Fantasmi nell'Antica Grecia
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Viaggiando nell’Aldilà: Rivelazioni sui Fantasmi nell’Antica Grecia

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Prima di addentrarmi nelle credenze sui fantasmi nell’Antica Grecia, vorrei fare una premessa.
La pandemia ha fatto irruzione in un momento in cui la fiducia delle persone nel governo e nelle istituzioni era già traballante. Le lamentele riguardo alla scarsa attenzione rivolta alle informazioni sulla salute pubblica e alla sicurezza erano diffuse, mentre sospetti e dubbi circondavano le dichiarazioni dei funzionari della sanità e della sicurezza pubblica.

Il Partenone, tempio dedicato ad Atena, situato sull'acropoli di Atene
Il Partenone, tempio dedicato ad Atena, situato sull’acropoli di Atene

In questa atmosfera di incertezza, molte persone cercavano risposte nei luoghi più diversi, compresa la sfera religiosa, mentre gli osservatori laici indicavano fattori concreti, come il sovraffollamento nelle aree urbane e la mancanza di adeguate misure di precauzione, tra cui le semplici norme igieniche, per spiegare la diffusione inarrestabile della malattia. In un contesto in cui la fiducia nelle autorità e nelle istituzioni vacillava, si temeva che la stessa democrazia fosse sull’orlo del baratro. Poi, proprio quando sembrava che l’epidemia potesse finalmente essere tenuta sotto controllo, una nuova ondata devastante si abbatté sulle comunità.

Ma questa non è la narrazione degli eventi XXI secolo, ma un racconto che ci riporta all’Antica Grecia del 430 a.C.. In quell’anno, una malattia misteriosa, probabilmente tifo o febbre tifoide, si diffuse rapidamente nella città-stato di Atene, già pesantemente colpita dalla guerra contro Sparta. Gli ateniesi, in preda al panico, cercarono guida e protezione da una fonte di saggezza che aveva radici profonde nella loro cultura: i fantasmi.

I fantasmi nell’Antica Grecia

Nell’Antica Grecia, la credenza nei fantasmi era profondamente radicata, tanto da categorizzare questi esseri spettrali in tre tipologie diverse: ognuno con le sue particolarità e il proprio potenziale per influenzare il mondo dei vivi. Queste categorie, note come ataphoi, aōroi e biaiothanatoi, gettano una luce affascinante sulla complessità delle credenze greche riguardo ai fantasmi e il loro ruolo nella società dell’epoca.

I fantasmi ataphoi

Iniziamo con gli ataphoi (αταφοι), una categoria che comprendeva i defunti che non avevano ricevuto i rituali funebri adeguati. Questi spettri erano individui che, per varie ragioni, non avevano avuto la possibilità di ricevere l’adeguato tributo post-mortem, come le offerte di cibo e bevande. Un esempio emblematico di questa categoria è Elpernore, di cui vale la pena approfondire in quanto offre un’illustrazione vivida di questa credenza. Elpenore era un personaggio dell’epica omerica, apparso nell’Odissea. Dopo essere morto tragicamente cadendo da un tetto nell’isola di Circe, il suo spirito rimase intrappolato nell’aldilà poiché non aveva avuto una sepoltura appropriata. La sua vicenda rifletteva l’importanza che i Greci attribuivano ai riti funebri, che garantivano il passaggio dell’anima nell’aldilà e la sua pace eterna. Elpenore sarà approfondito nei paragrafi successivi, proprio perché la sua figura spettrale ci aiuta a comprendere meglio la mentalità legata ai fantasmi nell’Antica Grecia.

Passando agli aōroi (αόροι), ci troviamo davanti a spiriti di persone morte prematuramente o in condizioni insoddisfacenti. Secondo le credenze del tempo, queste morti irrisolte lasciavano l’anima in uno stato sospeso, incapace di trovare pace. Spesso queste entità tornavano tra i vivi con uno scopo: vendicarsi o portare a termine qualcosa rimasto in sospeso. Un esempio ricorrente è quello di giovani donne morte prima di sposarsi o avere figli: la loro esistenza incompiuta si rifletteva in spiriti inquieti, protagonisti ricorrenti tra i fantasmi nell’Antica Grecia.

Biaiothanatoi disegnato da @anda.obscura (Instagram)
Biaiothanatoi disegnato da @anda.obscura (Instagram)

A chiusura di questo quadro spettrale, troviamo i biaiothanatoi (βιοθανατοι), coloro che avevano perso la vita in modo violento: vittime di omicidi, guerre o tragedie improvvise. In particolare, chi moriva in battaglia, magari lontano da casa, rischiava di non ricevere la dovuta sepoltura. E in un’epoca in cui il rito funebre era sinonimo di rispetto e salvezza spirituale, non poterlo celebrare era percepito come un’ingiustizia tremenda. La presenza di questi spiriti violenti e tormentati arricchiva il già complesso panorama dei fantasmi nell’Antica Grecia, rivelando quanto la morte non pacificata potesse influenzare la vita dei vivi.

In effetti, alcune fonti raccontano che, in occasioni particolari, persino le guerre venissero sospese per permettere ai soldati di recuperare i cadaveri e dare loro sepoltura. Questo dettaglio – commovente e potente – sottolinea quanto fosse radicata l’idea che il rispetto per i morti fosse una priorità anche in tempo di conflitto. Le credenze sui fantasmi non erano semplici superstizioni, ma parte integrante di una visione del mondo che vedeva i morti ancora in relazione diretta con i vivi.

È dunque chiaro che, per gli antichi Greci, il rito funebre non era un dettaglio secondario: era un passaggio sacro, necessario affinché l’anima trovasse il suo posto nell’aldilà. Senza una sepoltura appropriata, un corpo diventava simbolo di un’anima smarrita, una presenza inquieta, una sorta di spettro condannato a vagare nel limbo. È in questo contesto che i fantasmi nell’Antica Grecia assumono una connotazione tanto religiosa quanto culturale, rivelando il legame profondo e duraturo tra ritualità, memoria e spiritualità.

Tipologie di fantasmi nell’antica letteratura greca

The Souls of Acheron (1898) di Adolf Hirémy-Hirschl
The Souls of Acheron (1898) di Adolf Hirémy-Hirschl

Nell’antica Grecia, una profonda fascinazione per il mondo degli spiriti e dei fantasmi nell’Antica Grecia era intrinseca alla loro cultura e si manifestava attraverso le credenze e le divinità associate a questo misterioso reame. Due dee del mondo sotterraneo erano particolarmente rilevanti in questo contesto: Melinoe (Μηλινόη) ed Ecate (Ἑκάτη).

Melinoe era considerata la sovraintendente delle offerte fatte ai fantasmi e agli spiriti dei morti. La sua figura emergeva dalla mitologia greca come una presenza inquietante che vagava nella notte. Si raccontava che fosse circondata da un sinistro corteo di fantasmi nell’Antica Grecia, emanando una sensazione di terrore in tutti coloro che osavano incrociare il suo cammino. La sua presenza rappresentava un legame profondo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e le propiziazioni offerte a lei dovevano essere fatte con estrema attenzione per placare gli spiriti inquieti.

