erinni nella mitologia greca, sono figure mitologiche complesse e affascinanti, spesso associate alla vendetta e alla punizione. Erano figlie di Gea – o Pandora (la Terra) e Urano (il Cielo) o, in alcune versioni, della dea della notte Nyx. La loro origine da Gea e Urano le collegava alla fondamentale dicotomia tra Terra e Cielo, e la loro nascita da Nyx le legava all’oscurità e alla notte, suggerendo la loro natura inquietante sin dalla loro creazione.
Le Furie erano rappresentate come figure orribili, con serpenti invece dei capelli e occhi infuocati. Indossavano abiti sporchi e stracci, simboleggianti la loro associazione con il caos, la disperazione e la vendetta. Portavano fruste e laceravano coloro che erano oggetto della loro vendetta.
Il principale compito delle Furie era perseguire e punire coloro che avevano commesso gravi crimini, in particolare parricidio, matricidio, omicidio e giuramenti infranti. Erano spesso considerate agenti della giustizia divina, garantendo che le colpe non rimanessero impunite. In questo ruolo, svolgevano una funzione di controllo sociale, poiché intimorivano le persone dal commettere atti nefandi.
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Un altro mito coinvolge Prometeo, il titano che rubò il fuoco agli dèi per darlo agli esseri umani. Le Furie lo punirono legandolo a una roccia e facendo in modo che un’aquila divorasse il suo fegato ogni giorno, solo per vederlo ricrescere durante la notte.
Le Furie erano personificazioni della colpa e del rimorso, e il loro ruolo nella mitologia greca serviva anche a sottolineare l’importanza del rispetto per la morale e la legge. La loro brutta e spaventosa immagine rappresentava la paura della vendetta divina e l’inevitabilità della giustizia per coloro che infrangevano le leggi divine.
Fauni e Satiri

I Fauni e i Satiri sono creature mitologiche che compaiono nelle mitologie greca e romana, con alcune differenze nelle loro rappresentazioni. Seppur raramente, erano considerati manifestazioni spiritiche e per questo motivo li menziono anche in questo articolo.
Sia i fauni che i satiri hanno radici nella mitologia greca. I fauni erano originariamente considerati spiriti delle foreste e guardiani della natura. I satiri, da parte loro, erano discendenti di Sileno e delle ninfe, particolarmente delle ninfe Nereidi. I fauni erano spesso rappresentati come creature con tratti sia umani che caprini. Avevano zampe di capra, orecchie a punta e talvolta corna, ma il loro torso era umano. Erano noti per la loro natura festaiola e lussuriosa.
Mentre i satiri erano simili ai fauni, ma con alcune differenze chiave. Avevano la parte superiore del corpo umana, ma anche zampe di capra. Erano famosi per la loro sregolatezza e il loro amore per il vino e la musica. A differenza dei fauni, i satiri erano spesso dipinti come più aggressivi e inclini al turbamento.

Tanto i fauni che i satiri partecipavano a festeggiamenti e feste legate alla fertilità e alla primavera, come le celebrazioni in onore di Dioniso, dio del vino, e compaiono in diversi miti e racconti. Ad esempio, Pan, un dio dei pascoli e delle foreste con attributi simili a quelli dei fauni, è noto per aver suscitato paura e panico tra i nemici di Dioniso.
Sileno, un antico satiro, fu una figura importante nei miti di Dioniso ed era spesso ritratto come ubriaco e buffo. Un mito famoso è quello di Apollo e Marsia, in cui Marsia, un altro satiro, sfidò Apollo in una gara musicale e perse. La punizione di Marsia da parte di Apollo è diventata un simbolo di sconfitta e orgoglio eccessivo.
Fauni e Satiri rappresentavano l’idea di vivere in armonia con la natura e l’istinto. Erano creature ambivalenti, che potevano essere sia amichevoli che pericolose. La loro rappresentazione varia in base al contesto culturale e al periodo storico, ma spesso rifletteva il desiderio umano di connettersi con il mondo naturale e celebrare la vita in tutte le sue sfumature.
Geni, le entità spiritiche protettive
I Geni (Genius) romani sono figure mitologiche e concetti complessi che hanno svolto un ruolo fondamentale nella cultura e nella religione romana. Il termine Genius ha radici nel latino e deriva dalla parola gignere, che significa generare o creare. I Romani credevano che ogni individuo, ogni famiglia e addirittura ogni luogo avesse il proprio Genio, un’entità spirituale che incarna la creatività, la generatività e la vitalità di quella persona o luogo specifico. Questa idea era centrale nella religione romana e nella loro comprensione del divino.

Il Genio era spesso associato a un’entità protettrice. Ogni persona aveva il suo Genio personale, che era considerato come la forza creativa e ispiratrice che guidava la loro vita. Questi spiriti protettori erano responsabili della prosperità, della fertilità e del benessere delle persone e delle comunità a cui erano legati. L’adorazione di questi spiriti era una parte cruciale della religione romana. Gli individui onoravano il proprio Genio attraverso preghiere e offerte, specialmente durante le festività religiose, come il giorno del compleanno. Le famiglie avrebbero avuto un altare domestico dedicato al Genio familiare, dove bruciavano incenso, facevano libagioni e offrivano cibi e vino.
Oltre ai Geni individuali e familiari, esistevano anche i Genius publici, spiriti protettori di città, province o istituzioni. Questi Geni erano spesso oggetto di culti pubblici e avevano templi dedicati a loro. Ad esempio, Roma stessa aveva il suo Genio, venerato nel tempio di Genius Populi Romani. Questi culti pubblici erano importanti per la coesione e l’identità delle comunità romane.
Con l’espansione dell’Impero Romano, il concetto di Genius fu adottato e adattato da altre culture con cui i Romani entravano in contatto. Questo sincretismo portò a un arricchimento della comprensione del divino. Ad esempio, i Romani associarono il loro Genio con il concetto greco di Daimon (o Daemōn) e il Genius Augusti con il culto dell’Imperatore.
Con la diffusione del Cristianesimo e il declino della religione tradizionale romana, il culto dei Geni iniziò a diminuire. Tuttavia, alcune tradizioni e convinzioni sopravvissero, e alcune pratiche influenzarono le credenze e le celebrazioni medievali europee.
Lari e Parentes, gli Spiriti tutelari
In alternativa alle divinità principali, un aspetto fondamentale della vita religiosa romana erano i Lari (Lares). I Lari erano gli spiriti dei defunti appartenenti alla propria famiglia, e la loro venerazione costituiva un elemento quotidiano essenziale nella vita di ogni famiglia romana. All’interno delle abitazioni, era comune trovare un luogo sacro noto come lararium o larario, generalmente situato nell’atrio della casa. Questo larario ospitava piccole statuette dei Lares, e da qui, essi vegliavano sulla famiglia e lavoravano per garantirne la prosperità.
Le varie tipologie di Lari
Spesso, i rituali per onorare i Lares, i Penates e i Panes venivano combinati in complesse cerimonie familiari. Questi spiriti erano conosciuti con vari nomi:
- Lari famigliari (Lares familiaris), gli spiriti protettori della casa, della famiglia e del focolare domestico;
- Lari delle strade (Lares viales), i custodi delle vie;
- Lari tutelari del mare (Lares permarini), che esercitavano la loro protezione durante la navigazione sul mare;
- Lari prestabiliti (Lares praestites) che presiedevano alla difesa dell’Urbe (l’insieme degli edifici e delle infrastrutture);
- Lari di Augusto (Lares Augusti), per estensione, i Lari della famiglia imperiale;
- Lari Compitali (Lares Compitales), protettori dei crocicchi, posti al centro di una contrada (vicus).
Durante la festa dei Compitalia, che aveva luogo il 22 dicembre, si rendeva omaggio ai Lari Compitali (Lares Compitales) per invocare la loro protezione sulla comunità locale.

