Storia dei fantasmi

Storia dei Fantasmi: Evoluzione delle Credenze nelle Culture del Mondo

34 minuti di lettura

Introduzione all’Aldilà secondo le antiche credenze

Nell’antichità, non c’erano dubbi sul fatto che una parte dell’individuo, l’anima, sarebbe sopravvissuta anche dopo che il corpo fisico avesse cessato di esistere. Che si credesse o meno, era un fatto universalmente accettato che i defunti continuassero a esistere in una forma diversa e richiedessero una qualche forma di sostentamento in un aldilà appositamente preparato da alcuni fattori. Questo articolo ripercorre la storia dei fantasmi nelle principali civiltà antiche.

La leggenda narrava che l’Aldilà fosse un regno di meraviglia e magia, dove le anime dei defunti potevano vagare libere ed esplorare i misteri dell’universo. Era un luogo in cui il cielo era sempre di un colore viola e le stelle scintillavano come diamanti. L’aria era piena del dolce profumo dei fiori e gli alberi erano carichi di frutti di ogni tipo. Le anime venivano accolte da creature eteree che le avrebbero guidate verso la loro destinazione finale. Queste creature erano simili a fate alate, con ali scintillanti e un’aura radiosa. Volavano intorno alle anime, cospargendole di polvere di stelle che ringiovaniva il loro spirito e le faceva sentire di nuovo vive.

Nelle varie credenze dei fantasmi nel corso della storia, l’Aldilà era diviso in diverse regioni, ognuna dedicata a una particolare virtù o vizio. Coloro che avevano condotto una vita virtuosa si sarebbero trovati in un luogo di beatitudine eterna, dove sarebbero stati circondati dal calore dell’amore e della gentilezza. Le anime si sarebbero divertite nei giardini del paradiso e avrebbero cantato canzoni di gioia e felicità. D’altro canto, coloro che hanno condotto una vita malvagia si ritroveranno in un luogo buio e desolato, dove saranno tormentati dalla loro colpa e dai loro rimpianti. L’aria sarebbe stata densa di puzza di zolfo e le anime sarebbero state perseguitate dai loro stessi demoni.

Tavoletta di argilla babilonese di 3500 anni fa in cui appare il Primo Fantasma (Foto ©British Museum)
Tavoletta di argilla babilonese di 3500 anni fa in cui appare il Primo Fantasma (Foto ©British Museum)

Mentre le anime viaggiavano nell’aldilà, si imbattevano in varie sfide e ostacoli che dovevano superare per raggiungere la loro destinazione finale. Ma con l’aiuto delle loro guide spirituali e la forza della loro volontà, ne sarebbero uscite vittoriose e avrebbero trovato la pace e la felicità eterne. L’aldilà era quindi un regno di meraviglia e magia, dove le anime dei defunti potevano continuare il loro viaggio alla scoperta di sé e dell’illuminazione. Era un luogo in cui i sogni si avveravano e tutto era possibile. E anche se si trattava di un mondo al di là del nostro, occupava un posto speciale nel cuore di tutti coloro che ci credevano.

Un esempio lo possiamo ritrovare in quello che viene oramai chiamato il Primo Fantasma, scolpito su una tavoletta di argilla babilonese di 3500 anni fa, in cui uno spirito femminile guida uno spirito con le mani legate, forse per condurlo nell’Oltretomba.

Ovviamente, le specificità delle narrazioni dell’aldilà variano nelle diverse culture. Tuttavia, ci imbattiamo costantemente nella convinzione della sua esistenza, nell’idea che sia governata da leggi immutabili e nella residenza eterna delle ombre dei morti. A meno che gli dei non lo permettano per motivi specifici, i morti dovevano rimanere nel regno dei vivi. Tali ragioni possono includere un rito funebre improprio o l’assenza di sepoltura, una morte per annegamento in cui il corpo non è stato ritrovato (e quindi non è stato deposto correttamente), la necessità di risolvere questioni in sospeso o il resoconto accurato degli eventi che hanno portato alla morte, come nel caso di un omicidio irrisolto che richiedeva di consegnare il colpevole alla giustizia. Solo allora il defunto potrà trovare pace nel suo riposo eterno.

Teschio romano con obolo in bocca
Cranio romano con un obolo in bocca

La manifestazione e l’esperienza di fenomeni attribuiti ad apparizioni fantasma, anche di parenti defunti, erano raramente considerate di buon auspicio: i morti rimanevano nel loro regno e non ci si aspettava che varcassero la soglia del mondo dei vivi. Quando si credeva che un evento del genere si verificasse, era segno che qualcosa non andava, tanto che chi viveva l’esperienza soprannaturale sentiva l’imperativo etico di risolvere il problema e placare le ombre riportandole al loro posto.

Questo fenomeno era così diffuso e prevalente che storie di apparizioni spettrali con temi simili si trovano nelle antiche culture di Mesopotamia, Egitto, Grecia, Roma, Cina, India, in alcune regioni mesoamericane, nelle terre celtiche dell’Irlanda e della Scozia e persino nella Bibbia stessa, che narra di incontri con fantasmi in modo non dissimile dai testi latini.

Questo articolo non ha l’obiettivo né la possibilità di trattare in modo esaustivo l’argomento dei fantasmi nel corso della storia, viste le innumerevoli opere ad esso dedicate in molte culture, alcune delle quali sono qui menzionate e altre no. L’intento è quindi quello di fornire al lettore le conoscenze di base sulle credenze relative ai fantasmi e all’aldilà nel mondo antico. Se voleste accentuare gli argomenti dei seguenti paragrafi, vi segnalo in ciascuno di essi l’articolo che ne approfondisce i contenuti.

I fantasmi nell’antica Mesopotamia

Nella cultura mesopotamica, la morte rappresentava un irrevocabile atto finale della vita umana. Nella storia dei fantasmi mesopotamici, l’Oltretomba, noto con vari nomi tra cui Irkalla — la terra del non ritorno — era un reame sotterraneo oscuro dove le anime dei defunti erano condannate a languire nell’oscurità eterna. In questo luogo desolato, si nutrivano di sporco, terriccio e detriti, e cercavano disperatamente l’acqua nelle melmose pozzanghere per placare la loro sete.

Un esempio significativo di questa concezione dell’Oltretomba si trova nel famoso poema epico Gilgameš, Enkidu e gli inferi, che offre una visione vivida di questo mondo tenebroso e spietato.