Caronte, illustrazione del 1880 di Gustave Doré
Caronte, illustrazione del 1880 di Gustave Doré

Ecate, d’altra parte, era anch’essa associata ai fantasmi e agli spiriti erranti. Era spesso accompagnata dalle misteriose Lampade, che facevano parte del suo seguito. Analogamente a Melinoe, Ecate guidava una processione notturna di fantasmi nell’Antica Grecia, e il suo arrivo era annunciato dall’abbaiare dei cani. La sua figura incarnava il concetto di confine tra il mondo dei vivi e dei morti, ed era considerata una divinità chiave per placare e comprendere il regno degli spiriti. Era la traghettatrice di anime, così come il Caronte dantesco.

La rilevanza di Melinoe ed Ecate nella cultura greca antica indica quanto i greci fossero affascinati dal mondo dei fantasmi e degli spiriti. Queste divinità servivano da ponte tra il mondo terreno e quello sotterraneo, fornendo un’intuizione profonda nelle credenze e nella curiosità che circondavano il regno degli spiriti irrequieti. La loro presenza nella letteratura e nella mitologia greca riflette la complessità delle credenze e la continua ricerca dell’umanità per comprendere ciò che giace al di là del velo tra la vita e la morte.

I Traghettatori di anime: da Caronte a Ecate

Nel folclore e nella mitologia greca, il destino delle anime dopo la morte era un tema di profonda importanza. La credenza voleva che le anime dei defunti dovessero essere condotte verso l’aldilà da figure divine note come traghettatori di anime. Uno dei traghettatori più noti di questa mitologia era Ermes (Ἑρμῆς), il messaggero degli dei, che svolgeva un ruolo cruciale nel passaggio delle anime al fiume Stige negli inferi. Lì, un altro personaggio chiave entrava in gioco: l’anziano barcaiolo Caronte (Χάρων), incaricato di portare le anime attraverso il fiume verso le porte dell’Ade (Ἅιδης), che prendeva il nome dall’omonimo dio greco degli inferi.

Caronte: Il Traghettatore dell’Aldilà

Nella ricca mitologia greca e romana, Caronte è una figura leggendaria nota come il traghettatore di anime nell’Ade. Questo enigmatico personaggio svolgeva un ruolo cruciale nel trasportare le anime dei defunti da una sponda all’altra del fiume Acheronte (Ἀχέρων), un confine tra il mondo dei vivi e il regno dei morti. Tuttavia, il suo compito era riservato solo alle anime che avevano ricevuto gli onori funebri appropriati o, in una variante della leggenda, che erano in possesso di un obolo per il viaggio. Coloro che non soddisfacevano questi requisiti erano condannati a un’eternità senza pace, vagando tra le nebbie del sinistro bosco silente o confinati nel vestibolo per un periodo che alcuni autori indicano come cento anni. Queste anime escluse dal passaggio erano spesso associate alla figura dei fantasmi nell’Antica Grecia, spiriti irrequieti incapaci di raggiungere l’aldilà.

Caronte era figlio di Erebo (Ἔρεβος), la personificazione delle tenebre, e Notte, la personificazione della notte. Questa discendenza da due potenze oscure e misteriose si rifletteva nel suo ruolo come traghettatore delle anime verso l’aldilà. La figura di Caronte non era limitata alla mitologia greca e romana. Nella mitologia etrusca, troviamo il suo equivalente in Charun, un personaggio simile nell’incarico e nell’aspetto. La sua influenza ha persino raggiunto l’astronomia, dove il principale satellite di Plutone porta il suo nome in onore del suo ruolo come guardiano delle porte dell’oltretomba, un ruolo che lo lega idealmente alla dimensione dei fantasmi nell’Antica Grecia, dove il confine tra morte e non-morte era spesso sfumato e permeabile.

Caronte aveva delle eccezioni alla sua regola di trasportare solo le anime dei defunti. Tra queste eccezioni vi erano figure mitiche e leggendarie come la dea Persefone (Περσεφόνη), gli eroi Enea (Αἰνείας), Teseo (Θησεύς), Piritoo (Πειρίθοος) ed Èracle (Ἡρακλῆς), nonché Odisseo (Ὀδυσσεύς, il vero nome di Ulisse), il vate Orfeo (Ὀρφεύς), la sibilla cumana (Σίβυλλα) Deifobe, Psyche (ψυχή) e, in tradizioni successive alla mitologia greca antica, Dante Alighieri (1265-1321).

«E ‘l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.»

Inferno (canto III, 94-96), Divina Commedia, Dante Alighieri

L’Obolo sotto la Lingua

Il passaggio attraverso il regno di Caronte non era gratuito. Secondo la credenza greca, così come nell’Antica Roma, sorse la tradizione di porre una moneta sotto la lingua del defunto prima della sepoltura. Questa usanza persistette fino a epoche relativamente recenti e aveva radici antiche. Alcuni autori suggeriscono che il pagamento richiesto fosse costituito da due monete, posizionate sugli occhi del defunto o collocate sotto la lingua.

Questo rituale aveva l’obiettivo di assicurare che l’anima del defunto avesse i mezzi necessari per coprire il pedaggio richiesto da Caronte durante il suo viaggio attraverso il fiume Acheronte. Senza questo pagamento, l’anima era condannata a una sorte inquietante, circondata dalle ombre dei non sepolti.

Cerbero, l’Inquietante guardiano dell’Aldilà

All’arrivo alle porte dell’Ade, le anime avrebbero fatto la conoscenza di Cerbero (Κέρβερος), il famigerato cane a tre teste (secondo alcuni autori come Esiodo (Ἡσίοδος), potrebbe addirittura avere cinquanta teste) con serpenti che si contorcevano fuori dal suo corpo. Questa terrificante creatura aveva il compito di sorvegliare le anime, ma non tanto per impedire loro di uscire, quanto per assicurarsi che non scappassero. Era un simbolo dell’ambiguità dell’Ade, che non era sempre un luogo di tormento e sofferenza, ma spesso semplicemente il luogo di riposo finale per le anime.

Ecate: La Traghettatrice delle Anime

Mentre Caronte svolgeva un ruolo chiave nel trasporto delle anime verso l’aldilà, un’altra figura mitologica emergeva come una guida ancora più inquietante e misteriosa: Ecate. Originaria dell’Asia Minore, Ecate divenne oggetto di culto in Grecia, dove la sua iconografia triforme, con tre teste e tre corpi, simboleggiava le sue tre diverse sfere di influenza: la celeste, rappresentata da Artemide (Ἄρτεμις); la terrestre, incarnata da Demetra (Δημήτηρ); e la Ctonia (Χθονία), associata a Ecate stessa.