I Romani dedicavano preghiere e offerte ai Lari quotidianamente, durante tutto l’anno, poiché la loro benevolenza era essenziale per il benessere della famiglia. Tuttavia, in occasioni speciali come i compleanni, i matrimoni, gli anniversari, i viaggi e i ritorni, si celebravano rituali più elaborati per assicurare la protezione e la prosperità. Inoltre, quando una famiglia si trasferiva da una casa all’altra in modo definitivo, i Lari e i Penati erano trasportati con cura per garantire che la loro benevolenza continuasse a vegliare sulla famiglia nella nuova residenza.
Questo legame profondo tra i Lari e la vita familiare riflette la centralità della religione nella vita quotidiana dell’antica Roma e la connessione diretta tra gli spiriti dei defunti, la casa e il benessere della famiglia. La venerazione dei Lari era una pratica radicata nell’identità romana e rappresentava un modo concreto per garantire la protezione e la prosperità della famiglia in un mondo ricco di divinità e forze spirituali. E proprio per questo, ogni famiglia romana onorava i Lari con piccole statuette o altari all’interno delle proprie case. Questi altari domestici erano luoghi di venerazione in cui si offrivano preghiere e piccoli doni come cibi, fiori e incenso.
Lari Compitali (Lares Compitales)
I Lari Compitali (Lares Compitales) erano entità mitologiche romane che svolgevano un ruolo significativo nella religione e nella vita quotidiana degli antichi Romani. Li menziono in questo articolo dedicato ai fantasmi dell’antica Roma, perché il nome Lares deriva dalla parola latina Lars, che significa spirito protettore (o divinità del luogo). I Lari Compitali erano specificamente associati alla protezione delle intersezioni stradali, delle piazze e dei crocevia. Essi erano considerati quindi i guardiani degli spazi di confine e degli incroci, sia in senso geografico che metaforico.
Il culto dei Lari Compitali coinvolgeva offerte e preghiere per assicurare la loro protezione e benevolenza. Le piazze e gli incroci stradali erano spesso adornati con piccole cappelle o altari dedicati a queste entità e durante le festività e le celebrazioni, si tenevano processioni e cerimonie in onore di questi spiriti. Una di queste feste era Compitalia, celebrata ogni anno a gennaio. Durante questo periodo, le persone decoravano le loro case con ghirlande e facevano offerte di cibi, vino e incenso nei santuari dei Lari Compitali. Inoltre, si svolgevano giochi, parate e altre attività sociali per celebrare l’importanza di questi spiriti nella vita comunitaria.
Anche se la religione romana è andata in declino con l’ascesa del Cristianesimo, alcuni elementi delle credenze e delle pratiche legate ai Lari Compitali hanno lasciato un’impronta duratura nella cultura europea, come ad esempio, l’usanza di decorare alberi o pali all’incrocio di strade, che ha radici nelle cerimonie di questi spiriti, può essere vista nelle tradizioni natalizie.
Compitalia, la festa dedicata alla strada
Nel paragrafo precedente ho accennato alla Compitalia, una festa romana di antica data che aveva come scopo principale onorare gli spiriti protettori delle vie e delle incroci (i Lares Compitales) e celebrare la comunità locale. La parola Compitalia deriva da compitum, che significa incrocio, e questa festività aveva luogo proprio presso gli incroci delle strade.

Queste festività romane si tenevano nel mese di dicembre, con una data principale il 3 dicembre e una festa secondaria il 5 dicembre. La festa del 3 dicembre era la più importante e veniva chiamata Compitalia proper (o Compitalia publica). In origine, le Compitalia erano festività di natura campestre, legate alla semina e alle attività agricole, ma successivamente furono osservate anche nella città di Roma.
Durante le festività, venivano eretti altari stradali (detti compita) presso gli incroci delle strade. Questi altari erano decorati con offerte e preghiere. Ogni famiglia del quartiere partecipava all’allestimento e alla cura di questi altari, rafforzando così i legami comunitari. Si facevano offerte di cibi, bevande e piccoli doni agli Lari Compitali come segno di rispetto e riconoscenza per la loro protezione. Le preghiere erano rivolte agli spiriti affinché continuassero a vigilare sulla comunità e la proteggessero dai pericoli.
Ma le Compitalia erano anche un’occasione per celebrare la vita comunitaria romana. Le famiglie del quartiere si riunivano per partecipare alle cerimonie, rinforzando i legami sociali e il senso di appartenenza alla comunità. Era un momento in cui gli schiavi godevano di una certa libertà e partecipavano alle celebrazioni insieme ai loro padroni.
Lemuri, gli Spiriti inquieti dell’antica Roma
I Lemuri, nella cultura romana antica, erano considerati spiriti inquieti, simili ai moderni poltergeist, noti per disturbare le case e le persone finché le loro preoccupazioni o ira non venivano placate. Questi spiriti, non solo avevano la fama di causare turbamenti nelle case, ma persino di influenzare la vita delle persone, portando con sé una sorta di aura di irrequietezza.
I lemuri erano spesso associati a situazioni particolari, con due cause principali di infestazione:
- la prima causa era la più comune ed era legata a riti funerari inadeguati o al mancato rispetto delle volontà del defunto, come stabilite in un testamento. In un periodo in cui il culto degli antenati e il rispetto per i defunti avevano una grande importanza, i lemuri erano considerati vigilanti delle pratiche funerarie adeguate. Se i rituali non venivano eseguiti correttamente o se le volontà del defunto venivano disattese, si credeva che questi spiriti si scatenassero, disturbando le vite dei vivi finché non veniva ripristinata la correttezza dei riti funerari.
- la seconda causa era associata a situazioni di ingiustizia o omicidio irrisolto. Quando un omicidio non era stato ancora portato davanti alla giustizia o quando l’assassino rimaneva impunito, i lemuri erano creduti in cerca di giustizia. Questi spiriti inquieti tormentavano le vite delle persone coinvolte, causando disagio e turbamenti finché non veniva fatta giustizia.

È interessante notare che i lemuri spesso affiorano nella letteratura latina, come nel caso dei Fasti del poeta romano Publio Ovidio Nasone, noto semplicemente come Ovidio (43 a.C.-17 o 18 d.C), poiché le loro storie tendevano a generare racconti affascinanti e coinvolgenti.
Per cercare di risolvere questi disturbi causati dai lemuri, i Romani adottavano vari rimedi. Potevano includere offerte propiziatrici, preghiere e rituali speciali per placare questi spiriti irrequieti. L’antica religione romana aveva pratiche specifiche per cercare di ristabilire l’equilibrio e la pace tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti, inclusi i lemuri.
Lemuria, la festa romana dedicata ai Fantasmi
Una delle feste romane più importanti era Lemuria (o Lemuralia), celebrata per onorare i lemuri o le anime dei morti. Era un rituale importante che si svolgeva nei mesi di maggio, specificamente il 9, 11 e 13 di maggio. Questa festa era legata alle credenze romane relative ai fantasmi, agli spiriti degli antenati e ai rituali funerari. In questa ricerca approfondiremo l’origine, la pratica e il significato delle Lemuria nell’antica Roma.

Le Lemuria avevano origini oscure, ma si credeva che fossero state istituite da Romolo (771-717 a.C.), il leggendario fondatore di Roma, in onore del suo fratello Remo (771-753 a.C.), che si narra fosse stato ucciso da Romolo. Il nome Lemuria deriva da lemures, un termine latino che si riferisce proprio ai lemuri, gli spiriti inquieti dell’antica Roma. La festività era dedicata all’espiazione dei peccati o dei mali causati dai morti o dai lemuri. Era un momento in cui si cercava di placare o allontanare gli spiriti malevoli per garantire la pace e la prosperità.
Le celebrazioni delle Lemuria erano condotte principalmente dal padre di famiglia, che svolgeva un ruolo centrale nel rito. Il rituale includeva diverse azioni specifiche:
- Purificazione: La festa iniziava con una purificazione. Il padre di famiglia si svegliava di notte, indossava una veste diurna bianca e scopava la casa, gettando fave con gesti di scacciamento per allontanare gli spiriti maligni.
- Lustratio: Il rituale principale coinvolgeva il padre di famiglia che faceva un’offerta di cibo (solitamente fave) e vino ai lemuri. Recitava formule speciali con le parole «Lemures, velut manes, audi» (ovvero, «O lemuri, come anime, ascoltate»). L’idea era di placare gli spiriti affamati che potrebbero tormentare i vivi se non fossero stati soddisfatti.
- Rituale di Espiazione: Il padre di famiglia camminava a passi indietro, versando il vino e gettando le fave per calmarne gli spiriti. Faceva rumore con pentole e padelle per allontanare gli spiriti cattivi.
- Lavaggio: Dopo il rituale, il padre di famiglia faceva un gesto di purificazione, lavandosi le mani tre volte.
Queste feste avevano un duplice significato duplice e scopo: da un lato, servivano a onorare e a ricordare i defunti, rafforzando il legame tra i vivi e gli antenati; dall’altro, le cerimonie erano un atto di purificazione, mirando a scacciare gli spiriti dei morti inquieti, evitando che portassero sfortuna o malattia alla famiglia.
Ma come si svolgeva Lemuria?
Ovidio ci offre una preziosa descrizione di una festa in cui si praticava un rito per allontanare gli spiriti maligni durante la notte. Questo complesso rituale era condotto dal capo della famiglia, il quale si alzava a mezzanotte, un momento in cui gli spiriti venivano ritenuti particolarmente attivi. Il rituale comprendeva diverse fasi significative.
Innanzitutto, il capofamiglia si dirigeva verso una fonte d’acqua pura, dove lavava le mani. Questo atto simbolico aveva lo scopo di purificare il capofamiglia e prepararlo spiritualmente per quanto doveva accadere. Dopo il rito dell’abluzione, intraprendeva un gesto insolito: camminava per tutta la casa a piedi nudi. Questa pratica serviva a rappresentare una sorta di penitenza o rinuncia alle comodità quotidiane, dimostrando la serietà del momento e la determinazione a scacciare gli spiriti maligni. Inoltre, camminare a piedi nudi aveva un significato simbolico poiché la nudità dei piedi era associata alla purificazione e alla separazione dalla terra impura.
Un aspetto centrale del rituale consisteva nel gettare fagioli neri sopra la spalla, senza mai guardare indietro. Mentre faceva ciò, il capofamiglia recitava una formula nove volte, dicendo: «invio questi, con questi fagioli redimo me e ciò che è mio». Questo gesto rituale era concepito per allontanare gli spiriti maligni e proteggere la famiglia.

