Fantasmi Giapponesi
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Fantasmi Giapponesi: un Viaggio nel mondo invisibile orientale

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Onryō, gli Spiriti vendicativi

Nelle credenze e nella letteratura tradizionali giapponesi, gli Onryō sono considerati spiriti vendicativi, capaci di infliggere danni nel mondo dei vivi, ferire o uccidere nemici, e persino provocare disastri naturali per vendicarsi delle ingiustizie subite in vita, prelevando poi lo spirito dai corpi moribondi. Comunemente raffigurati come donne vittime di torti, questi fantasmi giapponesi manifestano un’enorme vendetta, privi di pietà, crudeli e spesso deragliati emotivamente. L’Imperatore Sutoku (崇徳天皇, 1119-1164), il magnate samurai Taira no Masakado (平将門, 903-940 d.C.) e il politico Sugawara no Michizane (菅原道真, 845-903), sono noti come i tre grandi Onryō del Giappone, venerati per la loro potenza e considerati divinità shintoiste dopo la loro morte, in quanto la loro rabbia si è trasformata in onryō, portando a morti, disastri e guerre.

Gli Onryō sono spesso presenti nelle rappresentazioni artistiche tradizionali giapponesi, come il teatro Noh, il Kabuki e il Rakugo. Ad esempio, la maschera Noh chiamata hannya rappresenta un onryō femminile. La venerazione del popolo giapponese per gli onryō è persistita nel tempo, come dimostra il tumulo di Taira no Masakado a Tokyo, che, nonostante i cambiamenti nell’ambiente circostante, è rimasto intatto e curato.

Come abbiamo già visto nel paragrafo dedicato agli spiriti Goryō, questi ultimi sono utilizzati spesso come sinonimi degli spiriti Onryō, anche se Goryō si riferisce più comunemente agli onryō che sono oggetto di venerazione popolare dopo la morte ingiusta di una persona nobile. La Goryō Shinko, infatti, è la credenza che gli onryō di coloro che hanno subito morti tragiche e che possano causare fenomeni paranormali e disastri. Solo la loro venerazione come kami potrebbe placare le loro anime irate.

Origini degli Onryō

Nonostante l’origine esatta degli Onryō non sia definita con precisione, la credenza nella loro esistenza può essere fatta risalire all’VIII secolo. Questa convinzione si basa sull’idea che le anime potenti e infuriate dei defunti possano influenzare, arrecare danni e persino causare la morte di coloro che sono ancora in vita. Il primo culto onryō documentato si sviluppò intorno al principe Nagaya, morto nel 729.

La prima testimonianza di possesso da parte di uno spirito onryō con effetti sulla salute è registrata nella cronaca Shoku Nihongi del 797. In tale occasione, si afferma che «l’anima di Fujiwara Hirotsugu danneggiò a morte Genbō» (Hirotsugu morì durante una rivolta fallita, conosciuta come la Ribellione Fujiwara no Hirotsugu, quando tentò senza successo di rimuovere il suo rivale, il sacerdote Genbō, dal potere).

Caratteristiche degli Onryō

Onryō dal Kinsei-Kaidan-Simoyonohoshi (Storia di fantasmi della prima età moderna Shimoyosei)
Onryō dal Kinsei-Kaidan-Simoyonohoshi (Storia di fantasmi della prima età moderna Shimoyosei)

Tradizionalmente, gli Onryō e altri yūrei (fantasmi) non avevano un aspetto distintivo, almeno secondo le fonti attualmente disponibili. Tuttavia, con la crescente popolarità del teatro kabuki durante il periodo Edo, emerse uno stile di costume specifico.

Il kabuki, essendo una forma di spettacolo altamente visuale, dove un singolo attore può interpretare vari ruoli durante una rappresentazione, sviluppò un sistema di abbreviazione visiva. Questo permetteva al pubblico di identificare immediatamente il personaggio presente sulla scena, enfatizzando le emozioni e le espressioni dell’attore.