Questa tetra condizione post-mortem era il destino inevitabile di tutti, indipendentemente da come avevano condotto la loro vita. La sovranità su questo regno delle ombre apparteneva all’oscura regina Ereškigal, la custode degli inferi, che vigilava senza pietà su tutte le anime intrappolate in Irkalla. Non c’era eccezione a questa regola draconiana, neanche per una dea. Un esempio eloquente di questo principio si può trovare nel poema La discesa di Inanna agli inferi, in cui la regina celeste Inanna, sorella di Ereškigal, è costretta a trovare un sostituto per prendere il suo posto nei bassifondi degli inferi, al fine di poter riascendere alla vita.

Rilievo Burney (La Regina della Notte) del XIX secolo a.C., conservato al British Museum di Londra
Rilievo Burney (La Regina della Notte) del XIX secolo a.C., conservato al British Museum di Londra

Tuttavia, c’era un’unica eccezione ammessa: le anime che dovevano completare delle faccende nel mondo dei vivi. Si credeva che questi fantasmi potessero apparire ai viventi, agendo come messaggeri o vendicatori, con l’obiettivo di far compiere giustizia o risolvere questioni irrisolte. La loro presenza era vista come un segno della persistente influenza dell’oltretomba sul mondo dei vivi e della necessità di rispettare gli antichi rituali funerari per garantire un passaggio sicuro nell’aldilà.

Nella cultura mesopotamica, le apparizioni dei fantasmi erano spesso descritte come una sorta di malattia che colpiva i vivi. Secondo l’assiriologo Robert D. Biggs, i defunti, in particolare i parenti deceduti, potevano tormentare i vivi, specialmente se il dovere familiare di offrire doni e preghiere ai defunti veniva trascurato. I fantasmi che avevano maggiori probabilità di ritornare per disturbare i vivi erano quelli di individui morti in circostanze innaturali o che non avevano ricevuto una sepoltura adeguata, come ad esempio coloro che erano annegati o caduti in battaglia.

I guaritori mesopotamici, noti come asû e ašipu, cercavano di placare gli spiriti attraverso l’uso di incantesimi e rituali magici. Tuttavia, prima di iniziare il trattamento, il paziente doveva confessare apertamente ogni peccato che potesse aver contribuito all’invocazione dei fantasmi, poiché la malattia era considerata una manifestazione esterna della punizione inflitta dai dèi o dalle anime dei defunti per i peccati commessi dal malato, fino a prova contraria o espiazione.

Al momento della morte, si creava un’entità spirituale chiamata gidim, che manteneva l’identità personale del defunto e si dirigeva verso il regno dei morti. Questa entità, se non riceveva i giusti riti funerari o se venivano compiuti atti illegittimi legati alla morte del defunto, poteva tornare per tormentare i vivi. Tuttavia, alcune iscrizioni menzionano anche casi in cui i gidim fuggivano dall’Irkalla (l’Oltretomba) e tormentavano i vivi senza una valida ragione. In questi casi, il dio del sole Šamaš puniva questi spiriti privandoli delle offerte funebri, che venivano invece assegnate a gidim che non avevano nessuno al mondo che li ricordasse o che offrisse preghiere e doni per garantire la loro esistenza continua.

Nonostante ci siano resoconti di cari defunti che tornavano dall’aldilà per dispensare consigli e ammonimenti, nella Mesopotamia la maggior parte dei fantasmi erano visti come una presenza indesiderata da ricondurre nella tomba attraverso l’uso di incantesimi, amuleti, preghiere ed esorcismi. Questo rafforzava la convinzione che la morte fosse un confine rigoroso tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e che l’interferenza dei fantasmi dovesse essere evitata o risolta attraverso pratiche religiose e magiche.

I fantasmi nell’antico Egitto

Nell’antico Egitto, l’apparizione di un fantasma era considerata una questione estremamente seria e carica di significato. Gli Egizi avevano una profonda avversione per l’idea della non-esistenza, e credevano che dopo la morte, l’anima intraprendesse un viaggio verso la Sala della Verità dove sarebbe stata giudicata da Osiride e altri quarantadue giudici durante il rito noto come la pesatura del cuore o psicostasia. In questo processo, il cuore (simboleggiante l’anima) del defunto veniva posto su una bilancia e pesato contro la piuma della dea Maat, il simbolo dell’ordine, dell’armonia e della verità. Se il cuore risultava più leggero di una piuma, l’anima era considerata pura e meritevole di proseguire il suo viaggio nell’aldilà. Al contrario, se il cuore era più pesante della piuma, il defunto veniva giudicato colpevole di peccati e la sua anima era destinata a essere divorata da un mostruoso essere e quindi condannata all’annientamento.

Questo processo era strettamente collegato alla concezione egiziana di giustizia e moralità. Il cuore più leggero indicava una vita condotta con rettitudine, mentre un cuore più pesante rappresentava una vita caratterizzata dall’ingiustizia e dal peccato. In altre parole, il destino dell’anima dopo la morte dipendeva direttamente dalle azioni compiute durante la vita.

La residenza dei defunti, conosciuta come il Campo di giunchi, rifletteva in modo accurato la vita che il defunto aveva condotto in Egitto. Questo mondo ultraterreno era una replica dell’esistenza terrena, con la stessa casa, lo stesso ruscello, lo stesso cane fedele e l’albero amato. Questo concetto sottolineava che uno spirito non aveva motivazioni vitali per tornare nel mondo dei vivi, poiché già godeva di una vita confortante e familiare nell’aldilà.

La storia dei fantasmi nell’antico Egitto riflette quanto la persistenza dell’anima dopo la morte fosse un aspetto cruciale della religione e della cultura egizia. La pesatura del cuore era un processo determinante che rifletteva il sistema di valori e la profonda convinzione nella giustizia divina che permeavano la società egiziana.

Amuleto che rappresenta il Ba
Amuleto che rappresenta il Ba

Nel sistema di credenze dell’antico Egitto, l’anima era considerata un’entità straordinaria e veniva identificata come khu, che rappresentava l’aspetto immortale dell’individuo. In epoche successive, questa concezione dell’anima subì una trasformazione, dividendo l’anima in cinque componenti distinte. Tra queste, il ka rappresentava l’essenza vitale di una persona, mentre il ba rappresentava la sua personalità. Dopo la morte, il ka e il ba si univano per formare l’akh, un’entità che aveva la capacità di manifestarsi come un fantasma.