In aggiunta, veniva pronunciata un’altra invocazione: «Manes exite paterni», che poteva essere tradotto come «uscite, o spiriti degli antenati». Durante questa parte del rito, la famiglia percuoteva dei vasi di bronzo nove volte, ripetendo l’invocazione: «Fantasmi dei miei padri e antenati, è andato!» Questo atto era finalizzato a respingere qualsiasi influenza negativa o presenza malevola.
La scelta dei fagioli neri aveva radici profonde nella religiosità romana. I fagioli erano associati alla Dea Bianca, e solo le sue sacerdotesse erano autorizzate a piantarli o cucinarli. La connessione tra i fagioli e il culto delle streghe in Scozia si rifà a tempi antichi, quando solo le sacerdotesse della Dea Bianca avevano il permesso di manipolare i fagioli. Questo collegamento suggerisce un’antica continuità nella venerazione della Grande Dea Infera e delle sue sacerdotesse, che, a causa della paura della morte, furono talvolta percepite come streghe.
Va notato che i fagioli neri simboleggiano l’insetto che si rinchiude in un bozzolo per poi emergere come una farfalla, rappresentando la trasformazione. Essi rappresentano anche il guscio che si rompe per liberare nuovi semi, simbolizzando il ciclo di vita e morte, nonché la continua trasformazione dalla morte alla vita.
Con l’avvento del Cristianesimo e la caduta dell’Impero Romano, molte delle tradizioni pagane, comprese le Lemuria, persero gradualmente importanza. La Chiesa sostituì molte delle pratiche pagane con feste cristiane. La tradizione delle Lemuria scomparve in gran parte, ma alcune influenze delle feste dei defunti pagane possono essere riscontrate nelle celebrazioni cristiane come il Giorno dei Morti (una festa celebrata anche in Messico).
Mani e dii Manes
I Mani rappresentavano un aspetto significativo della religione e della cultura romana, poiché erano le anime collettive dei defunti, conosciute anche come Dii Manes. Questi spiriti dei defunti erano considerati divini e costituivano una parte fondamentale delle credenze religiose romane inerenti al mondo degli spiriti e alla vita oltre la morte. Rappresentavano le anime collettive di coloro che avevano attraversato la soglia tra la vita terrena e il regno dell’aldilà ed era ampiamente accettato che fossero divenute divinità minori, con un ruolo particolare e sacro.

Si riteneva, infatti, che la criniera, una sorta di scintilla divina che aveva animato gli individui durante la loro esistenza terrena, risiedesse nella loro testa. Questa parte del corpo era vista come il punto focale in cui risiedeva l’essenza spirituale di un individuo, e quindi era trattata con grande rispetto e venerazione.
Per onorare e mantenere un legame con i propri antenati, molte famiglie romane realizzavano busti o ritratti dei defunti, che erano conservati gelosamente all’interno delle loro case. Questi busti non erano semplici rappresentazioni artistiche, ma erano considerati un punto focale per la comunicazione con i Mani. Si credeva che questi spiriti ancestrali visitassero periodicamente il mondo dei vivi, e i busti dei membri della famiglia fornivano loro un luogo dove risiedere durante queste visite. In questi momenti, le famiglie offrivano preghiere, incenso e doni come segno di rispetto e devozione ai loro antenati e agli spiriti dei Mani.
Numen, gli Spiriti delle persone morte in giovane età
Nell’antica Roma, la spiritualità era intrinsecamente legata alla vita quotidiana, e una parte essenziale di questa fede era la venerazione degli spiriti, soprattutto a quelli protettori, tra i quali c’erano anche i Numi (Numen). Queste entità erano spiriti divini o essenze che personificavano il potere o la forza nei vari aspetti della vita. Essi erano considerati divinità minori o potenze divine che vigilavano su specifici aspetti del mondo naturale e umano.
I Numen potevano rappresentare entità astratte come la fertilità, la crescita, la protezione, l’abbondanza, la pace o aspetti specifici della vita quotidiana come la casa, il granaio o il fiume. Ciascun aspetto della vita romana era governato da un Numina, e la loro venerazione era una pratica quotidiana che coinvolgeva offerte, preghiere e rituali. Ecco alcune delle principali divinità Numen nell’antica Roma:
- Vesta: Numina del focolare e del fuoco domestico, Vesta era onorata nella casa romana con un fuoco sacro che doveva essere costantemente acceso.
- Mars: Numina associati alla guerra, Mars era invocato dai soldati prima della battaglia per protezione e vittoria.
- Ops: Numina della fertilità agricola e dell’abbondanza, Ops era venerata per garantire raccolti abbondanti.
- Juno: La Numina associata al matrimonio e alla maternità, Juno veniva invocata nelle cerimonie nuziali.
- Neptune: Numina dei mari e dei fiumi, veniva onorato dai marinai e dai commercianti.
Le cerimonie potevano variare da un semplice gesto di gratitudine a elaborati rituali, a seconda dell’importanza del Numina. Ad esempio, in un rituale agricolo, contadini avrebbero fatto offerte di cibo e libagioni per assicurare una buona stagione di raccolto. Ogni famiglia romana aveva un Numina protettore, spesso associato al luogo in cui vivevano o al loro mestiere.
Panes e Penates
Nell’antica Roma, i Panes e i Penates (o Penati) erano considerati esseri spirituali di grande importanza, spesso associati alla dispensa e alla cucina delle case. Il termine Panes aveva un significato letterale che si traduceva in pane, ed erano proprio i protettori del pane di altri alimenti. La presenza di questi spiriti garantiva che la famiglia avesse sempre a disposizione il pane necessario e la protezione dai danni e dalla deteriorazione di questo alimento, rappresentava un aspetto chiave del loro ruolo. Era consuetudine che le famiglie romane mostrassero la loro gratitudine verso i Panes prima di ogni pasto, rendendo omaggio a questi spiriti per la loro generosità.

In onore dei Panes e dei Penates, le famiglie mettevano da parte una porzione del cibo che veniva cucinato e consumato durante il pasto, e questa parte veniva bruciata come un’offerta votiva. Questo atto simbolico rappresentava un ringraziamento formale e un modo per mantenere una relazione armoniosa con questi spiriti domestici. In questo modo, i Romani mostravano rispetto per la loro presenza costante nella vita quotidiana e riconoscevano la loro importanza per la prosperità e la sicurezza della famiglia.
Seppur sia i Panes che i Penates erano due tipi di spiriti protettori nell’antica religione romana, e sebbene condividessero alcune somiglianze, esisteva una distinzione tra di loro. I Penates, infatti, erano più ampiamente associati alla protezione della casa e del suo contenuto, compresi gli oggetti domestici e quindi non solo le provviste. Il termine Penates sembra derivare dalla parola latina penus, che si riferisce alle provviste e ai beni di prima necessità. Avevano la responsabilità di garantire la sicurezza e la prosperità della casa, e non erano specificamente legati alla dispensa come i Panes. Erano spesso rappresentati da immagini o statuette all’interno della casa, simboleggiando la loro protezione su tutti gli aspetti della vita domestica.
Parentes, gli Spiriti degli antenati
Un’altra categoria spirituale erano i Parentes. Questi erano gli spiriti degli antenati, spesso venerati in modo particolare, con riferimento alla madre (Parentes Materni) e al padre (Parentes Paterni). Questi spiriti degli antenati rappresentavano un ponte tra le generazioni passate e presenti, e le famiglie li onoravano per ricevere la loro guida, la benedizione e il sostegno nelle sfide della vita quotidiana.
L’etimologia del termine Parentes deriva dal latino parere, che significa apparire o manifestarsi. Questo nome riflette la credenza romana che gli spiriti dei defunti apparissero e interagissero con i vivi, specialmente con i membri della loro famiglia. La presenza dei Parentes era considerata benefica per la famiglia e il suo benessere, e quindi doveva essere onorata e rispettata. Erano erano considerati spiriti benevoli che continuavano a vegliare sulla famiglia dopo la morte. Erano gli antenati, i genitori, i nonni e gli altri membri della famiglia che erano deceduti.
La venerazione dei Parentes aveva luogo principalmente all’interno della casa. Ogni famiglia romana aveva un piccolo altare domestico o uno spazio dedicato agli spiriti degli antenati, noto come lararium. Questo spazio sacro ospitava piccole statue o ritratti dei Parentes defunti. Durante questi rituali, i membri della famiglia potevano rendere omaggio ai Parentes attraverso preghiere, canti, offerte di cibo, vino e incenso. L’obiettivo era mantenere una connessione spirituale con gli antenati e chiedere la loro protezione e la loro guida nella vita quotidiana. Questi rituali erano spesso condotti dal capofamiglia, che fungeva da ponte tra i vivi e i Parentes.