Ecate era la signora del regno infero, della magia e del sortilegio. I suoi simulacri venivano eretti non solo nei templi, ma anche all’interno delle case, alle porte delle città, nei trivii e nei quadrivii. Ma il ruolo più intrigante di Ecate era la sua partecipazione nel famoso episodio del ratto di Persefone. In questo contesto, Ecate non solo era presente, ma aveva la responsabilità di accompagnare Persefone (Περσεφόνη) agli inferi. Da quel momento, Ecate acquisì un nuovo ruolo come Regina Ecate, diventando colei che precedeva e seguiva Persefone nei suoi viaggi tra il mondo dei vivi e dei morti. Questo la trasformò in una guida e protettrice delle anime defunte, consolidando la sua connessione con i fantasmi nell’Antica Grecia, che spesso venivano invocati o temuti durante i riti notturni a lei dedicati.

Il ruolo dei traghettatori di anime e la loro importanza nella transizione tra il mondo dei vivi e dei morti ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura e nella storia. Nelle credenze che circondavano i fantasmi nell’Antica Grecia, figure come Ecate e Caronte rappresentavano il passaggio, ma anche il mistero e la possibilità di comunicare con l’aldilà, alimentando un’immaginazione religiosa e magica che perdura ancora oggi.

Storie di fantasmi nell’antica Grecia

Non c'è salvezza all'inferno (1485) di Hans Memling
Non c’è salvezza all’inferno (1485) di Hans Memling

Nell’Antica Grecia, le credenze e le rappresentazioni dei fantasmi erano variegate e spesso non coerenti. La natura stessa di questi spiriti era oggetto di diverse interpretazioni all’interno della cultura greca, portando a una molteplicità di descrizioni e rappresentazioni.

I Greci antichi descrivevano i fantasmi in una gamma di forme e colori, da quelli pallidi e trasparenti a quelli oscuri come il pece. Questa varietà di rappresentazioni visive rifletteva la complessità delle credenze e delle interpretazioni personali in merito al regno degli spiriti. Alcuni li vedevano come figure evanescenti e luminescenti, mentre altri li immaginavano come oscure presenze avvolte nell’oscurità.

Inoltre, il vocabolario utilizzato per riferirsi a questi esseri soprannaturali era altrettanto diversificato. I termini come daimōn (δαίμων) e phasma (φάσμα) erano utilizzati per indicare qualsiasi manifestazione soprannaturale, che potesse riferirsi ai fantasmi o agli stessi dèi. Questa ambiguità semantica illustra l’ampia gamma di esperienze soprannaturali che gli antichi Greci erano disposti a esplorare, dalla comunicazione con gli spiriti dei defunti all’interazione con le divinità o le entità divine.

Elpenore e i fantasmi nell’epica omerica

Busto di Omero
Busto di Omero

I due massimi poemi epici della letteratura greca, l’Iliade (Ἰλιάς) e l’Odissea (Ὀδύσσεια), scritti dal cantore Omero (Ὅμηρος), rappresentano alcuni dei primi e più influenti esempi di storie di fantasmi nella letteratura occidentale. Nei suoi scritti, Omero dipinge un mondo dell’aldilà ricco di mistero e potere, in cui gli spiriti dei defunti hanno un ruolo significativo.

Nella sua straordinaria odissea nell’aldilà, Ulisse (Οδυσσεύς) si ritrova a interagire con un assortimento di spiriti. Tra questi c’era il suo compagno, Elpenore (Ἐλπήνωρ), che era morto in circostanze tragiche, cadendo da un tetto mentre era ubriaco. Tuttavia, uno degli incontri più toccanti fu con lo spirito di sua madre, Anticlea (Ἀντίκλεια). Il desiderio di Ulisse di abbracciarla testimoniava la sua profonda affettuosità, ma la natura dei fantasmi nell’immaginario di Omero rendeva impossibile qualsiasi contatto fisico. Questo momento incarna la percezione greca che gli spiriti dei morti fossero presenti nell’aldilà, in grado di ascoltare i vivi e ricevere le loro offerte, ma incapaci di interagire con il mondo dei vivi, a meno che non fossero nutriti con il sangue degli uomini vivi, come Ulisse fece durante il suo incontro con gli spiriti.

All’interno di questo panorama spettrale, Ulisse aveva una missione chiara: consultare il veggente Tiresia (Τειρεσίας). Questo incontro con uno spirito profetico è emblematico del ruolo fondamentale che i fantasmi nell’Antica Grecia giocavano non solo nei miti, ma anche nelle credenze profonde del popolo: essi erano visti come custodi di verità perdute e rivelazioni ultraterrene, spesso cercati in momenti cruciali della vita.

Ulisse fa cremare il corpo di Elpenore
Ulisse fa cremare il corpo di Elpenore

Nel corso del suo viaggio negli inferi, Ulisse fece incontri con una vasta gamma di spiriti, inclusi «spose, uomini non sposati, ragazze vergini e uomini uccisi in battaglia che indossavano ancora le loro armature insanguinate». Questi spiriti rappresentavano una varietà di esperienze umane e ponevano l’accento sulla complessità delle credenze riguardo ai fantasmi nell’Antica Grecia. Alcuni spiriti sembravano essere legati ai loro stati terreni, mantenendo le caratteristiche fisiche che avevano in vita, mentre altri erano influenzati dai loro destini o dalle circostanze della loro morte.

«Quivi ti prego che tu di me ti ricordi, o signore,
sí che, partendo, senza sepolcro non m’abbia a lasciare,
senza compianto: per me non ti segua lo sdegno dei Numi.
Bensí con l’armi, quante n’ho indosso, mi brucia sul rogo,
e un tumulo m’innalza sul lido spumoso del mare,
che giunga anche ai venturi notizia di questo infelice.
Questo per me devi compiere. E il remo sul tumulo infiggi,
ond’io fra i miei compagni remigar solevo da vivo».

Odissea di Omero (canto XI – 70-75)

Il fatto che il corpo di Elpenore non avesse ancora ricevuto i giusti riti funebri lo aveva intrappolato in una condizione di transizione, rendendolo uno spirito vagante nell’aldilà. In questo stato ambiguo, Elpenore si rivolse a Ulisse, poiché aveva bisogno di aiuto per garantire il suo passaggio nell’aldilà. Questo episodio mette in luce l’importanza cruciale della sepoltura nell’Antica Grecia e le convinzioni profondamente radicate riguardo all’aldilà.

Elpenore rappresenta un caso emblematico di come una morte prematura o sprovvista di adeguati riti funebri potesse generare una sorta di inquietante “incompletezza” per l’anima del defunto. La sua apparizione nell’Odissea sottolinea quanto le pratiche rituali funebri fossero fondamentali nella visione del mondo greca, in cui l’aldilà era considerato un’estensione significativa della vita terrena.

Le tavole della maledizione

Una delle tavole della maledizione. (fonte: Jessica Lamont)
Una delle tavole della maledizione. (fonte: Jessica Lamont)

Inoltre, la narrazione di Ulisse e dei fantasmi mette in discussione se i Greci credessero realmente nel ritorno e nell’ira dei fantasmi o se piuttosto stavano rendendo omaggio ai loro defunti attraverso questi racconti. Sebbene la mancanza di fonti precise renda difficile una conferma definitiva, la credenza nei fantasmi era diffusa nell’antico mondo greco, con evidenti esempi di pratiche magiche come le tavole della maledizione. Queste tavolette venivano usate per invocare l’aiuto delle anime o dei cosiddetti dèi ctoni, gli spiriti legati agli inferi, come Ade (Ἅιδης) ed Ermete (Ἑρμῆς) per realizzare le maledizioni. Questa dimostrazione di interazione con gli spiriti, nonostante sia indiretta, suggerisce una connessione profonda con il mondo degli spiriti e l’aldilà.