Se durante la sepoltura non venivano eseguiti i rituali appropriati o se i parenti commettevano peccati prima o dopo la morte dell’individuo, l’akh di quest’ultimo riceveva il permesso dagli dèi di tornare nel mondo dei vivi per riparare a eventuali ingiustizie subite. Coloro che erano tormentati da uno spirito inquieto dovevano fare appelli rituali all’entità stessa, sperando di ottenere una risposta ragionevole. In caso contrario, un sacerdote poteva intervenire e agire come intermediario tra i vivi e i morti, cercando di risolvere la controversia.

Un esempio concreto di questa credenza si trova in una lettera scritta da un vedovo a sua moglie defunta, rinvenuta in una tomba risalente al Nuovo Regno. Nella lettera, il vedovo implora lo spirito della moglie di concedergli un periodo di pace, poiché si dichiara innocente di ogni iniquità o torto commesso nei suoi confronti mentre era in vita. Questo rappresenta un tentativo disperato di cercare il perdono e la comprensione dell’anima della moglie, ora onnisciente e ubicata nel Campo di giunchi.

In questo modo, le credenze dell’antico Egitto riflettono una profonda preoccupazione per la giustizia nell’aldilà e per il potere delle anime dei defunti di interagire con il mondo dei vivi. La figura del sacerdote assumeva un ruolo cruciale nella mediazione tra queste due dimensioni, cercando di risolvere i conflitti e ripristinare l’armonia tra gli spiriti e coloro che erano ancora in vita.

«Di che colpa mi sono macchiato verso di te, che debba trovarmi in questo cattivo stato? Cosa ho fatto contro di te, che tu mi abbia messo la mano addosso benché non abbia colpe verso di te, da quando ero con te come marito fino ad oggi? Cosa ho fatto contro di te che debba nascondere? […] Quando ti ammalasti di questa tua malattia, feci venire un medico primario che ti curasse […] io passai otto mesi senza mangiare e senza bere in maniera umana; […] e piansi moltissimo con gli altri, alla presenza del mio quartiere. Dètti stoffa di lino del sud per bendarti e feci fare molte stoffe, e non permisi che alcunché ti mancasse. E ora, vedi, ho passato fin qui tre anni, e sono seduto e non entro in una casa (di altra donna), benché non sia giusto per uno della mia condizione (sociale). Ora vedi, io l’ho fatto per riguardo a te, ma ora vedi, tu non conosci il bene dal male.»

Letteratura e poesia dell’antico Egitto, 1969

Se il corpo di una persona veniva sepolto secondo i corretti rituali e se veniva mantenuta una memoria continua attraverso il culto, gli Egizi credevano che lo spirito del defunto potesse addirittura portare grandi benefici ai viventi e fungere da protettore per l’intera loro vita. Tuttavia, nell’ambito della cultura egiziana, era importante stabilire una significativa distinzione tra lo spirito che risiedeva in pace nel Campo di giunchi (l’aldilà) e il fantasma che faceva ritorno sulla terra.

Statua votiva del dio Osiride in bronzo e oro, 700-80 a.C. (periodo saitico-tolemaico)
Statua votiva del dio Osiride in bronzo e oro, 700-80 a.C. (periodo saitico-tolemaico)

Il rispetto dei riti funerari e il culto continuo erano considerati fondamentali perché lo spirito del defunto potesse raggiungere uno stato di armonia e prosperità nell’aldilà. In questa dimensione, l’anima defunta poteva diventare un benefattore per i viventi, proteggendoli e portando loro fortuna. L’idea di mantenere viva la memoria del defunto attraverso il culto rappresentava un legame prezioso tra i viventi e i loro antenati, che poteva essere un’importante fonte di forza e sostegno nella vita quotidiana.

Tuttavia, c’era una differenza significativa tra lo spirito che risiedeva pacificamente nell’aldilà e il fantasma che faceva ritorno sulla terra. Mentre lo spirito nel Campo di giunchi rappresentava la versione serena e benevola del defunto, il fantasma era associato a situazioni in cui i riti funerari erano stati trascurati o in cui erano stati commessi peccati. Il ritorno di un fantasma poteva essere problematico per i viventi, poiché poteva portare disturbo e sfortuna, richiedendo quindi l’intervento di sacerdoti o parenti per cercare di risolvere la situazione e garantire la pace per entrambi i mondi, quello dei vivi e dei defunti.

In sintesi, l’antico Egitto aveva una complessa visione delle interazioni tra i viventi e i defunti, basata sul rispetto dei riti funerari e del culto continuo. Questo equilibrio tra lo spirito nell’aldilà e il possibile ritorno del fantasma rappresentava un aspetto fondamentale della cultura egiziana e della loro comprensione del mondo spirituale.

I fantasmi nella tradizione Greco-Romana

Caronte trasporta le anime attraverso il fiume Stige, di Alexandr Lytovchenko, 1861
Caronte trasporta le anime attraverso il fiume Stige, di Alexandr Lytovchenko, 1861

Nell’antica Grecia, esisteva una complessa visione dell’aldilà composta da tre distinti regni. Dopo la morte, un rituale peculiare prevedeva che una moneta, chiamata obolo, venisse posta nella bocca del defunto come pagamento per il traghettatore Caronte, il cui compito era guidare le anime attraverso il fiume Stige verso il mondo dei morti. Questo gesto simbolico rappresentava più un atto di reciproco rispetto tra l’anima e gli dèi piuttosto che una vera remunerazione. Il valore nominale dell’obolo determinava la qualità del posto a sedere nella barca di Caronte.

Una volta giunti all’altra sponda del fiume, l’anima del defunto doveva evitare il feroce cane trifauce Cerbero per presentarsi davanti a tre giudici e rendere conto della vita che aveva vissuto. Durante questo processo di testimonianza, al defunto veniva offerta una coppa d’acqua dal fiume Lete, noto come il fiume dell’oblio. Quest’acqua aveva il potere di far dimenticare la vita terrena, preparando così l’anima per la sua nuova esistenza nell’aldilà.

Spettava ai giudici decidere il destino finale dell’anima. I guerrieri caduti in battaglia erano destinati ai Campi Elisi, un luogo paradisiaco. I giusti in generale trovavano dimora nei Prati di Asfodelo, altrettanto ameni. Gli empi, invece, erano condannati all’oscurità del Tartaro, dove dovevano rimanere fino a che non avessero espiazione per le loro colpe mondane. È importante notare che nella concezione greca, nessuna anima era condannata a una dannazione eterna. Con il passare del tempo, persino le anime nel Tartaro avevano la possibilità di essere elevate ai Prati di Asfodelo.