Inoltre, vi erano feste dedicate ai Parentes che rappresentavano momenti di particolare importanza nella vita familiare. Si chiamavano Parentalia, durante le quali le famiglie commemoravano e onoravano i loro defunti, e i caristia, in cui si celebrava l’unità familiare e si offrivano ringraziamenti agli spiriti degli antenati.
Parentalia, la venerazione degli antenati
Come già accennato, la Parentalia era una festa romana dedicata alla venerazione degli antenati e dei defunti, rappresentando uno degli aspetti più significativi della religione e delle credenze romane nell’antichità. Questa festività aveva una durata di nove giorni e aveva lo scopo di commemorare e onorare gli spiriti dei defunti, sia come individui che come parte di una comunità familiare più ampia. La Parentalia era un periodo di profonda riflessione sulla vita e sulla morte, e rappresentava il legame tra le generazioni passate e presenti. Questo culto degli antenati si rifletteva nel termine latino manes, che si riferiva agli spiriti dei defunti.
La Parentalia iniziava il 13 febbraio e durava fino al 21 febbraio, con un’importante interruzione il 21 febbraio quando si celebravano le Feralia, una festa dedicata a tutti i defunti in generale. Durante la Parentalia, le famiglie romane si dedicavano a una serie di pratiche religiose, tra cui visite ai sepolcri degli antenati, offerte di cibo, bevande e fiori, e cerimonie di purificazione.

Uno dei rituali principali della Parentalia era la visita ai sepolcri degli antenati. Le famiglie portavano sui sepolcri o in altri luoghi sacri, le offerte e libagioni per gli spiriti dei defunti, perché si credeva che spiriti si nutrissero delle essenze spirituali delle offerte. Le cerimonie di purificazione, con acqua e incenso, avevano invece lo scopo di assicurare che gli spiriti dei defunti fossero accolti con rispetto e buona volontà. Si usavano per purificare il luogo sacro. I sepolcri erano illumnati da lampade e decorati con i fiori, motivo per cui ancora oggi ci sono lampade votive sulle lapidi ed esiste l’usanza di portare omaggi floreali sulle tombe dei nostri cari defunti. In epoca romana, lampade e fiori, avevano lo scopo di creare un ambiente di rispetto e onore per gli spiriti dei defunti.
Ma Parentalia era molto più di un semplice rito religioso, perché era anche un momento di riflessione sulla continuità delle generazioni, un’occasione per riconoscere i contributi degli antenati e per ringraziarli per il bene che avevano portato alle famiglie. Era anche un momento in cui i legami familiari e comunitari venivano rafforzati attraverso la condivisione di cibi e di traduzuibu.
La differenza tra Parentalia e Feralia è che se la prima aveva lo scopo principale di venerare gli antenati e di rafforzare il legame tra i vivi e i manes della propria famiglia, la seconda era principalmente dedicata alla venerazione dei manes, gli spiriti dei defunti in generale, per placare e onorare tutti gli spiriti dei defunti, non necessariamente quelli legati a quella specifica famiglia.
Silvanali e Silvani, gli spiriti della natura
I Silvanali sono spiriti legati alla foresta e alla natura nell’antica mitologia romana. Essi sono spesso confusi con i Silvani, spiriti protettori delle foreste, ma i Silvanali sono un gruppo di divinità minori che rappresentano aspetti specifici della vita nella natura selvaggia. Il loro nome deriva da Silva, che in latino significa foresta, sottolineando la loro connessione con gli ambienti boscosi.
La differenza tra Silvanali e Silvani è che i primi erano spiriti minori o divinità minori che avevano ruoli specifici e specializzati all’interno dell’ambito delle foreste. Ogni Silvanale era associato a un aspetto particolare della vita nella foresta o delle attività umane legate ad essa (ad esempio, c’erano Silvanali legati alla caccia, alla raccolta di erbe medicinali e ad altri aspetti della vita selvaggia); mentre i secondi erano spesso descritti come spiriti eterei o divinità della natura che incarnavano lo spirito della foresta.
Queste entità erano venerate principalmente nelle aree rurali, dove la dipendenza dalla foresta per risorse come legna da ardere, caccia e raccolta di cibo era significativa. La gente faceva loro offerte e preghiere per garantirsi una caccia abbondante, il successo nella raccolta di erbe medicinali o la protezione contro i pericoli della foresta. Le offerte potevano includere libagioni di vino, cibi o oggetti simbolici legati agli attributi specifici di ciascuno spirito.

Oltre ai Silvani che proteggevano le foreste, c’erano anche altri spiriti a protezione di specifiche aree naturali, come ad esempio le Naiadi (ninfe delle acque) e le Camene (ninfe delle sorgenti). Questi spiriti e divinità formavano un pantheon complesso che incanalava la sacralità della natura in vari aspetti della vita quotidiana.
Con l’ascesa del cristianesimo nell’Impero Romano e la successiva conversione della popolazione, la venerazione dei Silvanali e degli altri spiriti legati alla natura diminuì progressivamente. La cristianizzazione portò a una sostituzione delle antiche credenze e pratiche religiose con quelle cristiane.
Strigi, gli Spiriti demoniaci della notte
Le Strigi erano creature leggendarie dell’antica Roma, spesso associate a credenze sulla magia nera, il male e l’occultismo. Questi esseri misteriosi avevano una reputazione oscura e incutevano timore nella società romana. Il termine Strigi è stato utilizzato per designare creature notturne, spesso demoniache, che si dicevano divorassero bambini e animali e si nutrissero del sangue delle loro vittime. La parola Strige potrebbe derivare dalla parola latina striga, che significa gufo o uccello notturno. Questo collegamento tra le creature notturne e gli uccelli notturni potrebbe spiegare l’associazione con creature simili a streghe o vampiri.

Ho deciso di includere queste creature tra i fantasmi dell’antica Roma, perché la loro manifestazione si diceva fosse spiritica prima che fisica. Erano spesso descritte come esseri femminili, anche se la loro forma esatta variava nelle leggende. Potevano apparire come donne vecchie e brutte, ma potevano anche trasformarsi in uccelli rapaci, come gufi o avvoltoi. Questa abilità di cambiare forma era tipica di molte credenze legate alle Strigi. Il cambiamento in un uccello notturno era visto come un segno distintivo delle Strigi, spesso utilizzato per spaventare le persone.
Si credeva che queste entità si nascondessero nell’oscurità e usassero i loro poteri malefici durante la notte. A causa del terrore associato a queste creature, la società romana aveva diverse pratiche e rituali per proteggersi, come l’uso di amuleti, incantesimi e preghiere per allontanarle. Indubbiamente la credenza in questo tipo di entità ha influenze dai miti e dalle leggende greche, in particolare dalle Lamie, che erano anche considerate esseri demoniaci notturni.
Umbrae, i Fantasmi affamati
Le Umbrae, conosciute anche come ombre, rappresentavano gli spiriti dei defunti che, per vari motivi, ritornavano al mondo dei vivi, soprattutto quelli che erano morti di fame. Questi fantasmi potevano anche essere chiamati con altri nomi: imagines, species, e immanes (senza forma). Gli Umbrae non erano né benevoli né malevoli, ma la loro interpretazione poteva variare a seconda di come si manifestavano a una persona.
Se uno spirito appariva in sogno, era solitamente considerato di buon auspicio. Questo era particolarmente vero se lo spirito apparteneva a una persona cara e, soprattutto, se trasmetteva informazioni importanti, come la posizione di un testamento o la collocazione di oggetti di valore che la famiglia riteneva persi. Al contrario, se lo spirito di uno sconosciuto appariva in sogno, questo era considerato un segno di cattivo auspicio.