Il costume da fantasma nel kabuki era composto principalmente da tre elementi:

  1. Kimono funebre bianco (noto anche come costume bianco o shiro-shōzoku) o da un vestito mortuario (o shini-shōzoku). Questo indumento veniva spesso indossato anche durante il rituale del seppuku (un antico rituale per il suicidio obbligatorio o volontario, privilegio esclusivo della casta dei samurai).
  2. Lunghi capelli neri selvaggi e arruffati, che spesso nascondevano il viso fino a quando il personaggio sceglieva di rivelarlo.
  3. Viso pallido, dovuto ad un trucco per il viso composto da fondotinta bianco (oshirōi) abbinato a una pittura drammatica del viso (kumadori) con ombre blu (藍隈, aiguma) nota come “frangia indaco”. Questa scelta cromatica richiama l’immagine tradizionale di cattivi e antagonisti nelle rappresentazioni kabuki.

Gli Onryō cinematografici

L’Onryō rappresentano un elemento fondamentale nel genere J-Horror, con figure di rilievo come Sadako Yamamura (o Samara Morgan, la ragazza demone del romanzo Ring di Kōji Suzuki) e Kayako Kawamata Saeki (il fantasma della saga di Ju-on, conosciuto in Occidente come The Grudge di Takashi Shimizu), personaggi, prevalentemente femminili, che incarnano l’essenza degli onryō, vendicatrici spettrali tornate dopo ingiustizie subite in vita per tormentare i vivi e ottenere giustizia.

Un fotogramma dall'iconica scena del film The Ring (2002) in cui Samara Morgan (Daveigh Chase) esce dal televisore (fonte: 	Universal Pictures)
Un fotogramma dall’iconica scena del film The Ring (2002, Universal Pictures)

Nel caso di Sadako Yamamura, principale antagonista in The Ring, lo spettro perseguita e uccide le persone attraverso registrazioni televisive, avendo subito violenza prima della morte e giurato vendetta. Un contesto simile si trova in Yotsuya Kaidan, una storia di vendetta che ruota attorno a Tamiya Iemon e sua moglie Oiwa, quest’ultima trasformata in un onryō a causa delle ingiustizie subite.

Locandina delle serie TV J-Horror "Death Forest"
Locandina delle serie TV Death Forest

Esiste anche un’altra narrativa di fantasmi giapponesi, in cui Banchō Sarayashiki è protagonista Okiku, diventa un onryō dopo essere stata gettata in un pozzo dal suo datore di lavoro. La sua anima si leva ogni notte, contando fino a nove prima di emettere un urlo terrificante (come quello della Banshee).

Troviamo gli onryō anche nei videogiochi, come l’universo Killer Instinct, in cui Hisako è un’onryō morta mentre difendeva il suo villaggio, vendicandosi di chi profana le sue rovine, o come nel caso di Dead by Daylight, in cui Rin Yamaoka è un’onryō che torna dopo essere stata brutalmente assassinata da suo padre. Troviamo questa tipologia di spettro anche nel videogame Phasmophobia, dove un’onryō mostra avversione verso le candele accese.

Nelle serie TV troviamo Death Forest (sono anche dei videogames), nel quale Yoshie Kimura è un’onryō morta per mano di uno sconosciuto. Infine, troviamo anche Mizu, protagonista della serie anime Blue Eye Samurai, che condivide notevoli somiglianze con un onryō e viene spesso paragonato ad esso nel contesto diegetico.

Ubume, gli Spiriti delle madri

Le Ubume sono yōkai giapponesi di donne incinte. Nelle storie popolari e nella letteratura, l’identità e l’aspetto delle ubume possono variare, ma comunemente sono rappresentate come gli spiriti di donne decedute durante il parto. L’ubume appare agli occhi dei passanti come una donna dall’aspetto normale con un bambino in grembo. Spesso, cerca di offrire il suo “bambino” al passante, solo per scomparire misteriosamente. Quando la persona si avvicina al bambino, scopre che è solo un fascio di foglie o una grande roccia.

L’origine di questa figura risale all’antichità e riflette la credenza che le donne incinte decedute e sepolte potrebbero trasformarsi in ubume. In alcune tradizioni, quando una donna incinta muore prima del parto, si raccomanda di tagliare l’addome del feto e posizionarlo in un abbraccio alla madre durante la sepoltura. In alcune regioni, se ciò non è possibile, viene posta una bambola accanto al feto, simboleggiando il bambino.