Una rappresentazione di Cerbero, di Gustave Doré (1832-1883)
Una rappresentazione di Cerbero, di Gustave Doré (1832-1883)

Anche se in circostanze ordinarie si riteneva che i morti non potessero fare ritorno sulla terra, la cultura greca aveva adottato un paradigma di base simile a quello delle culture dell’Egitto e della Mesopotamia per quanto riguarda il destino delle anime dopo la morte. Tuttavia, è interessante notare che nella cultura romana antica, questa credenza nei fantasmi era ancora più profonda e complessa rispetto a quella dei Greci.

Nella commedia Mostellaria di Tito Maccio Plauto (250-184 a.C.), che può essere tradotta come La Casa Infestata, il commediografo romano ci narra la storia di un ricco mercante ateniese di nome Teopropide. Teopropide, dovendo partire per affari, decide di affidare la gestione della sua casa al figlio Filolachete. Questa assenza del padre rappresenta per Filolachete un’opportunità per godersi la vita in modo sfrenato invece di dimostrarsi un amministratore responsabile. Innanzitutto, Filolachete prende in prestito una grande somma di denaro per riscattare una schiava di cui è innamorato. Successivamente, sperpera ancora più denaro per organizzare un sontuoso festino a casa sua per i suoi amici.

Tutto sembra andare per il meglio, finché un astuto servo di nome Tranio informa Filolachete che è giunta voce del ritorno inatteso di Teopropide. Filolachete entra nel panico, poiché non sa come gestire la situazione con i suoi ospiti né come giustificare i suoi enormi sprechi. Tuttavia, Tranio cerca di tranquillizzarlo, assicurandogli che tutto andrà bene. Tranio decide di chiudere Filolachete e i suoi ospiti in casa e incontra Teopropide per strada, dicendogli che non può entrare perché la casa è infestata.

Mosaico di un gruppo di attori in scena: Corego e attori, mosaico romano (fonte: tramite Wikimedia Commons)
Mosaico di un gruppo di attori in scena: Corego e attori, mosaico romano

Tranio convince Teopropide che suo figlio ha avuto un sogno in cui un fantasma, apparso in piena notte, gli ha rivelato di essere stato assassinato in quella casa da un ospite traditore che lo ha derubato dell’oro. Tranio afferma persino che il cadavere dell’assassinato è ancora nascosto in casa, costituendo una minaccia per chiunque entri. Sorprendentemente, Teopropide accetta questa storia senza esitazione e si dispera, poiché ora non sa dove andrà a vivere. Tuttavia, un creditore giunge e insiste sul fatto che gli vengano restituiti i soldi che Filolachete aveva chiesto in prestito per riscattare la schiava. Tranio spiega al creditore che in realtà i soldi sono stati richiesti per acquistare la casa accanto a quella apparentemente infestata. Nonostante Teopropide chieda spiegazioni al vicino di casa, Simo, e quest’ultimo neghi di aver venduto la casa a Filolachete, il padre di famiglia non mostra ancora segni di dubbi sulla storia del fantasma.

Questa commedia di Plauto è un esempio brillante di intrighi e inganni, con Tranio che manipola la situazione in modo da far credere a Teopropide che la sua casa sia infestata da uno spirito, e il padre di famiglia che accetta tutto ciò senza sospettare alcun inganno. La commedia offre una visione divertente delle debolezze umane e delle credenze dell’epoca, combinando abilmente l’umorismo con l’inganno.

Nella storia dei fantasmi romani, la credenza che le apparizioni si manifestassero in modi prevedibili e comparissero di notte era ampiamente radicata. La storica Deborah Felton ha evidenziato come il pubblico che assisteva alla commedia Mostellaria dovesse trovare particolarmente divertente la storia del fantasma raccontata da Tranio, poiché si discostava notevolmente dalla loro concezione comune su come un’apparizione spettrale avrebbe dovuto presentarsi.

Secondo le credenze dell’epoca, si riteneva che i fantasmi fossero visibili solo al chiarore di una qualche forma di luce, poiché altrimenti erano considerati invisibili. Inoltre, l’apparizione di un fantasma solitamente non avveniva attraverso i sogni, a meno che non si trattasse di un amico o di un amante defunto. I fantasmi che apparivano nei sogni erano considerati di natura completamente diversa rispetto agli spiriti erranti, le cui anime erano vittime di morti ingiuste o i cui corpi non erano stati sepolti secondo i riti corretti.

Nella commedia, Tranio, per cercare di giustificare la situazione imbarazzante del padrone di casa, confonde queste due diverse tipologie di narrazioni riguardanti i fantasmi. Questa confusione, come sottolineato da Felton, rappresenta un elemento chiave del divertimento per il pubblico. La situazione diventa comica perché Tranio cerca disperatamente di convincere Teopropide che il suo figlio ha visto un fantasma in un modo che sfida le aspettative e le credenze comuni dell’epoca. La commedia si basa sulla discrepanza tra le credenze tradizionali sulle apparizioni spettrali e l’ingegnosa confusione di Tranio, che porta a situazioni comiche e al divertimento del pubblico.

Una narrativa affascinante che si discosta notevolmente da questo paradigma tradizionale è presentata nella storia della giovane Filinnione, come riportata dallo storico Flegonte di Tralles nel II secolo d.C. e successivamente da Proclo Licio Diadoco (412-485 d.C.), un filosofo del V secolo d.C..
Filinnione era la moglie di Cratero (370-321 a.C.), uno dei generali di Alessandro Magno (356-323 a.C.) e morì dopo soli sei mesi di matrimonio. Tuttavia, la sua storia prende una svolta straordinaria quando torna in vita e inizia a fare visita ogni notte a un giovane di nome Macate, ospite nella casa di suo padre. Quando la sua presenza viene scoperta, Filinnione spiega di essere stata liberata dall’Oltretomba, ma con uno scopo ben preciso. Successivamente, muore una seconda volta.

Questa storia, come sottolineato dalla storica Kelly E. Shannon-Henderson e da altri studiosi, è notevole non solo per la sua trama insolita ma anche per la cura con cui Flegonte cerca di convalidarla. Egli la presenta come una narrazione in prima persona sotto forma di lettera, attribuendola a un luogo specifico, Anfipoli, e a un periodo specifico, il regno di Filippo II di Macedonia (382-336 a.C.). Tuttavia, allo stesso tempo, Flegonte è abbastanza cauto da non fornire dettagli così specifici da far sorgere dubbi tra i lettori che potrebbero essere familiari con la storia della regione. Questa cautela nell’uso di dettagli specifici è intrigante, poiché solleva la questione della veridicità della storia e dell’intenzione dell’autore nell’includerla nel suo resoconto storico.