Fantasmi nelle tragedie greche

Busto di Eschilo
Busto di Eschilo

Nelle maestose tragedie greche di Eschilo (Αἰσχύλος), in particolare nell’epica Orestea ( Ὀρέστεια), troviamo manifestazioni ancora più spettrali, in cui gli spiriti e le apparizioni giocano un ruolo centrale nella narrazione. Uno dei momenti più significativi di presenza spettrale nella tragedia eschilea è incarnato da Clitennestra (Κλυταιμνήστρα).

Clitennestra, la madre di Oreste (Ὀρέστης), svolge un ruolo cruciale nel dramma. Era lei stessa l’autrice dell’omicidio di suo marito Agamennone (Ἀγαμέμνων), complice del suo amante Egisto (Αἴγισθος). Per vendicare la morte di suo padre e restaurare l’ordine, Oreste compie un atto orribile: uccide sua madre Clitennestra insieme al suo amante. Tuttavia, questa matricidio tragico innescò una serie di eventi inarrestabili.

Poiché Oreste aveva macchiato le mani di matricidio, era ora perseguitato dalle Erinni (Ἐρινύες), conosciute anche come le Furie. Queste tre dee vendicative incarnavano la giustizia e la punizione, agendo come guardiani dell’ordine naturale e incaricate di castigare coloro che avevano violato i legami familiari. Il tormento di Oreste e il suo implacabile inseguimento da parte delle Furie erano il fulcro di questa epica tragedia, in cui l’influenza dei fantasmi nell’Antica Grecia si manifesta con forza drammatica.

La presenza spettrale di Clitennestra raggiunge il suo apice nell’opera finale della trilogia dell’Orestea, conosciuta come le Eumenidi (Εὐμενίδες). Qui, il fantasma vendicativo di Clitennestra emerge in tutta la sua potenza. Il suo spirito, carico di rancore e desideroso di vendetta, incita le Furie nella loro caccia implacabile a Oreste. Questo momento rappresenta un culmine di tensione drammatica e simbolizza la continua influenza dei fantasmi nell’Antica Grecia, visti non solo come anime dei defunti, ma come forze attive nel destino degli uomini.

Oreste inseguito dalle Furie, di Adolph-William Bouguereau, 1862
Oreste inseguito dalle Furie, di Adolph-William Bouguereau, 1862

Le opere di Eschilo offrono una visione affascinante dell’interazione tra gli esseri umani e il mondo degli spiriti, enfatizzando il conflitto tra la vendetta e il perdono, il destino e la redenzione, e mostrando come le apparizioni spettrali siano utilizzate in modo magistrale per sottolineare i dilemmi morali e il conflitto umano.

La storia di Filinnione e Macate

Un’altra storia di fantasmi nell’Antica Grecia è pervenuta fino a noi in forma di lettera scritta dal filosofo e matematico bizantino, scolarca dell’Accademia di Atene, Proclo Licio Diadoco (Πρόκλoς ὁ Διάδoχoς, V secolo EC), nel tardo periodo antico. La storia ci narra la misteriosa vicenda di Filinnione (Φιλίννιον) e Macate (Μαχάτες), una storia che, secondo la tradizione, fu originariamente messa per iscritto da Ipparco di Anfipoli (Ίππαρχος) e poi ripresa e attribuita Flegonte di Tralles (Φλέγων, II secolo EC), lo storico greco antico vissuto nell’età imperiale romana.

La storia ci trasporta indietro nel tempo, durante il regno di Filippo II di Macedonia (Φίλιππος ὁ Μακεδών; 382-336 a.C.). Filinnione, una giovane donna non ancora sposata, morì in modo inaspettato. La sorpresa e la tristezza della sua morte furono amplificate quando, poco dopo il suo trapasso, il suo spirito tornò alla casa dei suoi genitori sotto forma di un fantasma. Questo evento costituiva già di per sé un mistero, ma presto la trama si fa ancora più enigmatica.

Filinnione e Macate
Filinnione e Macate

Ignaro del fatto che Filinnione fosse ormai uno spirito, un ospite di nome Macate fu accolto nella casa e trascorse tre notti consecutive con la giovane donna. Durante queste notti, Filinnione fece a Macate dei piccoli doni, gesti di affetto che sembravano provenire direttamente dal mondo dei morti. La storia si fa ancora più complessa quando la famiglia di Filinnione scopre questa relazione, e la giovane fantasma, di fronte a tutti, dichiara che la sua visita era la volontà degli dèi. In un momento di rivelazione inquietante, la forma corporea di Filinnione scompare, lasciando tutti presenti sbigottiti.

Quando la famiglia decide di aprire la tomba di Filinnione per indagare ulteriormente, fanno una scoperta sconcertante: il corpo della giovane donna è scomparso, così come i doni funerari che aveva fatto a Macate. La paura e la confusione si diffondono tra i cittadini, spingendoli a prendere una decisione estrema. Il corpo di Filinnione viene bruciato fuori dalle mura della città, in un gesto di superstizione e terrore.

Questo affascinante racconto è uno dei più sorprendenti episodi legati ai fantasmi nell’Antica Grecia, e ci offre uno sguardo nella complessità delle credenze e delle paure legate al ritorno dei morti. Sottolinea anche il legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti, rafforzando la convinzione che gli spiriti possano tornare tra noi per scopi misteriosi.

Il fantasma di Cleonice: la negromanzia nell’Antica Grecia

Nel II secolo d.C., lo scrittore e geografo greco antico, d’origine asiatica, Pausania (Παυσανίας), detto anche Pausania il Periegeta per distinguerlo da altri omonimi e considerato il valoroso reggente di Sparta, è stata una figura di grande importanza nella storia della Grecia antica. La sua leadership e la sua abilità nel guidare le forze greche verso una decisiva vittoria sulla massiccia invasione persiana a Platea nel 479 a.C. rappresentarono un momento epocale. Questa vittoria non solo proteggeva la Grecia dall’invasione persiana, ma apriva anche le porte all’età classica della cultura greca, un periodo di grande splendore e realizzazioni culturali. Senza il coraggio e la guida di Pausania, si potrebbe argomentare che la storia greca non avrebbe conosciuto figure iconiche come Pericle (Περικλῆς, 495–429 a.C.), non sarebbe stato costruito il magnifico Partenone (Παρθενών), e le idee filosofiche di Platone (Πλάτων) non avrebbero raggiunto la loro fama duratura.