Peggio ancora, se uno spirito appariva a una persona mentre era sveglia, ciò veniva interpretato come una sorta di ossessione o punizione per qualche atto errato compiuto dalla persona in vita. In tali casi, era necessario esaminare le azioni passate, come trascurare un rito funebre, e cercare di fare ammenda.
Gli Umbrae venivano onorati durante le festività dei Feralia e delle Lemuria, ma per garantire la propria protezione, le persone indossavano amuleti e ciondoli o li posizionavano sugli stipiti delle porte o nelle stanze al fine di placare questi spiriti e tenerli a distanza.
Oltre ai sogni, le Umbrae potevano manifestarsi quando le torce venivano accese durante la serata o quando venivano spente al mattino. La forma più comune di apparizione era quella di un essere umano, che potesse essere un parente o uno sconosciuto, in cerca di assistenza per risolvere questioni irrisolte o vendicare torti subiti. Queste richieste potevano includere la localizzazione del proprio cadavere e la sua degna sepoltura, la manutenzione della tomba o la consegna dell’assassino alla giustizia.
Il Fantasma e Atenodoro
Un’illustre esempio di questo genere di manifestazioni paranormali è certamente rappresentato dalla celebre storia di fantasmi romana raccontata in una lettera di Plinio il Giovane (61 o 62-114 d.C.), uno scrittore e magistrato romano, nipote dello zio materno Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che si occupò di lui adottandolo dopo la morte del padre e gli diede il proprio nome. La lettera di Plinio il Giovane era indirizzata all’amico Lucio Licinio Sura (40-108 d.C.), un politico e militare romano contemporaneo e amico intimo del Princeps, Traiano (53-117 d.C.).
Questo affascinante racconto a cui ho dedicato un intero articolo, ci porta ad Atene, dove una maestosa dimora spaventosamente deserta diventò oggetto di sinistra reputazione. La casa era condannata da un’aura di infestazione e spaventosi rumori notturni che si propagavano in modo sinistro tra le sue mura. In particolare, il tintinnio di catene invisibili, all’apparenza sempre più vicine, tormentava la quiete della notte. Nonostante la sua lugubre fama, la casa rimaneva invenduta e nessuno osava prenderla in affitto.

Tuttavia, un filosofo audace e razionale di nome Atenodoro (Atenodoro di Tarso, o Atenodoro Cananita o Atenodoro Calvo, 74 a.C.-7 d.C.), fece la sua comparsa ad Atene. Egli, ancorché sdegnasse le credenze nelle apparizioni spettrali, vide nell’opportunità di affittare la casa un’occasione economica troppo allettante. La notte, mentre era immerso nei suoi pensieri, Atenodoro udì lo spaventoso rumore di catene che si agitavano. Tuttavia, invece di lasciarsi sopraffare dalla paura, il filosofo rimase calmo e risoluto. Col passare del tempo, il suono delle catene divenne sempre più vicino, finché non lo pervase direttamente. A quel punto, Atenodoro alzò lo sguardo e si trovò di fronte a uno spettro.
Il fantasma, un vecchio dai lunghi capelli e barba incolti, era chiaramente visibile come se fosse legato da catene sia alle braccia che alle gambe, in una scena che fece gelare il sangue del filosofo. Nonostante la tensione e l’orrore del momento, Atenodoro riuscì a mantenere la sua compostezza stoica e disse al fantasma di attendere, tornando a ciò che stava facendo. Tuttavia, lo spettro persistette nella sua richiesta e, alla fine, Atenodoro cedette. Si alzò dal suo posto e seguì il fantasma che si allontanò lentamente attraverso le stanze buie della casa.
Il fantasma condusse il filosofo nel cortile posteriore e, al momento in cui giunse a un certo punto, scomparve nel nulla. Atenodoro, lesto nel tracciare una marca nel terreno, si ritirò per la notte. Quando l’alba ruppe il nuovo giorno, Atenodoro si rivolse alle autorità cittadine con la sua straordinaria testimonianza. Le autorità decisero di indagare nella zona segnata dal filosofo e, per grande meraviglia, scoprirono uno scheletro umano legato in catene, riaffiorato dalle profondità della terra.
Lo scheletro ricevette infine una sepoltura degna e appropriata, e da quel momento in poi, l’infestazione che aveva afflitto la casa ad Atene, scomparve per sempre. Questo affascinante episodio rappresenta un esempio classico di un’apparizione spettrale completa, insorta tra il calare delle tenebre e l’albeggiare del giorno, al fine di risolvere un antico mistero e concedere alla povera anima errante la pace nell’aldilà.
Analisi e studio personale sulla vicenda di Atenodoro
Nel caso in cui, come nell’incidente vissuto da Atenodoro, la casa fosse stata il teatro di un omicidio, la sola soluzione per porre fine all’infestazione era rappresentata da un funerale completo, che includesse tutti i riti e le cerimonie necessarie. Se il nome della vittima fosse stato conosciuto, era consuetudine erigere un monumento o una lapide sulla sua tomba.
Riguardo la trama della storia di Atenodoro e il fantasma, il nucleo è il classico luogo infestato da uno spirito tormentato che non può trovare pace fino a quando le sue spoglie mortali non vengono ritrovate e riposte in modo appropriato con un degno rito di sepoltura, è una narrativa intrisa di familiarità.
Questo concetto è profondamente radicato nella cultura e nella letteratura, con numerosi esempi che ne fanno uso anche nella cultura contemporanea, tra cui alcuni romanzi di successo come La donna in nero (The Woman in Black) del 1983 di Susan Hill e Coraline (2002) di Neil Gaiman e illustrato da Dave McKean, sena dimenticare La leggenda di Sleepy Hollow (The Legend of Sleepy Hollow) di Washington Irving (1783-1859) del 1820.

Un antico prototipo di questa storia può essere rintracciato nell’Odissea di Omero, il cantore greco del VIII secolo a.C.), più precisamente nel libro XI. Qui, l’eroe Ulisse (Odisseo) affronta un incontro straordinario mentre viaggia nell’oltretomba. Egli si imbatte nell’apparizione spettrale del suo compagno Elpenore, che si rivela essere vittima di un destino inquietante. Elpenore, mentre era sotto l’incantesimo di Circe, era caduto tragicamente dal tetto del suo rifugio notturno, subendo una morte prematura e violenta con la rottura del collo. Il suo fantasma, privo di pace, chiede a Ulisse un favore postumo: la sua anima tormentata ha bisogno di una degna sepoltura per trovare requie nell’aldilà.
Questo antico episodio dell’Odissea costituisce una delle prime istanze di un fantasma che cerca disperatamente la sua liberazione e la sua giusta sepoltura, ponendo le basi per una trama che si è ripetuta attraverso i secoli e in diverse culture.
La degna sepoltura
La degna sepoltura era di enorme importanza nella cultura romana. Era vista come un atto di pietà filiale e di rispetto verso i defunti e contribuiva a garantire che le anime dei trapassati potessero trovare pace nell’aldilà. Ecco alcune ragioni per cui la sepoltura era così cruciale per i Romani:
- Onore ai defunti: La sepoltura era considerata un dovere sacro. Non solo permetteva di congedarsi da coloro che erano venuti a mancare, ma era anche un atto di riconoscenza e rispetto verso le vite dei defunti. Ignorare la sepoltura o trattare le spoglie in modo disdicevole veniva considerato come un grave oltraggio.
- Preparazione per l’aldilà: I Romani credevano in un aldilà, dove le anime dei defunti potevano trovare pace eterna. Una degna sepoltura era essenziale affinché l’anima potesse raggiungere questo stato di riposo. La mancata sepoltura o il trattamento inadeguato dei resti potevano condurre a un’infestazione spirituale o a una condanna nell’aldilà.
- Trasmissione delle tradizioni familiari: La sepoltura aveva anche un significato legato alla tradizione familiare. Gli antenati e i predecessori venivano sepolti nei sepolcri di famiglia, creando un legame spirituale tra le generazioni. Mantenere questi rituali funebri era una parte fondamentale della continuità familiare.
- Leggi e norme: A Roma esistevano leggi e norme che regolavano le pratiche funerarie. La mancata osservanza di tali leggi poteva comportare sanzioni legali. Le autorità cittadine monitoravano da vicino le cerimonie funebri per garantire che fossero eseguite correttamente.
- Cerimonie di commiato: La sepoltura dava l’opportunità alla famiglia e agli amici di commemorare il defunto attraverso cerimonie di commiato, offrendo preghiere e tributi. Questi riti aiutavano la comunità a elaborare il lutto e a condividere la perdita.
Gli epitaffi sulle lapidi romane
Le lapidi romane spesso recavano nell’epitaffi le iniziali “D. M.“, che significava “Dis Manibus” (ovvero, “agli spiriti dei morti“), indicando che una nuova anima stava per unirsi a loro. Questo gesto era considerato un atto di cortesia, non solo verso i defunti che già riposavano nell’aldilà, ma anche verso il nuovo arrivato. I defunti avrebbero avuto il tempo di prepararsi all’arrivo della nuova anima, e quest’ultima avrebbe trovato un’accoglienza calorosa nell’Oltretomba. Questa pratica era intrisa di un profondo rispetto per la transizione dell’anima dal mondo terreno a quello spirituale, e rifletteva le credenze e le usanze dell’antica Roma in merito al destino delle anime dopo la morte.

