Il Giorno dei Morti

15 minuti di lettura

Non è un altro articolo sulla festa di Halloween, Archaeus ne ha già pubblicato uno che potrete leggere qui: Gli Spiriti di Halloween.

Questa volta vi racconto però di un’altra festa, chiamata in Messico Día de los Muertos, il Giorno dei Morti, anche se in realtà la festa dura tre giorni, iniziando il 31 ottobre e finisce il 2 novembre.

Durante il corso della storia, molte culture hanno commemorato la “morte” attraverso feste o rituali che si sono tramandati nel tempo. Dall’antica Cina, dove ritroviamo le sculture funerarie che hanno riempito complessi mausolei, fino all’Olanda dell’età d’oro, dove la morte è stata dipinta da moltissimi artisti.  Nel moderno Messico, la gente celebra “Día de los Muertos”, che a differenza di quello che si può immaginare, non è grigia e funebre, ma una festa molto colorata dedicata ai defunti. Nonostante questa festa si sia evoluta nel corso dei secoli, storicamente e culturalmente, rimane uno dei più importanti eventi al mondo.

Che cos’è Día de los Muertos ?

Una parata in maschera (fonte AFP)

Día de los Muertos, nota anche come Día de Muertos, è una celebrazione messicana che si svolge ogni anno dal 31 ottobre al 2 novembre in onore di coloro che sono morti. La tradizione crede che le porte del Paradiso vengano aperte a mezzanotte del 31 ottobre e che gli spiriti di tutti i neonati e bambini deceduti, chiamati angelitos, possano riunirsi con le loro famiglie per ventiquattro ore. Proprio per questo motivo, il primo giorno viene chiamato Día de los Inocentes (in italiano, Il giorno degli innocenti) o Día de los Angelitos (Il giorno dei piccoli angeli). Poi il 2 novembre si festeggia il Día de los Muertos, dove gli spiriti degli adulti scenderebbero per godersi i festeggiamenti che sono stati preparati per loro. Sebbene le tradizioni e i rituali specifici coinvolti nel Día de los Muertos, variano da regione a regione, la celebrazione viene svolta generalmente attorno alla creazione di altari dedicati ai cari defunti, che i partecipanti riempiranno di scheletri stilizzati, cibo e altre offerte (ofrendas, in messicano).

Uno degli altari a OAXACA (fonte: CPTM)

Nella maggior parte dei villaggi indiani, esposti in ogni abitazione, ci sono questi bellissimi altari, chiamati Ofrendas, decorati con candele, secchi di fiori come i Cempasúchil (pronunciato sempasucil), che fondamentalmente sono piante erbacee della famiglia delle Compositae, originarie del Messico, riconoscibili per i fiori giallo-arancioni che emanano un intenso profumo e dalle particolari proprietà medicinali. Anche in Italia le abbiamo, ma si chiamano Tagete, probabilmente le avrete già viste esposte in qualche vivaio. A differenza delle cugine messicane, le Tagete sono completamente gialle.

Campo di Cempasúchil

Altri fiori utilizzati della festa messicana dedicata ai morti, c’è il Chrisantemo, che dall’assonanza richiama molto i crisantemi che vengono portati come omaggio ai propri cari defunti nei cimiteri italiani, ma a differenza di quelli nostrani, i chrisantemi messicani sono di un intenso colore arancio. Oltre ai fiori, gli altari vengono addobbati con tumuli di frutta, anche secca come le arachidi e da piatti con cibo cucinato come il tacchino, attorniato da pile di tortillas e da grandi pani dal sapore molto dolce chiamati Pan de muerto.

Pan de Muerto

Il pane viene preparato molti giorni prima della festa e si tratta di un pane dolce con semi di anice, ma la ricetta varia di regione in regione, quindi sia la sua forma che il suo sapore, cambiano da festa a festa. Ad esempio, nel Messico centrale, la forma del pane dei morti è tonda, mentre ne La Mixteca, una zona più nord occidentale del Messico, al Pan de muerto viene data una forma che richiama quella umana. In tutte le zone messicane dove viene svolta la festa dei morti, il pane viene ricoperto da zucchero, bianco se il pane è dedicato ai bambini, o rosso se viene dedicato ai defunti di adulti. Il cibo sopra ogni altare è così abbondante da quasi coprirlo. Dopo tutto questo cibo, i defunti avranno anche sete, quindi sugli altari non mancano bottiglie di soda, di semplice acqua e tazze di cacao caldo.