La storia di Filinnione rappresenta quindi un’eccezione affascinante al tipico paradigma delle storie di fantasmi nell’antichità. La sua reincarnazione e la sua visita notturna a Macate sollevano domande sulla natura dell’oltretomba e suggeriscono un intento misterioso dietro il suo ritorno. La narrazione stessa, presentata con un’apparente sincerità da Flegonte, offre uno spunto di riflessione sulle credenze e le storie paranormali dell’antica Grecia e Macedonia.

«A cosa ci si può ragionevolmente aspettare che un lettore creda? La letteratura romana è piena di
creature, oggetti ed eventi strani e inspiegabili, dai centauri alle apparizioni di fantasmi, alle eruzioni vulcaniche. E questi non sono confinati al mondo del mito. I resoconti del mondo naturale spesso si concentrano su fenomeni che possono sembrare stravaganti o impossibili: autori come Plinio il Vecchio presentano come vere cose che un pubblico moderno e razionale troverebbe difficile o addirittura impossibile prendere sul serio. E la scrittura storica e biografica, che apparentemente si occupano della realtà politica escludendo gli elementi mitici, spesso includono presagi e materiale soprannaturale che uno storico moderno escluderebbe dalla considerazione come fittizio.»

Kelly E. Shannon-Henderson (Authenticating the Marvellous: Mirabilia in Pliny the Younger, Tacitus and Suetonius, 6 giugno 2013)
Plinio il Giovane
Plinio il Giovane

I racconti di fenomeni insoliti a cui si riferisce la storica Shannon-Henderson, erano noti ai Romani come mirabilia, che si traduce come meraviglie e derivano dal termine latino mirabilis. Questi racconti includevano una vasta gamma di eventi straordinari, come bestie che parlavano, apparizioni di donne spettrali mostruosamente alte, visioni divine e anche fantasmi. Uno dei racconti di mirabilia più celebri è narrato da Plinio il Giovane (61-115 d.C.), che racconta la storia del filosofo Atenodoro durante una visita ad Atene.

Atenodoro viene a sapere di una casa temuta da tutti a causa delle infestazioni paranormali che si verificano al suo interno. Senza timori, decide di affittare la casa per scoprire di più. La prima notte nella casa, Atenodoro viene svegliato dal rumore di catene che scricchiolano e si trova di fronte a un uomo nella sua stanza che gli fa cenno di alzarsi e seguirlo. Atenodoro segue l’uomo fino al giardino della casa, ma improvvisamente lo spettro scompare nel nulla. Il giorno successivo, Atenodoro ottiene l’ordine di un magistrato cittadino di far eseguire scavi nel giardino della casa, dove vengono scoperti i resti di un uomo incatenato. Il corpo viene nuovamente sepolto con tutti gli onori e i rituali appropriati, e la casa viene finalmente liberata da quell’oscuro presagio.

Questa storia rappresenta un classico esempio di un’infestazione, in cui uno spirito appare in cerca di giustizia o di compensazione per un torto subito durante la sua vita. Nell’antichità, la mancata sepoltura adeguata di un defunto o l’assenza di una tomba erano considerate ragioni primarie per il ritorno di uno spirito dall’oltretomba. Questo desiderio di giustizia o vendetta era una delle motivazioni comuni attribuite agli spiriti erranti, anche se altre credenze suggerivano che potessero essere spinti da altri motivi. La storia di Atenodoro dimostra l’importanza delle pratiche funerarie e dell’onore dovuto ai morti nell’antica Roma, oltre a fornire un esempio convincente di come i racconti di mirabilia fossero parte integrante della cultura e delle credenze dell’epoca.

Apuleio
Apuleio

La possibilità del ritorno di un defunto per chiedere a un congiunto di vendicare la propria morte è illustrata in un racconto del filosofo e retore romano Lucio Apulèio Madaurense, noto come Apuleio (125-170). In questa storia, un uomo di nome Trasillo si innamora della moglie del suo amico Tlepolemo e, durante una battuta di caccia, lo uccide. Lo spirito vendicativo di Tlepolemo appare in sogno alla sua vedova, di nome Carite, rivelandole il suo assassinio e chiedendo giustizia.

Carite aveva precedentemente rifiutato le avance amorose di Trasillo, poiché era ancora in lutto per la morte del marito. Tuttavia, dopo l’apparizione del fantasma e la richiesta di vendetta, Carite acconsente a permettere a Trasillo di farle visita la stessa notte. Durante l’incontro, gli offre del vino “corretto” con un narcotico, e quando Trasillo cade in uno stato di torpore, lei lo acceca con una forcina. Questa punizione viene considerata troppo leggera per il grave crimine commesso da Trasillo, e ora l’uomo è condannato a vagare nell’esistenza senza poter vedere il mondo.

Successivamente, Carite si reca alla tomba del marito e si toglie la vita con la sua stessa spada. Trasillo, invece, si fa rinchiudere nella sepoltura di Tlepolemo e si lascia morire di fame.

Questa storia è un esempio eloquente di un fantasma che ritorna dal mondo dei morti per cercare giustizia e vendetta. La narrazione riflette la profonda convinzione dell’antichità che i defunti avessero un’influenza persistente sulla vita dei vivi e potessero intervenire per garantire che le ingiustizie venissero punite. La storia offre anche una visione delle relazioni complesse tra passato e presente, amore e vendetta, e le conseguenze dei nostri atti più oscuri.

In sintesi, esistevano principalmente due modalità, sebbene non le uniche, attraverso le quali si credeva che i fantasmi potessero manifestarsi nell’antichità: attraverso sogni o apparizioni fisiche, spesso legate alla loro morte. Questo paradigma, che comprendeva l’apparizione dei fantasmi in base a questi due principali modi, era osservabile anche in altre culture. Tuttavia, va notato che c’erano variazioni nelle credenze e nelle rappresentazioni dei fantasmi a seconda delle diverse tradizioni culturali e delle epoche storiche.

I fantasmi nella tradizione Cinese

La storia dei fantasmi nella cultura cinese antica è segnata da una profonda credenza nel ritorno fisico delle apparizioni, specialmente di individui che erano annegati, morti in situazioni traumatiche come il campo di battaglia o che non avevano ricevuto una sepoltura adeguata. Si credeva che questi spiriti potessero riapparire tra i vivi, ma solo di notte e alla luce di una fiaccola. D’altra parte, gli antenati o gli spiriti dei defunti che avevano importanti informazioni da comunicare o avvertimenti da dare erano più propensi a manifestarsi attraverso i sogni.