Questa formula di apertura, anche se il resto dell’iscrizione potesse essere rovinato, indecifrabile o deteriorato nel tempo, costituiva una chiara indicazione che ci trovavamo di fronte a una lapide commemorativa e non a un altro tipo di iscrizione.
L’immagine qui accanto è di un’epigrafe funeraria risalente all’inizio III secolo d.C. (trovata in uno scavo in prossimità della Necropoli Vaticana) di una donna cristiana di nome Licinia Amias Terme. Oltre alla scritta romana troviamo più in alto una scritta in greco (ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ) che significa «Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi» e i simboli di due pesci (simboli cristiani che simboleggiano Gesù) e di un’ancora (rappresenta la stabilità e la fiducia, poiché funge da peso per mantenere la nave in posizione sicura e immobile).

Se siamo particolarmente fortunati, ciò che possiamo trovare su queste lapidi può andare oltre l’abbreviazione più comune “D.M.”. Talvolta, lo scalpellino potrebbe aver incluso una versione leggermente più dettagliata, come ad esempio “DIIS MANIB” (Dis Manibus) in cui la doppia “i” sta ad indicare “diis” (divinità). Un esempio di questo tipo di iscrizione può essere osservato su un’urna contenente ceneri, attualmente esposta nella galleria Ashmolean di Roma.
Questa forma più lunga dell’abbreviazione indicava un omaggio più elaborato e rispettoso ai manes e alle divinità che vegliavano sulle anime dei defunti. Queste lapidi funerarie costituivano un importante punto di contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, contribuendo a onorare e preservare la memoria dei predecessori mentre li affidavano alle cure e alla protezione delle divinità nell’aldilà.
R.I.P. Riposa In Pace, origini della frase ai cari defunti
La frase Riposa in pace (spesso abbreviata in R.I.P.) è una locuzione latina che ha una lunga storia e un significato profondo nella cultura e nella religione occidentali. La frase deriva dal latino Requiescat in pace. Dove Requiescat proviene dal verbo latino requiesco, che significa riposare o trovare riposo, In è una preposizione con lo stesso significato che conosciamo e Pace deriva dal latino Pax, che significa pace, per l’appunto. Pax viene utilizzato nelle forme in cui la parola precede altri termini, come Pax et bonum (Pace e bene), Pax tecum o Pax vobiscum (la pace sia con te o la pace sia con voi), etc.

Pax, era anche il nome della dea romana della pace, una parte importante del pantheon romano e ha radici nelle antiche credenze religiose dell’antica Roma. Era una divinità associata alla pace e all’armonia, ed era strettamente correlata all’equivalente greco, Eirene, la dea greca della pace. Pax era considerata la figlia di Giove (Jupiter), l’equivalente di Zeus per i Greci, il re degli dèi, e di Giustizia (Iustitia), la dea della giustizia. Questa genealogia sottolineava il legame tra la pace e la giustizia, suggerendo che la pace fosse un risultato della giustizia e dell’ordine divino.
Requiescat in pace è un’espressione utilizzata per esprimere l’auspicio che l’anima del defunto possa trovare pace e riposo dopo la morte e ha radici nelle antiche pratiche funerarie romane. Era comune incidere questa locuzione sulle tombe per augurare pace all’anima del defunto. L’uso di Requiescat in pace iniziò a diffondersi nel contesto cristiano.
Oggi, Riposa in pace o R.I.P. è comunemente utilizzato come espressione di condoglianze e rispetto per i defunti. Può essere scritto o detto quando si parla di una persona deceduta o nei messaggi di cordoglio per commemorare il suo passaggio. Questa espressione riflette il desiderio che l’anima del defunto possa trovare la pace eterna nell’aldilà.
L’Eterno Riposo
Nella liturgia cristiana, Requiescat in pace veniva spesso utilizzata nelle preghiere e nelle cerimonie funebri come un’invocazione di pace e perdono per l’anima del defunto. Poi, nel Medioevo, divenne una formula comune nelle epigrafi e nei monumenti funerari e fu utilizzata anche nei testi liturgici e nelle preghiere di intercessione per i defunti, come ad esempio L’Eterno Riposo (in latino Requiem aeternam), una preghiera cristiana che si rivolge a Dio chiedendo l’eterno riposo dell’anima dei defunti. Questa preghiera è una delle più note e importanti nella liturgia cristiana, ed è spesso associata alla commemorazione dei morti e alle celebrazioni funebri.
«Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen».
– preghiera de L’Eterno Riposo
(ovvero, «Dona loro il riposo eterno, o Signore, e splenda ad essi la luce eterna. Riposa in pace. Amen»)

La pratica di ripetere tre volte la preghiera de L’Eterno Riposo è radicata in una tradizione antica che ha le sue radici nel Vangelo e nella Bibbia. Tale ripetizione ha una valenza speciale nella spiritualità cristiana, in quanto la triplice affermazione di una cosa rappresenta una conferma e un rafforzamento della sua importanza. L’esempio più celebre di triplice negazione e riparazione, è legato a San Pietro, uno dei discepoli di Gesù. Nelle scritture, San Pietro negò tre volte di conoscere Gesù prima della crocifissione, ma in seguito, Gesù lo riabilitò chiedendogli tre volte «Mi ami tu?». Questo triplice confronto servì a riaffermare la lealtà e l’amore di San Pietro verso il Signore, sottolineando il potere del perdono e della redenzione.
Un altro esempio della triplice ripetizione si trova nelle preghiere del Papa durante l’Angelus, una preghiera cristiana che commemora l’Annunciazione dell’Angelo a Maria. Durante la recita dell’Angelus, la preghiera del Gloria viene ripetuta tre volte per enfatizzare la lode e la devozione a Dio.
Inoltre, la triplice ripetizione è associata a un concetto di pienezza e completezza nella tradizione cristiana. Essa serve a sottolineare l’importanza e la profondità del contenuto della preghiera, nel caso specifico de L’Eterno Riposo, che prega affinché le anime dei defunti possano trovare pace eterna. Questa triplice ripetizione rafforza la fiducia nella misericordia divina e nella speranza di un riposo eterno per le anime dei defunti.
Un altro significato riconducibile a questa concezione è che, proprio come il sonno è seguito dal risveglio, così la “dormizione” del corpo è seguita dal “risveglio” attraverso la resurrezione della carne. Questa prospettiva afferma che, una volta che il corpo muore, l’anima, separata dalla forma corporea, non cessa di esistere, ma prosegue in uno dei tre stati possibili: il Paradiso (dove si condivide la comunione con i santi), il Purgatorio o l’Inferno.
I Fantasmi in sogno di Apuleio
Un affascinante esempio di incontro con lo spirito di una persona amata che ritorna in sogno proviene dalla penna dello scrittore Lucio Apulèio Madaurense, noto semplicemente come Apuleio (125-170). Le Metamorfosi (in latino Metamorphoseon libri XI), noto anche come L’asino d’oro (Asinus aureus), ci introduce a un uomo di nome Trasillo, la cui vicenda amorosa si intreccia con quella di un amico, Tlepolemo, e un fantasma vendicativo.
Tutto ha inizio con una storia d’amore proibita, quando Trasillo si innamora della moglie del suo amico Tlepolemo, con conseguenze tragiche. Durante una caccia insieme, l’impulso della passione si trasforma in un atto di violenza, e Tlepolemo viene ucciso da Trasillo. Il fantasma di Tlepolemo appare in sogno a sua moglie, rivelandole i dettagli dell’omicidio e implorandola di vendicarlo. La moglie, profondamente addolorata e desiderosa di far giustizia per la morte del marito, decide di mettere in atto un piano di vendetta.