Tuttavia, il destino di Pausania prese una svolta tragica solo pochi anni dopo questa gloriosa vittoria. Emerse la scioccante verità che stava tradendo la sua stessa patria in favore dei Persiani, l’antagonista che aveva sconfitto. Gli Spartani decisero di infliggere a lui una punizione terribile. Pausania fu murato vivo all’interno della Casa di Bronzo di Atena, uno dei principali templi spartani. Questa punizione crudele e spietata lo condannò a morire di fame. Si dice che il primo mattone fu posto dalla madre stessa di Pausania, sottolineando il tradimento imperdonabile di suo figlio.

La storia di Pausania è un racconto struggente di una figura che è passata dall’essere un eroe della Grecia a un traditore corrotto. Dopo la vittoria di Platea, Pausania e le sue forze continuarono a combattere contro i Persiani, ma il successo lo accecò. Cadde in un abisso di follia, e il suo comportamento divenne sempre più irregolare. Il suo tradimento, sebbene sia stato un evento importante, non fu l’unico segno della sua discesa nella corruzione. Divenne un tiranno verso i greci che si opponevano al suo dominio.

La morte di Cleonice di Jacques Louis David (1748-1825)
La morte di Cleonice di Jacques Louis David (1748-1825)

Ma il punto di non ritorno fu raggiunto quando si innamorò a Bisanzio (Βυζάντιον), all’epoca base delle sue operazioni. Il suo oggetto d’affetto era Cleonice (Κλεονίκη), una giovane donna di straordinaria bellezza il cui nome, “gloriosa vittoria,” sembra sia stato scelto dai destini stessi. Pausania desiderava ardentemente Cleonice e fece portare la giovane nella sua camera durante la notte. Tuttavia, mentre giaceva accanto a lei, fu tormentato da un sonno agitato e colpevole.

Le lampade intorno al suo letto erano state spente dalle guardie per rispetto della modestia di Cleonice. In mezzo all’oscurità, mentre cercava di avvicinarsi a lui, Cleonice fece cadere accidentalmente una lampada, facendola rotolare sul pavimento con un clangore. Pausania, svegliandosi di soprassalto, credette che degli assassini fossero entrati per ucciderlo e, agendo per puro istinto, si scagliò “contro di loro” con la spada al fianco. La tragica conseguenza di questa reazione fu la morte di Cleonice.

Da quel momento, secondo la leggenda, Pausania fu perseguitato dal suo spirito. Il fantasma di Cleonice appariva nei suoi sogni e nelle sue veglie, chiedendo giustizia e pace. Questo racconto si inserisce pienamente nell’immaginario legato ai fantasmi nell’Antica Grecia, dove la morte ingiusta o violenta poteva dare origine ad apparizioni inquietanti e a spiriti vendicativi.

La vicenda di Pausania ci offre un quadro complesso delle ambizioni umane, delle debolezze e delle tragiche conseguenze che possono scaturire da esse. Questa storia costituisce un drammatico avvertimento sul percorso tortuoso che può prendere un eroe, anche il più valoroso, quando è abbattuto dall’orgoglio, dalla follia e dalla passione. E mostra ancora una volta quanto i fantasmi nell’Antica Grecia non fossero solo figure mitiche, ma simboli profondi della coscienza e della colpa.

Gli spiriti sfuggenti e lo Psicopompo

In diverse tradizioni e contesti, i fantasmi venivano spesso immaginati come entità oscure e sfuggenti, vaghe e inconsistenti nelle loro forme. Questa visione era radicata in miti e racconti antichi. Ad esempio, Platone (Πλάτων) ci racconta di piccoli spettri che svolazzavano attorno alle tombe, come ombre evanescenti che aleggiavano nei luoghi di sepoltura. Omero, nel suo epico, ci offre una descrizione simile, in cui le anime dirette verso gli inferi volavano e producevano suoni simili a quelli di pipistrelli. Queste immagini eteree riflettono chiaramente l’immaginario legato ai fantasmi nell’Antica Grecia, spesso rappresentati come presenze indistinte, difficili da afferrare tanto fisicamente quanto concettualmente. Un’immagine affascinante è rappresentata da un dipinto murale proveniente dalla Tomba di Orco II a Tarquinia.

In questa rappresentazione, gli imponenti fantasmi di figure mitiche come Tiresia e Agamennone sono presenti, ma tra loro si trova una moltitudine di minuscoli spiriti, quasi come figure stagliate, che eseguono acrobazie su una struttura di canne. Questa rappresentazione suggerisce una sorta di dimensione fantastica e surreale associata ai fantasmi. Inoltre, figure deindividualizzate e sfocate si trovano spesso nelle scene raffiguranti il mondo sotterraneo, come illustrato in un celebre ciclo di dipinti che raffigura i paesaggi dell’Odissea.

Questo ciclo era originariamente dipinto su un muro in una casa sul colle Esquilino a Roma ed è ora conservato nei Musei Vaticani. Nelle opere di Omero, queste figure sfocate e oscure venivano descritte con un termine agghiacciante, myria nekron, che significa massa dei morti. Questa espressione evoca una sensazione di innumerevoli anime indistinte che popolavano l’Oltretomba, creando un’atmosfera enigmatica e tenebrosa.

In alcune circostanze, tuttavia, si richiedevano fantasmi di una natura più tangibile e concreta. Se inizialmente la pietra potrebbe sembrare il materiale meno adatto per rappresentare le umbrae (spiriti ombra creduti dagli antichi Romani), i sarcofagi, il cui nome deriva dal greco sarx (carne) e phagein (mangiare), trattano sia di cambiamento e trasformazione che di permanenza. Essi incarnano, come i fantasmi stessi, un equilibrio sottile tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Non sorprende, dunque, che anche l’arte funeraria abbia saputo tradurre visivamente la complessità dei fantasmi nell’Antica Grecia, offrendo versioni tanto evanescenti quanto inquietantemente corporee di queste presenze ultraterrene.

Un esempio eloquente proviene da un sarcofago datato all’inizio del III secolo d.C. a Capua. Questa straordinaria opera raffigura un’entrata nell’Ade. Sulla parte anteriore, una porta adornata da minacciose teste di Medusa (Μέδουσα) è incastonata nella facciata di un tempio e si apre con decisione, da cui emerge un fantasma avvolto nel mistero, presumibilmente con un ruolo di guida delle anime defunte, noto come Psicopompo.

L’evocazione dei morti per avere rivelazioni sul futuro

L’antica credenza nell’evocazione dei morti per ottenere rivelazioni sul futuro, rappresenta un aspetto affascinante della cultura greca e romana. Nonostante l’apparente contraddizione tra la consultazione dei morti e la conoscenza del futuro, esistono diverse teorie che tentano di spiegare questa pratica.

Una delle spiegazioni possibili è che sia gli antichi Greci, sia gli antichi Romani, credevano che il futuro fosse “preparato” o già scritto nel regno dei morti. Quando un individuo spirava e diventava un fantasma, acquisiva una prospettiva diversa, quasi divina, che gli permetteva di comprendere gli eventi futuri. Questa visione del futuro da parte dei morti era quindi considerata una fonte di conoscenza privilegiata, accessibile solo attraverso l’evocazione dei morti. Le pratiche necromantiche, perciò, si inserivano perfettamente nel sistema di credenze legato ai fantasmi nell’Antica Grecia, dove la morte non segnava la fine della saggezza, ma l’inizio di una nuova forma di conoscenza.