Mozi
Mozi

Uno dei filosofi cinesi antichi più noti, Mozi (470-391 a.C.), credeva fermamente nella realtà dei fantasmi. È noto che ha sostenuto la veridicità della tradizione che raccontava del ritorno del fantasma del ministro Tu Po, che aveva ucciso il re Xuan di Zhou. Mozi ha argomentato che, in presenza di racconti su argomenti sconosciuti all’ascoltatore o su culture mai esplorate personalmente, è essenziale accettare tali racconti come veritieri se sembrano credibili e se il narratore è considerato una fonte affidabile. Secondo questa logica, ciò che veniva raccontato riguardo ai fantasmi dovrebbe essere accettato come vero, a condizione che il narratore fosse già stato una fonte affidabile in altre situazioni verificabili in prima persona.

Pertanto, sia i resoconti storici antichi che quelli contemporanei di Mozi contenenti riferimenti ai fantasmi erano considerati come realtà. Questa prospettiva implicava che le storie dei fantasmi dovevano essere prese sul serio e accettate come veritiere, indipendentemente dalla possibilità di verificare personalmente l’esistenza di tali spiriti. In altre parole, la credenza nei fantasmi era così radicata nella cultura cinese che veniva trattata con la stessa serietà di qualsiasi altra storia o notizia verificabile in prima persona, indipendentemente dalla sua natura paranormale.

La credenza cinese nei fantasmi era fortemente influenzata dal culto degli antenati, una parte essenziale della religione popolare cinese. La convinzione era che i defunti continuassero a esercitare una potente influenza sulle vite delle persone, e questa credenza era intimamente legata alla cultura cinese.

Come in altre culture, i cinesi credevano che gli spiriti dei defunti potessero essere di beneficio ai vivi, a condizione che fossero rispettate alcune condizioni. Innanzitutto, era importante che non ci fossero state violazioni dei rituali funebri, e in secondo luogo, era necessario che al defunto fosse stato concesso il permesso di tornare sulla terra per rimediare a un eventuale torto o per un altro scopo specifico.

Il Mese dei Fantasmi, un'immagine di uno spettacolo a Taiwan
Il Mese dei Fantasmi, un’immagine di uno spettacolo a Taiwan

Una delle solennità più significative era quella dei fantasmi, originariamente celebrata per onorare e placare gli spiriti dei defunti. Questa festività aveva luogo nel quindicesimo giorno del settimo mese dell’anno ed era conosciuta come il Gui Yue in pinying (il Mese dei fantasmi). Durante questo periodo, si credeva che il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse al massimo, rendendo più agevole il passaggio degli spiriti. Questo concetto era simile a quello del Samhain nella cultura celtica o al Día de Muertos nelle culture mesoamericane.

Durante la solennità dei fantasmi, era pratica comune per le persone lasciare cibo e offerte in dono ai defunti. Questo gesto aveva lo scopo di onorare gli spiriti e di placarli, affinché rimanessero nel loro regno e non disturbassero i viventi. Era un atto di rispetto e reverenza verso i defunti, dimostrando l’importanza della connessione tra i vivi e i morti nella cultura cinese.

Questa festività è celebrata ancora oggi in molte località in Oriente, come a Taiwan.

Nella cultura cinese, l’aldilà era considerato un viaggio complesso per l’anima, un’esperienza che coinvolgeva attraversare un abisso e sottoporsi a un giudizio. Questo processo era al centro delle credenze sulla vita dopo la morte.

L’anima doveva attraversare un ponte, dove sarebbe stata sottoposta a giudizio. Se l’anima veniva considerata meritevole, le veniva permesso di procedere. In questo momento, l’anima aveva l’opportunità di fermarsi in una sala, voltarsi per vedere la terra dei vivi un’ultima volta e bere da una Coppa dell’Oblio chiamata Meng Po, che era anche il nome dello spirito di un’anziana signora che accompagna le anime negli inferi. Questa bevanda aveva il potere di indurre l’oblio della vita passata, consentendo all’anima di iniziare la sua nuova esistenza nell’aldilà.

La cultura cinese presentava una variazione nelle credenze sull’aldilà. Alcuni testi indicavano che, dopo questo processo, l’anima ascendeva al paradiso, mentre altri suggerivano che essa si reincarnasse in una nuova forma di vita. Era importante notare che se l’anima veniva giudicata non meritevole durante il passaggio del ponte, questa scivolava giù precipitando in un irrimediabile inferno.

In generale, non era comune aspettarsi che l’anima avesse il permesso di tornare nella terra dei vivi dopo questo processo, a meno che non fosse coinvolta qualche forma di potenza maligna. Se ciò avveniva, e se non si trattava dell’apparizione in sogno di un antenato per dare un avvertimento, era generalmente considerato un segno di un evento insolito o di presenze sovrannaturali.

Queste credenze riflettono la profondità e la complessità del sistema di credenze cinesi riguardo all’aldilà e al destino delle anime dopo la morte.

Copertina del libro I Racconti fantastici dello studio Liao

La storia di Ning Caicheng e Nie Xiaoqian, tratta dal libro I Racconti fantastici dello studio Liao dello scrittore cinese della dinastia Qing, P’U Sung-Ling (1640-1715), rappresenta un esempio eloquente delle credenze e delle storie legate ai fantasmi nella cultura cinese. Questa narrazione, sebbene risalga a tempi molto precedenti al XVII secolo, offre un affascinante sguardo sulle credenze e le rappresentazioni dei fantasmi in Cina.

La storia segue Ning, che visita un tempio dove gli appare il fantasma della giovane Nie. Nonostante le avances seducenti di Nie, Ning resiste perché crede fortemente in una condotta virtuosa. Tuttavia, il giorno successivo, due altri viaggiatori che avevano soggiornato presso lo stesso tempio vengono ritrovati morti, dissanguati attraverso fori nelle piante dei piedi. Questo misterioso evento solleva interrogativi su ciò che sta accadendo nel tempio.

Nie, il fantasma, sviluppa un profondo rispetto per la rettitudine e la virtù di Ning nel resistere alle sue avances. Rivela a Ning la sua triste storia: è morta proprio presso il tempio, all’età di diciotto anni, ed è caduta sotto il controllo di un demone mostruoso che abita il luogo in cui è stata sepolta. Questo demone la costringe a sedurre i viaggiatori, a dissanguarli e a nutrirlo con il loro sangue.