La donna invita Trasillo, che ha osato chiederle di poterla corteggiare, a casa sua, offrendogli vino con del sonnifero. Una volta che Trasillo è svenuto, ella agisce con ferocia, accecandolo con una forcina. Successivamente, corre alla tomba di suo marito, dove denuncia Trasillo come l’assassino e rivendica la sua vendetta, per poi porre fine alla propria vita con la spada. Trasillo, ormai cieco e intrappolato in un mondo di tenebre, si fa murare nella tomba di Tlepolemo, dove, incapace di sfuggire, muore di fame, una pena eterna per il suo crimine atroce.
Questo racconto di vendetta e giustizia postuma getta luce sulle credenze e le percezioni dell’antica Roma nei confronti dei fantasmi e delle loro interazioni con il mondo dei vivi. È una narrazione che attinge ai confini tra passione e violenza, amore e vendetta, portando alla ribalta il tema dei fantasmi come agenti di giustizia e redenzione nell’immaginario romano.
Il confronto tra i Fantasmi di Apuleio e quelli di Shakespeare
Nel racconto emergono anche personaggi e temi affascinanti legati all’evocazione di fantasmi e alla rivelazione di oscure verità. Oltre alla vicenda di Trasillo e Tlepolemo, troviamo il prete-mago egiziano Zatchlas che è il protagonista di un evento straordinario che coinvolge il fantasma del defunto Thelyphron. Questa inquietante apparizione spettrale svela alla folla riunita di essere stato avvelenato, un evento che agisce da fulcro centrale per la trama del romanzo.

Thelyphron rivela agli spettatori la sua tragica fine, rivelando che il suo avvelenamento è stato perpetrato da sua moglie, che all’apparenza sembrava mite e innocente, e dal suo amante. Questo rivelazione scioccante getta luce sulla perfidia e la complessità delle relazioni umane, dimostrando che le apparenze possono essere ingannevoli e che ciò che giace al di sotto della superficie può nascondere segreti oscuri. In questo senso, il romanzo di Apuleio anticipa tematiche che saranno esplorate in futuro da grandi opere letterarie, come Amleto di William Shakespeare (1564-1616).
La similitudine tra il fantasma di Thelyphron e il fantasma del padre di Amleto è notevole, poiché entrambi i fantasmi rivelano la verità su omicidi compiuti da membri della famiglia. Questi eventi sconvolgenti agiscono da catalizzatori per le vicende dei protagonisti e portano a una profonda riflessione sulle dinamiche familiari, la vendetta e la giustizia.
I Fantasmi che ritornano (anche nella letteratura antica)

Entrambi i fantasmi scritti da Apuleio furono utilizzati con grande abilità dal famoso drammaturgo romano Tito Maccio Plauto (tra 255 e 250 a.C.-184 a.C.) nella sua commedia intitolata Mostellaria, che tradotto significa La casa stregata. Questo capolavoro teatrale presenta gli archetipici personaggi dell’antica commedia romana: lo schiavo astuto e il padrone goffo. La trama ruota attorno al viaggio d’affari del padrone ateniese di nome Teopropide, che lascia temporaneamente la gestione della sua casa al suo figlio Filolache.
Filolache, ora senza supervisione, decide di prendere in prestito una considerevole somma di denaro per riscattare la schiava di cui è innamorato. Poi, con la sua nuova ricchezza temporanea, organizza una sontuosa festa nella residenza paterna. La festa è in pieno svolgimento quando il suo schiavo fidato, Tranio, giunge con notizie preoccupanti: Teopropide sta tornando a casa inaspettatamente e tornerà prima di quanto previsto.
La situazione si complica ulteriormente quando Tranio, per salvaguardare la festa e le facoltà di Filolache, decide di chiudere a chiave il giovane padrone e i suoi ospiti nella casa. Successivamente, Tranio incontra Teopropide all’esterno della residenza e, improvvisamente, gli racconta un’incredibile storia: afferma che la casa è infestata da un fantasma.

Secondo la narrazione di Tranio, Filolache aveva avuto un sogno inquietante durante la festa, quando un fantasma era apparso tra le torce illuminanti, svelando che era stato assassinato in quella stessa casa molti anni prima da un ex proprietario avido che lo aveva ucciso per impossessarsi del suo oro. Il corpo dell’uomo era stato segretamente nascosto nella casa, rendendo pericoloso l’ingresso a chiunque. Teopropide, credendo senza esitazione al racconto di Tranio, rimane all’oscuro della vera natura degli eventi.
Il motivo per cui il pubblico romano avrebbe trovato questa situazione così divertente è dovuto al fatto che Tranio, preso dalla fretta e dalla paura, ha mescolato due tipi di fantasmi ben noti nell’immaginario popolare: la visita in sogno e l’apparizione tra le torce. Questo errore nel racconto, apparentemente bizzarro, aggiunge un tocco di comicità alla situazione, poiché un fantasma sconosciuto assassinato in casa molto tempo fa non avrebbe mai dovuto apparire in un sogno, ovviamente per la tradizione dell’epoca.
L’Immagine Fantasma dei Romani

Patrick R. Crowley, nel suo meraviglioso libro The Phantom Image: Seeing the Dead in Ancient Rome del 2019, si distacca dalla tradizionale concezione di fantasmi, come descritto da Plinio il Giovane , ovvero figure umane evanescenti e inquietanti, che indicano i luoghi in cui riposano le loro spoglie incatenate. Invece, il libro di Crowley si concentra sulle antiche rappresentazioni visive legate al mondo dei fantasmi nell’antica Roma: pitture murali nelle tombe, mosaici e decorazioni dei sarcofagi. Questa opera, sottile ma ricca di contenuti, esplora il significato delle immagini dei fantasmi, entità così sfuggenti ed evanescenti, all’interno del contesto della cultura visiva dell’antichità.
Il libro inizia con un’immagine affascinante, un specchio di ossidiana lucida inserito nel muro, esattamente all’altezza degli occhi, all’ingresso del giardino della Casa degli Amorini Dorati a Pompei. Secondo quanto riportato nella Naturalis historia (Storia Naturale) scritta nel 77-78 d.C da Plinio il Vecchio, questa pietra rifletteva ombre piuttosto che immagini. Di conseguenza, quando un visitatore entrava nello spazio illuminato dal sole, vedeva se stesso come un’ombra anonima e senza volto, trasformandosi in un fantasma in un giardino dai colori monocromatici.
Inversioni visive di questo tipo, inquietanti e sconcertanti, venivano sfruttate anche da eserciti in contesti bellici. Gli scrittori e storici greci Erodoto (484-425 a.C.) e Pausania (110-180 a.C.), ad esempio, raccontano come i Focesi (abitanti dell’antica regione greca La Focide), applicassero gesso su viso e armatura per spaventare i nemici su un campo di battaglia illuminato dalla luna. Lo storico e senatore romano Publio Cornelio Tacito (55-120 circa), descrive invece come i guerrieri della tribù germanica degli Harii, dipingessero i loro scudi di nero durante la notte per «incutere terrore come un esercito di fantasmi».
Il ruolo del sarcofago in epoca romana
Nel libro di Crowley, le immagini di cui tratta spaziano nell’ampio territorio della realtà della morte. Esse servono a commemorare i defunti e a immaginarli nella loro nuova esistenza, che si tratti di un viaggio nell’Oltretomba o di apparizioni postume avvolte nei panni dei sudari. Tuttavia, tra le parti più appaganti del suo lavoro, Crowley ci accompagna all’interno delle suggestive atmosfere delle tombe, offrendoci una riflessione profonda sul modo in cui le immagini sepolcrali potevano agire sui sensi e sulle emozioni dei visitatori dell’antichità.

Immaginiamo di essere visitatori di una tomba dell’Isola Sacra, vicino a Roma, datata alla fine del II secolo. Scendiamo ripidi gradini in un ambiente buio, illuminati solo da lampade tremolanti, e al centro del nostro sguardo c’è un mosaico incastonato nel pavimento. Questo mosaico è insolito, in quanto le figure rappresentate – Caronte che rema l’anima di una donna attraverso il fiume Stige – sono composte da tessere bianche incastonate su uno sfondo nero, anziché il contrario. Questa scelta non è casuale. Come fa notare Crowley, le figure pallide sembrano emulare il pallore del visitatore vivente che si addentra esitante nella tomba oscura, intraprendendo un viaggio, seppur temporaneo, verso gli inferi.
Ma in un momento di crepuscolo, queste figure del mosaico, con il loro sfondo nero, sembrano improvvisamente liberarsi dalla penombra circostante, quasi come se fossero state “attivate” dall’oscurità stessa. Questo fenomeno evoca un’atmosfera spettrale e teatrale, simile agli spettacoli fantasmagorici che affascinavano il pubblico londinese alla fine del XVIII secolo. In quegli spettacoli, immagini spettrali venivano proiettate su un panno trasparente sospeso in una stanza buia come la pece, creando un’esperienza coinvolgente e surreale.
Questi esempi rivelano quanto fosse pervasiva la presenza dei fantasmi nell’antica Roma e quanto fossero legati alla dimensione teatrale di certe esperienze rituali e di visita alle tombe. Inoltre, il libro di Crowley svela il fascino di meccanismi come i passi di Caronia, utilizzati dagli attori per interpretare i fantasmi. Questi attori potevano letteralmente “sorgere” dal sottostante, sorprendendo e coinvolgendo il pubblico in modo magistrale.