Un’altra spiegazione risiede nella convinzione che l’anima, separata dalla materia corporea, avesse una percezione superiore e una comprensione dei processi nascosti dell’universo. Questa prospettiva mette in luce la convinzione che le anime purificate dopo la morte avessero una conoscenza più profonda e raffinata, consentendo loro di scrutare il futuro.

Il Necromanteion (o Nekromanteion), nella periferia di Epiro in Grecia
Il Necromanteion (o Nekromanteion), nella periferia di Epiro in Grecia

La maggior parte delle consultazioni con i morti aveva luogo presso le tombe dei defunti. Tuttavia, in assenza di una tomba, si poteva evocare un qualsiasi fantasma in un sito sacro o oracolare, noto come Oracolo dei Morti.

Il Necromanteion, noto anche come Nekromanteion, costituiva un maestoso tempio intriso di mistero nell’Antica Grecia, un luogo sacro consacrato ad Ade, il signore dell’Oltretomba, e Persefone, la regina dei morti. La sua ubicazione leggendaria situava questo luogo sacro sulle rive del fiume Acheronte, nella regione di Epiro, in prossimità dell’antica città di Efira.

Gli antichi credevano fermamente che questo sito rappresentasse la porta d’accesso al regno dei morti, un luogo di grande importanza per coloro che desideravano comunicare con gli spiriti dei defunti e ottenere profezie o consigli dall’aldilà.

Il Necromanteion era un luogo intriso di rituali e cerimonie, frequentato da sacerdoti specializzati nelle arti della necromanzia. Questi sacerdoti agivano come intermediari tra il mondo dei vivi e il regno dei morti, permettendo a coloro che vi si recavano di entrare in contatto con i propri cari defunti o di ottenere conoscenze e saggezza da chi aveva oltrepassato il confine tra la vita e la morte. Le cerimonie coinvolgevano solenni invocazioni, sacrifici rituali e l’uso di oggetti magici.

Il tempio del Necromanteion, con le sue colonne maestose e i suoi spazi cerimoniali, era un luogo di profonda spiritualità e misticismo. I devoti erano guidati in un percorso di purificazione prima di entrare nel santuario, dove si poneva loro la possibilità di interagire con il mondo dei defunti. La ricerca di consigli o profezie in questo luogo sacro era un atto di grande reverenza, e le risposte ricevute erano considerate preziose per prendere decisioni importanti nella vita.

Il Necromanteion era molto più di un semplice tempio; era un crocevia tra il mondo dei vivi e il regno dei morti, un luogo di profondo misticismo e venerazione in cui la comunicazione con gli spiriti dei defunti era una pratica intrisa di sacralità e significato. Questo luogo ha lasciato un’impronta duratura nella storia e nella cultura greca, rivelando quanto fosse radicato il bisogno di interagire con l’aldilà attraverso i fantasmi nell’Antica Grecia, non come spettri paurosi, ma come fonti di verità e guida.

L’antichità ci ha tramandato informazioni su quattro di questi luoghi nel mondo greco-romano:

  • Lago Acherusio, situato nella Tesprozia, nel nord-ovest della Grecia, era uno dei luoghi più noti per l’evocazione dei morti. Era considerato una sorta di “porta per gli inferi” e offriva un ambiente appropriato per tali pratiche.
  • Lago d’Averno, di origine vulcanica, situato nel comune di Pozzuoli, precisamente tra la frazione di Lucrino e il sito archeologico di Cuma (Napoli) in Campania, nel nostro paese (l’Italia). Era considerato un luogo sacro, collegato al mondo sotterraneo e alla divinità romana Plutone (Πλούτων).
  • Eraclea Pontica, sulla costa meridionale del Mar Nero, è un altro luogo associato all’evocazione dei morti, come evidenziato nel racconto di Pausania e Cleonice.
  • Capo Matapan (o Capo Tenaro), il punto più meridionale del Peloponneso, è il quarto sito menzionato. Questo era anch’esso considerato un luogo di comunicazione con il mondo degli spiriti.
Lago d'Averno, Pozzuoli (Napoli)
Lago d’Averno, Pozzuoli (Napoli)

Un malinteso comune riguardante questi luoghi è che fossero tutti situati all’interno di grotte, considerate le presunte connessioni con il mondo dei morti. Tuttavia, le prove letterarie indicano che questi luoghi oracolari erano spesso costituiti da semplici recinti o santuari situati vicino ai laghi o ai corsi d’acqua. Mentre alcuni, come Eraclea Pontica e Capo Matapan, mostrano resti archeologici rudimentali di grotte, per altri, come il Lago Acherusio e quello di Averno, le fonti suggeriscono che si trattasse principalmente di aree sacre per pratiche rituali, piuttosto che di accessi fisici agli inferi.

Eidolon, i fantasmi demoniaci che possedevano gli antichi greci

Gli Eidolon (εἴδωλον) rappresentano un concetto intrigante nell’antica cultura greca, essendo demoni o spiriti che potevano possedere i vivi. Il termine Eidolon, derivante dal greco antico e con significati che spaziano dall’immagine all’idolo, dalla doppia presenza alla forma spettrale, racchiude una vasta gamma di significati e rappresentazioni. Questa tipologia di fantasmi nell’Antica Grecia assumeva la forma di persone viventi o defunte, creando una sorta di ombra o apparenza spettrale della figura umana.

Raffigurazione astratta di Eidolon
Raffigurazione astratta di Eidolon

L’esplorazione del concetto di Eidolon emerge in molte opere della letteratura greca antica. Un esempio notevole è l’Eidolon di Elena di Troia (Έλενα), che è stato analizzato sia da Omero che da Euripide (Εὐριπίδης). Omero considera l’Eidolon come un’entità indipendente, conferendo a Elena una forma di vita oltre la morte. Euripide, d’altro canto, lega il concetto di Eidolon all’idea di kleos (κλέος), ovvero di fama o gloria, suggerendo che uno sia il prodotto dell’altro. Inoltre, sia Euripide che Stesicoro (Στησίχορος, 630-555 a.C.), nelle loro opere legate al cavallo di Troia, utilizzano il concetto di Eidolon per sottolineare che Elena non era mai stata fisicamente presente nella città.

Il concetto degli Eidolon dei morti è stato altresì esplorato nella letteratura riguardantela regina di Itaca, Penelope (Πηνελόπεια), la moglie di Ulisse, in cui la protagonista si trova costantemente in conflitto con l’Eidolon di Clitennestra (di cui ho già accennato nei paragrafi precedenti) e, successivamente, con quello di Elena stessa. Questo tema si riflette anche nell’Odissea, in cui Teoclimeno (Θεοκλύμενος), l’indovino che vive alla corte di Penelope, annuncia ai Proci (μνηστῆρες) la loro prossima morte. Questi episodi testimoniano quanto profondamente il concetto di Eidolon fosse intrecciato con le credenze legate ai fantasmi nell’Antica Grecia, dove la linea tra la realtà e l’apparenza, tra il visibile e l’invisibile, era costantemente sfumata.