Caratteristiche delle Ubume

Ubume da Bakemono no e (1700 ca)
Ubume da Bakemono no e (1700 ca)

Ci sono diverse descrizioni nella tradizione giapponese riguardo le Ubume. Nel sedicesimo tomo dei Miscellaneous Morsels di Youyang, un libro scritto da Duan Chengshi nel IX secolo, durante la dinastia Tang (618-907), nella sezione 462 del Grande Registro di Pace della dinastia settentrionale Song, si racconta di un «uccello libero della notte», particolarmente straordinario, un rapace notturno che sottrae i figli dalle braccia dei genitori. Questo rapace notturno mi ricorda le Strigi (o Mormos), in latino note come Strixun uccello notturno di cattivo auspicio che si nutriva di sangue e carne umana come oggi addebitato al vampiro. Le leggende sulle strigi le vevano come rapitrici di bambini che avrebbero poi mangiato o usato per pozioni malefiche. Le Strigi erano praticamente le antenate latine delle Streghe.

In Giappone, questi esseri erano spesso raffigurati con un piumaggio macchiato di sangue, nel quale avvolgevano i neonati. e inseguendo coloro che li accompagnavano. Sono anche citati nel Kokon Hyakumonogatari Hyoban (traducibile come Una critica di cento racconti vecchi e nuovi), una raccolta di racconti kaidan (fantasmi) scritti e curati da Genrin Yamaoka (1631-1672), un letterato del primo periodo Edo. In quest’opera, «Si narra che (le ubume) siano donne decedute durante il parto, diventate ciò che sono a causa del loro attaccamento. Si dice che le loro vesti siano macchiate di sangue e che gridino: “obareu, obareu” (をばれう, ovvero, “esponiti, esponiti”)».

Un'immagine di ubume raffigurata da Toriyama Sekien (Pubblico dominio)
Un’immagine di ubume raffigurata da Toriyama Sekien

Nel Kii Zōdan Shū, un’opera giapponese che risale all’anno 1692, originariamente scritto in kana-zōshi (una forma di letteratura giapponese) e dall’autore sconosciuto, le ubume fanno parte delle storie di fantasmi giapponesi e racconti strani provenienti da diverse regioni del Giappone. Nell’opera si legge che «Le ubume non partoriscono, e sebbene il feto abbia vita, rimane solo un’illusione per la madre, e così, una volta trasformate, abbracciano i bambini nella notte. Si racconta che quando il bambino piange, piange anche l’ubume». L’aspetto in cui le ubume hanno il mantello intriso di sangue, si pensa che derivi dalla convinzione diffusa nella società feudale che la perpetuazione della famiglia fosse di estrema importanza, e quindi si credeva che le donne incinte che morivano precipitassero in un inferno colmo di sangue.

Inizialmente riferito a una specie di piccolo pesce marino, nel folclore giapponese il termine ubume è ora associato al fantasma di una donna che è morta durante il parto, noto come fantasma della donna partoriente. Di solito, l’ubume si avvicina a un passante chiedendo di tenere il suo bambino per un breve istante e poi scompare quando la persona prende il neonato avvolto nelle fasce. Tuttavia, il bambino diventa sempre più pesante fino a diventare impossibile da tenere, rivelando infine di non essere affatto un bambino umano, ma piuttosto una roccia o una statua di pietra di Jizō. Le statue di Jizō sono un affascinante capitolo del folclore giapponese, dove la pietra prende vita e si trasforma in custode, protettore e consolatore.

Zashiki-warashi, gli Spiriti dei bambini

Nella prefettura di Iwate, lo Zashiki-warashi è uno yōkai che si dice sia uno spirito, quasi una divinità, che vive in un salotto o in un magazzino, e ci sono leggende secondo cui farebbe male ai membri della famiglia “maledetta”, ma porterebbe fortuna a coloro che lo vedono. Vengono chiamati anche bambini da salotto o zashiki bokko (座敷ぼっこ, ragazzo da salotto).