Cane della razza Xoloitzcuintli

Inoltre per gli angelitos, i bambini defunti, non mancano giocattoli e caramelle, che due giorni dopo vengono sostituiti con omaggi agli adulti defunti, come sigarette e bottiglie di mescal, un distillato messicano ricavato dall’agave. Gli scheletri sono i protagonisti di questi altari, costruiti di legno, di plastica, o di dolci, come i teschi di zucchero che si possono acquistare nei mercati all’aperto. Un’altra raffigurazione ricorrente nella festa sono quelle dello Xoloitzcuintli (detto anche Xoloitzcuintle), il cane privo di peli messicano, in quanto si crede possano fare da guida a i morti, sia per giungere alla festa, sia per tornare nell’Oltretomba. Le spese per questa festa non sono poche, motivo per cui è seguita da famiglie autoctone che riescono ad auto-sostenersi grazie al proprio lavoro rurale. Molte famiglie riescono a spendere oltre due mesi di reddito per onorare i loro parenti morti. Sono convinti che gli spiriti saranno felici e ricambieranno offrendo la loro protezione e portando saggezza e fortuna alle loro famiglie viventi.

La storia della festa

La dea Mictēcacihuātl

Come per moltissime altre feste moderne, anche Día de los Muertos si è evoluta nel tempo. Già nel Messico precolombiano (1300-1521) venivano celebrati riti e rituali per ricordare i propri morti. Durante questo periodo fiorisce l’Impero Azteco che sarà ricco di tradizioni che verranno tramandate nei secoli successivi. Per gli Aztechi, così come per altre popolazioni mesoamericane, il dolore era considerato irrispettoso per i morti. Quindi hanno preferito celebrare il loro spirito piuttosto che piangerlo. Una delle prime feste azteche dedicate ai morti durava un mese, nel quale gli antichi messicani facevano visita alle tombe dei propri cari e veneravano la dea degli inferi Mictēcacihuātl, ovvero la Signora dei Morti, moglie del dio Mictlāntēcutli.
Secondo la mitologia mesoamericana, la dea del Mictlan, l’inferno per gli aztechi, sarebbe nata in una tribù pre-umana di esseri viventi, quando il mondo era nuovo. Da bambina però fu sacrificata al Mictlan, dove sarebbe cresciuta fino all’età adulta, divenendo così la dea delle ossa, dei morti e della morte stessa.
Nei numerosi cicli evolutivi, la scheletrica dea Mictēcacihuātl, avrebbe acquisito enormi poteri, diventando infine la Regina degli Inferi. Nelle culture mesoamericane, infatti, si credeva che tutte le anime dei defunti scendessero nove strati di inferi, in un arduo viaggio di quattro anni, fino ad estinguersi nel profondo Mictlan. Il Paradiso per i mesoamericani non era contemplato.

Gli Aztechi erano dediti al rituale sacrificio umano, tanto da usare ossa umane persino per produrre strumenti musicali. Nella capitale azteca di Tenochtitlan, c’era una grande cremagliera fatta d’ossa, chiamata Tzompantli, che conteneva migliaia di teschi umani. I propri cari defunti venivano seppelliti dai popoli aztechi, sotto le proprie case, in modo da tenerli sempre vicini e per essere certi che anche la dea Mictēcacihuātl li sorvegliasse e proteggesse, così come le loro case.

In origine, questa celebrazione si svolgeva in agosto, il nono mese secondo il calendario azteco, ma le influenze cristiane di dottrina cattolica, portate dai conquistatori durante la colonizzazione spagnola del XVI secolo, hanno spostato nel tempo, la data fino a quella attuale.