Il concetto di Eidolon nella cultura moderna

Le storie che coinvolgono la possessione da parte degli Eidolon ci conducono in diverse ambientazioni, da Atene all’India del I secolo d.C., e ruotano attorno alla figura centrale di Apollonio di Tiana (Απολλώνιος), un profeta pagano di grande risonanza in quell’epoca.

Il concetto di Eidolon, però, non è confinato solo alla Grecia antica, ma si è diffuso in molte opere letterarie successivamente. Vediamo quali:

  • Ad esempio, lo scrittore americano Edgar Allan Poe (1809-1849) nella sua poesia Terra di sogno (Dream-Land, 1844), introduce un Eidolon che governa un regno abitato da «soli angeli malvagi» e riservato a coloro le cui «sofferenze sono legioni», creando un’atmosfera oscura e misteriosa.
  • Il poeta, scrittore e giornalista Walter Whitman, noto come Walt Whitman (1819-1892), considerato il padre della poesia americana e del verso libero, cita l’Eidolon nel suo poema omonimo del 1876, dove ne estende notevolmente il concetto, rafforzando l’idea di una super-anima composta dalla “somma” di tutte le anime individuali dell’intera esistenza, un’entità che si espande per includere la Terra stessa e l’intera gerarchia cosmica dei pianeti, del Sole, delle stelle e persino della galassia.
  • Il concetto di Eidolon trova spazio anche in altre opere letterarie, come ne L’idolo tenebroso (The Dark Eidolon),dell’artista statunitense Clark Ashton Smith (1893-1961), noto per i suoi racconti di fantasy, orrore e fantascienza. Ne L’idolo tenebroso, Smith narra la vita e la morte del potente stregone Namirrha.
  • Trovaimo l’Eidolon anche nella Teosofia, dove il doppio astrale (o perispirito, concetto appartente all’antico Egitto e nell’epoca vittoriana allo spiritista Allan Kardec), noto anche come kamarupa, è identificato con l’Eidolon dopo la morte, prima della sua disintegrazione.
  • Infine, il concetto di Eidolon ha influenzato anche il mondo dei fumetti, come nel caso del personaggio Odin Eidolon nel fumetto italiano Disney, PK – Paperinik New Adventures.

In sintesi, il concetto di Eidolon rappresenta un aspetto ricco e affascinante della spiritualità e della metafisica antica, con profonde radici nei fantasmi nell’Antica Grecia e una sorprendente longevità culturale che lo ha reso materia viva di esplorazione artistica, filosofica e narrativa fino ai giorni nostri.

Le due storie di possessione degli Eidolon

Esistono due storie che narrano della possessione da parte di Eidolon e si svolgono in affascinanti contesti: Atene e l’antica India, durante il primo secolo d.C.. Nel cuore di queste storie emerge la figura centrale di Apollonio di Tiana (Απολλώνιος Τυανεύς), un profeta di straordinario rispetto e rilevanza all’interno del mondo pagano dell’epoca.

Ad Atene, una delle grandi città culturali dell’antichità, le vicende di Eidolon” si intrecciano con i misteri dell’aldilà. Qui, Apollonio di Tiana svolge un ruolo fondamentale nel decifrare e gestire le interazioni tra il mondo dei vivi e il regno degli spiriti. La sua fama come profeta, studioso e taumaturgo lo ha reso un punto di riferimento per coloro che cercavano comprensione e guida in un’epoca intrisa di miti e credenze. La sua esperienza con gli Eidolon porta alla luce nuovi enigmi dell’aldilà e rivela la complessità della relazione tra il mondo spirituale e la vita terrena, offrendo uno dei più suggestivi esempi di fantasmi nell’Antica Grecia legati al contesto urbano e filosofico ateniese.

Nell’antica India, invece, il contesto di queste narrazioni si fonde con le profonde tradizioni spirituali e filosofiche di questa terra millenaria. Qui, sempre Apollonio di Tiana, si trova coinvolto in un intrico di eventi che coinvolgono Eidolon, apportando un nuovo livello di comprensione alle visioni e alle credenze della società indiana del primo secolo d.C.. Il suo ruolo di profeta pagano nell’India antica mette in luce l’universalità delle questioni riguardanti la relazione tra i vivi e gli spiriti.

La figura di Apollonio di Tiana, rispettata e ammirata, costituisce un punto focale in entrambe le narrazioni. Il suo approccio alle interazioni con gli Eidolon e la sua capacità di navigare tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti lo rendono un personaggio affascinante e misterioso, in grado di gettare nuova luce sulla complessità della vita e della morte nell’antichità.

Questo articolo tratta i fantasmi nell’Antica Grecia, per cui presenterò qui solamente il racconto sull’Eidolon ateniese.

La storia dell’Eidolon ateniese

Filostrato d'Atene
Filostrato d’Atene

La storia in questione è stata narrata da un noto scrittore greco del periodo classico, Lucio Flavio Filostrato, noto anche come Filostrato d’Atene o Filostrato II. Questo Filostrato (Φλάυιος Φιλόστρατος) visse tra il 172 e il 247 d.C. ed è considerato il più famoso e prolifero di quattro autori omonimi. Tuttavia, l’attribuzione delle opere che ci sono pervenute con il nome “Filostrato” rimane un problema aperto in gran parte. Le opere attribuite a questi vari “Filostrati” costituiscono ancora un mistero e sono soggette a dibattiti tra gli studiosi. La figura di Lucio Flavio Filostrato rappresenta una parte significativa della letteratura greca antica e continua ad intrigare gli studiosi e gli amanti della cultura classica.

Nel contesto delle affascinanti narrazioni sulla vita di Apollonio di Tiana, emergono due episodi straordinari che esplorano la presenza di Daimones (δαίμονες) e Eidolones (Ειδωλονες), gettando luce sul misterioso mondo degli spiriti e delle possessioni. In queste storie si intravedono chiaramente le radici culturali dei fantasmi dell’Antica Grecia, che popolavano le credenze, i timori e le rappresentazioni teatrali del tempo. Questi racconti ci portano in un mondo in cui le linee tra realtà e soprannaturale si sfumano.

Primo episodio

Nel primo episodio, mentre Apollonio si trova ad Atene per discutere delle libagioni, un giovane dall’atteggiamento dissoluto cattura l’attenzione del pubblico. Questo giovane, noto per la sua condotta licenziosa e ribelle, sembra essere sotto l’influenza di un misterioso Eidolon. La madre del giovane chiede aiuto ad Apollonio, spiegando che suo figlio ride di cose inappropriatamente, piange senza motivo e ha comportamenti strani. La madre crede che il giovane sia posseduto da un Eidolon. Apollonio, con la sua profonda intuizione, riconosce l’influenza dell’Eidolon e lo riferisce apertamente.