Caratteristiche dei Zashiki-warashi

Un disegno rappresentativo dei Zashiki-warashi
Un disegno rappresentativo dei Zashiki-warashi

In genere, queste entità presentano una corporatura simile a quella di un bambino, un viso arrossato e capelli lunghi, con un’età che va da circa tre a quindici anni. La loro acconciatura varia tra un taglio a caschetto e capelli molto corti. Sono stati avvistati sia maschi che femmine. Si dice che i maschi indossino abiti scuri con un motivo a kasuri (un tessuto con fibre tinte da vari disegni e immagini), mentre le femmine indossano un gilet rosso (chanchanko), un kosode (un indumento giapponese a maniche corte e il diretto predecessore del kimono) e talvolta un furisode (uno stile di kimono distinguibile dalle sue maniche lunghe). Alcuni di loro hanno un aspetto poco chiaro, rendendo difficile identificarne il genere. A volte più di uno si stabilisce contemporaneamente in una casa, come un ragazzo e una ragazza. Ci sono anche leggende che parlano di alcuni che sembrano una bestia nera e altri che sembrano guerrieri.

Questi esseri hanno un’inclinazione a causare danni; si racconta che lascino cenere o polvere decolorante su piccole impronte e, di notte, emettano suoni simili a quelli di un arcolaio che gira. Si dice che producano anche suoni all’interno delle stanze, simili a quelli di una performance di Kagura (un tipo di danza cerimoniale rituale shintoista). Le leggende narrano di quando qualcuno cuciva da solo in famiglia, si sentivano rumori simili al fruscio di carte o a qualcuno che sbuffava, ma quando si apriva la porta di legno, non c’era nessuno. Si narra che durante la notte facciano scherzi come salire sui futon nelle camere degli ospiti e girare i cuscini per disturbare il sonno delle persone; quando si cerca di fermarli, la loro forza è così grande da non essere influenzati da nessuno. A volte giocano anche con i bambini.

Origini dei Zashiki-warashi

Kizen Sasaki
Kizen Sasaki

Il folclorista giapponese Kizen Sasaki (1886-1933), conosciuto anche come il Grimm giapponese, ha osservato che gli zashiki-warashi potrebbero essere gli spiriti dei bambini uccisi e sepolti in casa, un’usanza comune nella regione di Tōhoku per ridurre il numero di persone da nutrire. Questi spiriti sono spesso associati ai luoghi dell’infanticidio. Oltre a questo, gli zashiki-warashi sono spesso legati a leggende di case che cadono in rovina dopo l’uccisione di un pellegrino buddista, suggerendo un legame con le parti oscure della comunità del villaggio.

Nel libro Clairvoyance and Thoughtography, il parapsicologo Tomokichi Fukurai (1869-1952), racconta di una presunta medium di nome Sadako Takahashi, rinomata per le sue presunte capacità psichiche, inclusa la nensha (l’abilità di proiettare immagini su pellicola solo con la forza del pensiero). La sua storia ha ispirato il personaggio di Sadako Yamamura, l’antagonista principale nella serie di romanzi Ring di Koji Suzuki e nei relativi film. Secondo la presunta medium, gli zashiki-warashi che nascono da maledizioni legate a falegnami e fabbricanti di tatami. Infine, ci sono molte teorie che suggeriscono che la vera identità degli zashiki-warashi sia quella di un kappa, una creatura mitologica che vive nelle profondità dell’acqua.

Il fenomeno degli zashiki-warashi è associato a varie credenze e teorie. Si pensa che la loro somiglianza ai bambini sia influenzata dalla figura dei gōhō-warashi, divinità irate che proteggono il Buddismo e assumono sembianze infantili. Secondo alcune interpretazioni, i bambini fungono da tramite tra gli dèi e gli umani, mentre altri vedono nella figura infantile una manifestazione della divinità stessa. Lo studioso Kunio Yanagita (1875-1962) associa gli zashiki-warashi alla venerazione degli spiriti delle persone appena defunte e alla loro trasmissione di divinità agli umani. Inoltre, il folclorista Kazuhiko Komatsu analizza il ruolo degli zashiki-warashi nell’antropologia culturale, collegandoli alla circolazione della ricchezza e alla spiegazione dei cambiamenti nella fortuna sociale. Infine, nel racconto Hinpuku-ron di Ueda Akinari (1734-1809), viene menzionato uno spirito del denaro che potrebbe essere interpretato come un’antica forma di zashiki-warashi.

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