Le sindoni, o drappi, rappresentano uno dei grandi temi d’indagine di Crowley. Quest’ultimo traccia le rappresentazioni di questi drappeggi soprannaturali nei sarcofagi e nei dipinti murali, collegandoli a concetti come la vergogna, il dolore e il lutto. Nelle opere d’arte funeraria e nei contesti sepolcrali, i drappeggi prendono spesso forme eteree, evocando un senso di sospensione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Queste rappresentazioni visive connettono il dominio delle emozioni umane, come la tristezza e la sofferenza, con l’ambiguità e la transitorietà dell’aldilà. I drappeggi possono simboleggiare la transizione tra la vita terrena e la vita ultraterrena, suggerendo che la morte rappresenti un passaggio misterioso e sconosciuto.
In questo contesto, la rappresentazione di fantasmi e il loro ruolo nei sarcofagi diventano un esempio eloquente di come l’arte fosse utilizzata per esplorare le complesse emozioni umane legate alla morte e all’aldilà. La presenza dei fantasmi, così come l’uso di drappeggi eterei, contribuisce a rendere tangibili i confini tra i due mondi e offre un’opportunità per riflettere sulla natura effimera della vita e sulla continuità dell’anima dopo la morte.

Pensare insieme ai fantasmi, come ci suggerisce l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss (1908-2009), è un atto affascinante in quanto le forme che questi spiriti assumono possono rivelare molto delle nostre preoccupazioni e delle sfumate complessità del nostro mondo. In questo contesto, Patrick R. Crowley si immerge nell’antica Roma, sfruttando il potenziale evocativo e simbolico delle figure spettrali per esplorare questioni altamente intricate relative alla percezione, alla visualizzazione e alla fede. La sua abilità di osservazione ravvicinata e dettagliata rivive opere d’arte antiche, manufatti e le forme mutevoli e proteiformi dei fantasmi che li popolano.
In questo contesto, l’arte funeraria e la cultura visiva dell’antica Roma diventano un terreno fertile per esaminare le sfumature della percezione umana e della rappresentazione del mondo ultraterreno. Le rappresentazioni di fantasmi e di creature dell’aldilà ci offrono uno sguardo privilegiato sul modo in cui le persone dell’antichità concepivano la morte, il destino delle anime e l’interazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Le analisi di Crowley riportano in vita dipinti antichi, manufatti funerari e le sfuggenti presenze dei fantasmi, catturando l’essenza e l’incanto di un’epoca lontana, in cui il confine tra reale e soprannaturale si sfumava in un delicato equilibrio di credenza e rappresentazione artistica.
Trovo questo saggio di Crowley molto interessante perché getta nuova luce sulla relazione tra l’arte, la morte e il soprannaturale nel mondo antico, dimostrando quanto profondamente questi temi fossero intrecciati nell’immaginario e nelle esperienze di un’epoca lontana.
Nessuna prova di Fantasmi, ma forse esistono!

Il saggista britannico Samuel J. Johnson (1709-1784) una volta si interrogò in merito alla persistente questione dell’esistenza dei fantasmi, affermando che «ancora non è stato deciso se ci sia mai stato o meno un caso in cui lo spirito di una persona sia apparso dopo la morte». Questo interrogativo, osservò, è circondato da argomentazioni che sembrano suggerire la sua improbabilità, ma, allo stesso tempo, ogni convinzione sembra inclinata in favore dell’idea. La sua affermazione riflette l’ambivalenza che spesso caratterizza il nostro atteggiamento verso il soprannaturale e i fenomeni inspiegabili.
Oggi, molti di noi sperimentano ciò che è stato acutamente definito come la balcanizzazione del cervello quando si tratta dei fantasmi. Questo termine si riferisce alla nostra inclinazione a mantenere un atteggiamento razionale e scettico nei confronti di eventi paranormali, ma nello stesso tempo a nutrire ostinatamente piccole sacche di fede nelle narrazioni inquietanti che circondano il mondo dei fantasmi. Siamo, quindi, in una costante dicotomia tra la razionalità che ci dice che non può esserci nulla di soprannaturale e le esperienze personali, le storie e i racconti che ci lasciano con una spruzzata di incertezza e un brivido lungo la schiena.
Questo conflitto tra il razionale e il misterioso, tra lo scetticismo e la fede, è parte integrante della nostra esperienza umana. Benché la scienza e la logica ci spingano a respingere l’idea dei fantasmi, le storie tramandate attraverso le generazioni, le esperienze personali e le narrazioni spesso ci inducono a conservare almeno una piccola scintilla di credenza nell’inspiegabile. La balcanizzazione del cervello rappresenta una dimensione complessa della nostra psicologia, in cui l’ambiguità e il mistero coesistono con la razionalità, creando un terreno fertile per la persistenza del fascino dei fantasmi nelle nostre vite.
Conclusioni
Durante la loro vita, i Romani sentivano costantemente la presenza degli spiriti: che fossero protettori della casa, antenati, o presenze della natura, c’era sempre qualche entità che influenzava, in un modo o nell’altro, le loro azioni. Ma c’è un dettaglio curioso: non esisteva, nella loro cultura, uno spirito dedicato al momento esatto della morte. Sì, proprio così. Il funerale non era pensato tanto per il morto, quanto per i vivi.
Era una cerimonia simbolica, quasi catartica: si sacrificava un maiale, si purificava la casa e poi… si mangiava insieme. Un bel banchetto, quasi a dire: “La vita va avanti, anche se qualcuno se n’è andato”.
Dopo la morte, il vero rapporto con i defunti iniziava solo allora. Non erano più persone, ma spiriti trasformati, e meritavano rispetto e preghiere. I Romani erano convinti che i morti non svanissero nel nulla, ma si trasformassero in qualcos’altro, in uno stato diverso. E quindi non serviva uno spirito speciale per accompagnarli nell’aldilà: da quel momento in poi, potevano cavarsela da soli, anzi, magari avrebbero pure aiutato i vivi.

Infatti, erano i vivi a dover chiedere protezione. Ogni giorno, tra decisioni, dubbi, problemi, i Romani contavano sull’aiuto di spiriti domestici, antenati e divinità minori. Ma attenzione: questi spiriti non erano scontati. Se venivano dimenticati o trattati con superficialità, si offendevano, e le conseguenze potevano essere brutte.
Ecco perché ogni famiglia romana si dava da fare, partecipando con devozione sia ai grandi riti pubblici, sia a quelli più intimi, dentro casa, per onorare il focolare, la casa e gli antenati. Questo doppio binario garantiva un equilibrio: rispetto per i morti, protezione per i vivi.
E i fantasmi? Beh, anche loro avevano il loro spazio, e non poco. Dai racconti e dai testi dell’epoca, emergono tre grandi modi in cui i fantasmi si facevano vedere:
- Apparizioni terrificanti: spettri che si manifestavano così, di colpo, spesso con intenzioni tutt’altro che amichevoli. Non era il caso di mettersi a parlarci, insomma.
- Evocazioni tramite negromanzia: i Romani, quando serviva, non si facevano problemi a evocare i defunti per farsi dire qualcosa, ottenere favori o rivelazioni.
- Sogni rivelatori: uno dei modi più comuni per ricevere un messaggio dall’aldilà. Un sogno particolare? Magari era lo zio morto che voleva dire qualcosa…

Uno degli episodi più famosi riguarda proprio Nerone (37-68 d.C.). Dopo aver fatto uccidere la madre, Agrippina minore (15-59 d.C.), l’imperatore fu perseguitato dal rimorso e dalla paura del suo fantasma. A tal punto da rivolgersi a uno stregone persiano per placarla. Una scena da film horror, ma reale.
E non è finita. Anche Periandro, tiranno di Corinto nel VI–VII secolo a.C., evocò lo spirito della moglie morta per farsi dire dove aveva nascosto dei soldi. Certo, lei in cambio chiese cose un po’ strane (come tutte le anime tormentate…), ma alla fine gli rivelò il nascondiglio.

Insomma, i fantasmi erano considerati anche “informatori dell’aldilà”. Si pensava che l’anima, una volta libera dal corpo, potesse vedere oltre, scoprire verità nascoste, persino prevedere il futuro.
Ovviamente, non tutti ci credevano allo stesso modo. C’erano i più scettici e quelli più superstiziosi. Ma una cosa è certa: i fantasmi erano parte della vita quotidiana romana, proprio come oggi lo sono per noi nei film, nei racconti e nelle leggende.
E in fondo, anche loro – come noi – usavano le storie di fantasmi per esorcizzare la morte, ricordare i cari e raccontarsi qualche bella storia da brividi alla luce del fuoco.
In fondo, i fantasmi dell’antica Roma ci ricordano che, allora come oggi, il confine tra vivi e morti era più sottile di quanto sembri… e che il passato continua a parlarci, se sappiamo ascoltare.