Il demone/eidolon che possiede il giovane inizia a manifestare il suo disagio quando Apollonio lo scopre. L’entità promette di lasciare il giovane in pace e non prendere più possesso di un corpo umano. Apollonio, con decisione, ordina al demone di dimostrare la sua promessa in modo visibile e l’entità indica una statua nel portico reale e promette di farla cadere. Quando la statua inizia a muoversi e infine cade, scatenando l’entusiasmo della folla, il giovane posseduto sembra essere liberato da questa forza oscura.

Il giovane, ora riappacificato e libero dall’influenza dell’Eidolon, rinuncia al suo stile di vita dissoluto e abbraccia una vita più austera, seguendo l’esempio di Apollonio.

Secondo episodio

Nel secondo episodio, Eusebio di Cesarea (Ευσέβιος Καισαρείας, 265-340) Eusebio fornisce ulteriori dettagli, sottolineando il ruolo dei Daimones nelle vicende di Apollonio. Un Daimon viene espulso da un giovane, mentre un secondo Daimon si manifesta sotto forma di una donna, chiamata Lamia (Λάμια) o Empusa (Εμπουσα) .

Immagine di fantasia di una Empusa nel suo aspetto naturale
Immagine di fantasia di una Empusa nel suo aspetto naturale

Nella ricca mitologia greca, le Lamie costituivano un’incarnazione affascinante e inquietante di figure femminili dai tratti in parte umani e in parte animali. Queste creature erano conosciute per la loro doppia natura, capace di sedurre e spaventare contemporaneamente. Erano descritte come rapitrici di bambini indifesi o, ancora più sinistramente, come fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Il mito delle lamie rappresentava, quindi, una fusione di elementi umani e bestiali, rendendo queste creature tanto affascinanti quanto spaventose nell’immaginario greco.

Le lamie erano a volte chiamate anche Empuse, sebbene il mito associato a queste ultime avesse origini differenti. Secondo la tradizione, le Empuse erano figlie o serve della dea Ecate, una dea associata alla magia e al soprannaturale. Questa connessione tra le lamie ed Ecate aggiungeva ulteriori sfumature misteriose al mito, conferendo alle lamie una sorta di legame con il mondo magico e delle streghe. Motivo per cui, durante la caccia alle streghe avvenuta oltre un millennio più tardi, le donne credute concubine del Diavolo, erano chiamate spesso lamie. Questo cambio di significato riflette la persistenza del folclore mitologico nell’immaginario collettivo e la continua associazione tra queste creature e il concetto del soprannaturale.

«Apollonio, come si suol dire, scaccia un Daimon (Demone) con l’aiuto di un altro. Il primo dei Daimones espulso da un giovane incorreggibile, mentre il secondo si traveste assumendo la forma di una donna: e quest’ultima il nostro ingegnoso autore non la chiama con altri nomi che con quelli di Empousa (Empusa) e Lamia.»

Trattato di Eusebio contro Ierocle 26 retore greco IV secolo d.C.
(Photo by: Universal History Archive/UIG via Getty images)
Illustrazione di Eusebio di Cesarea

Il racconto di Eusebio, racconto evidenzia il coinvolgimento di Apollonio e dei Daimones nell’esperienza delle persone, suggerendo che Apollonio abbia lavorato in collaborazione con questi esseri per compiere i miracoli descritti. L’idea di una cooperazione tra Apollonio e i Daimones offre una prospettiva intrigante sulla spiritualità e sulle credenze dell’epoca, mettendo in luce l’influenza di entità soprannaturali sulla vita umana.

«Se ammettiamo che l’autore [Filostrato] dica la verità nelle sue storie di miracoli, tuttavia mostra chiaramente che furono compiuti separatamente da Apollonio con la cooperazione di un Daimon (Demone) […] Il giovane licenzioso era chiaramente vittima di un Daimon insito; e sia lui che l’Empousa (Empusa) e la Lamia che si dice avesse fatto i suoi folli scherzi a Menippo, furono probabilmente scacciati da lui con l’aiuto di un Daimon più importante […] Dovete quindi, come ho detto, considerare l’intera serie di miracoli da lui operati, come se fossero stati compiuti attraverso un ministero di Daimones.»

Trattato di Eusebio contro Ierocle 31 retore greco IV secolo d.C.

Conclusioni

I fantasmi nell’Antica Grecia ci insegnano qualcosa di profondo: non tutti i morti erano uguali. Solo chi riceveva i giusti riti funebri poteva davvero trovare pace. Gli altri – spiriti di morti violente, improvvise o dimenticate – restavano sospesi, inquieti, come presenze erranti tra il nostro mondo e l’altro. E non erano solo ombre silenziose: potevano tornare con uno scopo, cercando vendetta o, semplicemente, ascolto.

Ma quello che colpisce davvero è la visione che gli antichi avevano di queste presenze: i fantasmi nell’Antica Grecia non erano solo motivo di paura, ma anche di conoscenza. Nei momenti più difficili – come durante un’epidemia – si cercava consiglio proprio da loro. E dove? Nei teatri, luoghi di rappresentazione ma anche di contatto con l’invisibile. Qui, tra maschere e tragedie, si cercava di ascoltare l’eco degli spiriti. Perché per i greci, il confine tra i vivi e i morti era sottile, attraversabile, quasi naturale.

Tiresia appare ad Ulisse durante il sacrificio, di Johann Heinrich Füssli (1741–1825)
Tiresia appare ad Ulisse durante il sacrificio, di Johann Heinrich Füssli (1741–1825)

E sapete una cosa? Io credo che in fondo non siamo così diversi da loro. Anche oggi, quando affrontiamo grandi crisi – come è stato con il COVID-19 – molti cercano risposte in qualcosa che va oltre la razionalità. Dopo la Guerra Civile americana, o la Prima Guerra Mondiale, lo spiritualismo ha avuto dei veri e propri boom. La gente voleva sentire ancora la voce dei propri cari, credere che non fosse tutto finito lì. Voleva conforto, ma anche orientamento, una bussola per affrontare un mondo che sembrava impazzito.

E oggi? Beh, gli Eidolon non appaiono più solo nei teatri. Ora li cerchiamo su YouTube, nei podcast paranormali, nei documentari sui fantasmi e nei thread di Reddit. La tecnologia ha solo spostato la scena, ma il bisogno è lo stesso: capire se c’è qualcosa dopo, se i nostri cari ci sono ancora accanto, se non siamo soli.

C’è un dettaglio che trovo incredibilmente suggestivo: proprio accanto al teatro di Dioniso ad Atene, sorgeva un tempio dedicato ad Asclepio (Ἀσκληπιός), il dio della guarigione. E lì, tra il sacro e l’artistico, si curavano i malati. Coincidenza? Forse no. Forse i greci avevano capito che l’arte – e perfino i fantasmi – potessero guarire, non solo spaventare.

Io mi chiedo: abbiamo dimenticato qualcosa che loro invece sapevano bene? Forse abbiamo smesso di ascoltare le storie, i simboli, i sogni… e in quel silenzio ci siamo un po’ persi. Forse ogni tanto dovremmo rientrare in quel teatro, reale o metaforico, sederci, e ascoltare. Non solo gli attori, ma anche le voci che vengono da più lontano.

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