Ning decide di esumare i resti di Nie e di portarli con sé a casa. Lì, riesegue il rito funerario appropriato, compiendo libagioni sulla tomba come segno di rispetto e onore. Questo atto dimostra la sua devozione e la sua compassione verso il fantasma di Nie.

Alla fine della storia, quando Ning si sta preparando a lasciare la tomba, sente la voce di Nie chiamarlo. In riconoscimento della sua condotta virtuosa e degli sforzi compiuti per darle una degna sepoltura, Nie viene riportata in vita. I due si sposano, e la storia conclude con la felicità di Ning e Nie che vivono insieme con i loro figli.

Questa storia riflette la profonda interazione tra il mondo dei vivi e dei morti nella cultura cinese, dove la virtù, la compassione e il rispetto verso i defunti possono portare a risultati sorprendenti, come il ritorno in vita di un fantasma e la realizzazione di un amore duraturo.

Ritratto di Confucio eseguito nel periodo della dinastia Yuan (1279-1368)
Ritratto di Confucio eseguito nel periodo della dinastia Yuan (1279-1368)

I racconti di fantasmi nella cultura cinese spesso veicolano una morale profonda, come dimostrato nella leggenda di Ning e Nie precedentemente menzionata. Questi racconti servono a sancire e enfatizzare comportamenti virtuosi e atti di gentilezza verso gli altri. Anche il grande filosofo Confucio (551-479 a.C.) credeva nell’efficacia delle storie di fantasmi, poiché riteneva che gli incontri con il soprannaturale potessero impartire lezioni morali a coloro che le ascoltavano.

Confucio era fermamente convinto che queste storie di fantasmi avessero il potere di inculcare virtù a chi le ascoltava. Ciò era particolarmente vero nei casi degli incontri con i cosiddetti fantasmi affamati. Questi spiriti, o i loro congiunti, avevano spesso subito una mancanza di rispetto o commemorazione dopo la morte, o erano stati vittime di omicidi irrisolti. Si credeva che gli dèi affidassero loro una speciale dispensa per tormentare i vivi finché non avessero ricevuto giustizia.

I fantasmi affamati potevano manifestarsi in vari modi, tormentando la mente degli individui o infestando le loro dimore, comportandosi come i familiari poltergeist di cui molti sono a conoscenza. Questo concetto era radicato nella credenza che l’equilibrio tra il mondo dei vivi e dei morti fosse estremamente importante, e che ignorare o mancare di rispettare i doveri verso i defunti potesse scatenare reazioni paranormali.

In sostanza, queste storie di fantasmi cinesi erano strumenti educativi potenti, utilizzati per trasmettere insegnamenti morali e etici, e per sottolineare l’importanza del rispetto verso i defunti e della ricerca della giustizia per coloro che avevano subito ingiustizie durante la loro vita terrena.

I Fantasmi in India

Questa stessa dinamica si può riscontrare anche nelle credenze dell’India, dove alcuni fantasmi di individui trapassati erano considerati simili ai fantasmi affamati menzionati in precedenza.

Disegno di una Butha (fonte ©Paizo Publishing LLC)
Disegno di una Butha (fonte ©Paizo Publishing LLC)

Nell’antica e moderna India, questi spiriti erano noti come bhuta (Bhūta), e si credeva che apparissero sotto forma umana, sebbene con la caratteristica distintiva di avere i piedi o la testa rivolti all’indietro. Questa posizione simbolica rappresentava chiaramente lo stato innaturale degli spiriti, un’alterazione rispetto alla normalità. I bhuta si manifestavano quando un individuo moriva prematuramente, senza avere la possibilità di godere appieno della sua esistenza. A causa di questa mancanza, tornavano sulla terra con l’obiettivo di impossessarsi del corpo di un vivente.

La possessione spiritica, che includeva anche casi in cui lo spettro rianimava il proprio cadavere, era una preoccupazione significativa nell’India antica. Questo fenomeno preoccupante era così rilevante che alcuni studiosi ritengono che abbia contribuito all’adozione della pratica della cremazione. Secondo questa credenza, lo spirito di un individuo cremato non sarebbe stato in grado di tornare a rianimare il proprio corpo. La cremazione divenne quindi un metodo per proteggere i vivi dalle possibili possessioni spirituali.

Per difendersi ulteriormente dalle influenze negative degli spiriti, si usavano incensi, amuleti e preghiere. Questi rituali erano considerati fondamentali per mantenere il contatto con il mondo degli spiriti sotto controllo e per proteggere la comunità dai potenziali pericoli rappresentati dai fantasmi. In questo modo, la storia dei fantasmi in India era strettamente intrecciata alla cultura e alle pratiche religiose, influenzando persino le decisioni sulle modalità di sepoltura e cremazione.

In quanto individui che hanno lasciato questa vita prematuramente, gli spiriti bhuta erano spesso considerati infelici e talvolta anche arrabbiati. Quando si manifestavano fisicamente, si riteneva che portassero sfortuna e causassero innumerevoli tragedie. Tuttavia, se apparivano in sogno, come avveniva in molte altre culture, erano considerati benevoli e spesso collegati a qualcuno che il sognatore conosceva o addirittura a un parente defunto.

Una fotografia artistica che rappresenta uno spirito Churail (©Swarm di Joshua Offine, 2005)
Una fotografia artistica che rappresenta uno spirito Churail (©Swarm di Joshua Offine, 2005)

Un tipo particolarmente insidioso di bhuta era noto come churail, uno spirito che era stato una donna morta durante il parto. Si credeva che questi spiriti si nascondessero agli incroci stradali e cercassero di avvicinare le persone come se volessero fare amicizia. Nel caso di una donna, il churail tentava di rapire i suoi figli o di prendere possesso del suo corpo. Nel caso di un uomo, cercava di sedurlo e successivamente ucciderlo. Questi racconti riflettevano la convinzione popolare riguardo al pericolo associato a questi spiriti e alle situazioni in cui potevano apparire.

Va notato che, anche se i bhuta e i churail erano considerati spiriti irrequieti, la religione induista insegnava il ciclo di reincarnazione, nel quale tutte le anime dovevano alla fine fare ritorno. In questo ciclo, le anime venivano giudicate per le loro azioni durante la loro vita corporea, e il loro successivo destino spirituale veniva determinato in base a tali azioni. Tuttavia, sembrava che non tutte le anime avessero il permesso di progredire nel ciclo di reincarnazione, poiché esistevano racconti di dimore infestate in modo permanente, così come di intere città e regioni. Queste storie suggerivano che alcuni spiriti non riuscivano a liberarsi dalla loro condizione spirituale e rimanevano legati alla terra per lungo tempo.