Rappresentazione de la Calavera Catrina

L’influenza cristiana cattolica ha alterato l’aspetto religioso del festival, sebbene rimanga radicato nella mitologia azteca, ma ad esempio la Calavera Catrina (ovvero Scheletro Elegante), un personaggio scheletrico di aspetto femminile, fu creata fra il 1910 e il 1913, da un famoso illustratore e litografo messicano, José Guadalupe Posada (1851-1913). L’aspetto bizzarro è pensare che l’intento di Posada, era quello di satirizzare la vita della borghesia durante il regno dittatoriale del generale Porfirio Díaz. Nonostante la cultura spagnola abbia fortemente influenzato il Messico, ha però anche adottato diverse tradizioni messicane e una di queste è proprio il Giorno dei Morti. Quindi, la dea degli inferi Mictēcacihuātl, caratterizzata da Posada come la Calavera Catrina, diviene anche Nuestra Señora de la Santa Muerte (in spagnolo, la Madonna della Santa Morte), spesso abbreviato in Santa Muerte: una personificazione della morte, associata alla guarigione degli infermi e alla protezione e garanzia di un “buon trapasso” per i più devoti. Pensate che, nonostante la Chiesa Cattolica si sia opposta con forza a questa Madonna, il suo culto, nel tempo, è diventato sempre più importante nella tradizione messicana ed è celebrato ancora oggi.

La forza della tradizione

Secondo il dizionario, una tradizione, è il trasmettere nel tempo, da una generazione a quelle successive, importanti memorie, notizie o testimonianze. Le tradizioni generano il Folklore, fatto di miti, leggende, racconti, proverbi, indovinelli, giochi e persino superstizioni. Ogni paese al mondo ha le proprie tradizioni che hanno generato nel tempo un grande folklore, al quale moltissime persone sono molto legate, a prescindere al proprio grado culturale. E’ però ovvio che le persone più colte, per quanto possano celebrare una festa, sanno che si basa su leggende e antichi miti. In Messico, per tradizione, veniva tramandata da genitore a figlio, l’idea che le anime resistessero alla morte e che andassero a riposare nel Mictlan fino al risveglio dal loro sonno eterno, per un solo giorno all’anno anno, quando possono tornare a casa per visitare ai loro cari.

Nello stato messicano di Michoacán, c’è una piccola isola chiamata Janitzio, dove i discendenti del popolo Purépecha, chiamati anche Taraschi (in spagnolo Tarascos), continuano a mantenere e a tramandare le antiche tradizioni azteche, con rituali mistici e spirituali che si svolgono in due giorni, anziché tre e sono anche questi una meraviglia da vedere.

Pescatori dell’Isola Janitzio durante la Notte dei Morti

Il primo giorno di novembre è il Giorno degli Innocenti (Día de los Inocentes) per onorare i bambini che riposano con Chalmecacihuilt, che altro non sarebbe che la dea degli inferi Mictēcacihuātl. Dalle 7 del mattino c’è il Kejtzitakua Zapicheri (la Veglia dei Piccoli Angeli) dove le madri e i fratelli dei piccoli defunti vanno al cimitero e preparano amorevolmente un altare addobbato con fiori, giocattoli in legno e dolci. I padri invece vegliano all’esterno del cimitero.
Il secondo giorno è la Purepecha Animecha Kejtzitakua (La notte dei morti), dove al calare del sole, gli adulti deceduti vengono “accolti a casa”. Durante questa notte, i pescatori dell’Isola Janitzio, si spostano su canoe di legno illuminate da candele e pescano utilizzando particolari reti da pesca che muovono come fossero ali di farfalla, in modo da risvegliare le anime perse di coloro che sono trapassati, così da farsi seguire fino al cimitero, ridando loro la pace.

Día de los Muertos, oggi

La locandina del film “Coco” della Disney/Pixar

Al giorno d’oggi sono numerose le campagne pubblicitarie che sfruttano il festival per promuovere qualsiasi cosa, dalle scarpe da ginnastica e abiti firmati, all’elettronica di consumo e prodotti in scatola.
Día de los Muertos è persino stata fonte di ispirazione nel 2017 per il film della Disney/Pixar, Coco, diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina, aggiudicandosi nel 2018 due premi Oscar, come miglior film d’animazione e come miglior canzone per Remember Me, scritta da Robert Lopez e Kristen Anderson-Lopez. Il Giorno dei Morti rimane ancora oggi una festa molto sentita. Nel 2008 è persino divenuta Patrimonio dell’UNESCO, assicurandosi quindi ancora lunga vita, in quanto

“Questo incontro tra i vivi e i morti afferma il ruolo dell’individuo nella società e contribuisce a rafforzare lo status politico e sociale delle comunità indigene del Messico”

UNESCO
Scarica o stampa e leggilo con calma:

Studioso di Storia e Antropologia dei Fantasmi.
Ricercatore di fenomeni insoliti attraverso rilevazioni ambientali e analisi forensi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Precedente Articolo

Bice Valbonesi [La Metafonia]