Royal Palace Bhangarh
Royal Palace Bhangarh

Uno dei siti più famosi associati ai fantasmi in India è il Bangarh Fort, situato nello stato del Rajasthan. Questa città abbandonata è rinomata per essere considerata infestata da spiriti. La storia di Bangarh Fort risale all’epoca dell’Impero Moghul, quando fu fondata nel 1573 E.V. (Era Volgare). Secondo la leggenda che circonda questo luogo, la città fu inizialmente benedetta da un saggio eremita che si era ritirato nelle vicinanze.

La condizione posta dal saggio eremita per la sua benedizione era che nessun edificio della città dovesse essere così alto da proiettare un’ombra sulla sua dimora collinare e privarlo della luce del sole. Inizialmente, questa condizione fu rispettata dai costruttori della città, ma col tempo, mentre la città cresceva, furono aggiunti edifici che superarono l’altezza consentita e fecero ombra all’eremo. In risposta a questa violazione della sua richiesta, l’eremita maledisse la città e i suoi abitanti per la loro arroganza. La maledizione ebbe effetto in modo repentino e spettacolare: in una sola notte, tutti i piani superiori degli edifici crollarono. Gli abitanti superstiti abbandonarono il Bangarh Fort e costruirono una nuova città a breve distanza da essa.

Questa storia contribuisce al fascino e alla fama del Bangarh Fort come luogo infestato dai fantasmi, e il sito è diventato un’attrazione turistica nota per le sue storie di attività paranormali. La leggenda offre anche un esempio di come le credenze nei fantasmi siano spesso legate a eventi storici e mitologici, aggiungendo un elemento di mistero e fascino alla regione.

Una variante affascinante di questa leggenda coinvolge la storia d’amore tra la bellissima principessa Ratnavi e il malvagio stregone Baba Balnath. Quest’ultimo era innamorato di Ratnavi, ma sapeva che non avrebbe mai potuto conquistarla con mezzi ordinari. Pertanto, preparò un filtro d’amore, che presentò alla principessa come un profumo di straordinaria fragranza. Tuttavia, Ratnavi era sospettosa delle intenzioni di Baba Balnath e decise di mettere alla prova il contenuto della bottiglietta. Versò il misterioso profumo su un masso, e a causa dei poteri magici della pozione, il masso fu improvvisamente sollevato nell’aria e si schiantò contro lo stregone. In punto di morte, Baba Balnath maledisse Ratnavi e l’intera città, giurando che nessuno avrebbe più osato vivere tra le sue mura.

Come nella versione precedente della storia, la città fu abbandonata in una sola notte a seguito di una catastrofe. La maledizione dello stregone ebbe effetto, e la città rimase disabitata dai vivi. Tuttavia, secondo la leggenda, i morti, compreso lo spirito della principessa Ratnavi, continuarono a risiedere nel Bangarh Fort.

Nel corso dei secoli, visitatori e residenti hanno riportato esperienze paranormali in questa antica città abbandonata. Si dice che si possano udire voci spettrali, risate provenienti dal nulla vicino all’antica piscina, passi misteriosi e persino avvistamenti di luci che si muovono nella città. Questi racconti contribuiscono all’atmosfera misteriosa e al fascino del Bangarh Fort, che rimane un luogo affascinante per coloro che sono interessati alle leggende e alle storie di fantasmi.

I fantasmi mesoamericani

Le civiltà precolombiane del Mesoamerica condividevano con le culture dell’Antico Oriente una concezione dell’aldilà come regno oscuro e definitivo, da cui i morti non erano attesi tra i vivi. Eppure, anche in questo quadro, le eccezioni esistevano e prendevano forme precise: fantasmi indesiderati da ricacciare con incantesimi e amuleti, spiriti di donne morte di parto destinati a fare del male, anime che si reincarnano in fiori profumati o in presenze malevole agli incroci. Tanto per i Maya quanto per gli Aztechi, il rapporto con i defunti era regolato da un sistema di credenze articolato, in cui il tipo di morte, la qualità morale della vita vissuta e il corretto svolgimento dei riti funebri determinavano il destino dell’anima e la sua eventuale capacità di interferire con il mondo dei vivi. Le due culture presentano punti di contatto significativi — la paura dello spirito che torna fuori dall’ordine naturale, il ruolo protettivo degli animali, la sacralità del confine tra i due mondi — ma elaborano questi temi con mitologie e figure distinte, che vale la pena esaminare separatamente.

I fantasmi per i Maya

Nella storia dei fantasmi Maya, queste entità erano considerate indesiderate e temute, e si credeva che dovessero essere tenuti lontani attraverso l’uso di incantesimi e amuleti o addirittura respinti negli inferi grazie all’intercessione di uno sciamano. Questa concezione può essere paragonata a quella delle culture mesopotamiche, che vedevano l’aldilà come un luogo oscuro e spaventoso. Tuttavia, la visione maya dell’oltretomba aveva elementi distintivi che la rendevano unica.

Piramide El Castillo, Tempio di Kukulcan, antiche rovine Maya in Messico
Piramide El Castillo, Tempio di Kukulcan, antiche rovine Maya in Messico

Secondo i Maya, il percorso verso l’Oltretomba, conosciuto come Xibalba o Metnal, era costellato di pericoli. Lungo questo cammino, le anime dei defunti dovevano affrontare numerosi Signori dei Morti che cercavano di assalirle mentre cercavano di raggiungere il paradiso. Lo spirito lasciava il corpo morente ed era guidato attraverso una vasta estensione d’acqua da un cane spirito-guida, che gli forniva aiuto nel superare gli agguati dei Signori di Xibalba. L’obiettivo finale era raggiungere l’Albero della Vita, il cui raggiungimento avrebbe condotto l’anima al paradiso.

Poiché questa discesa negli inferi era considerata un viaggio senza ritorno, come nelle altre culture precedentemente menzionate, non ci si aspettava che i fantasmi facessero ritorno nel mondo terreno. La concezione Maya dell’Oltretomba era caratterizzata da un’atmosfera di pericolo costante e prove da superare per l’anima defunta, rendendo la fede nella protezione dagli spiriti maligni una parte essenziale della cultura Maya.

Coloro che tornavano dall’aldilà, secondo le credenze Maya, rappresentavano una violazione dell’ordine naturale delle cose, a meno che non apparissero in sogno e fossero riconoscibili come amici o familiari. Tuttavia, ci sono situazioni in cui questa regola potrebbe non applicarsi, come nel caso dei morti che ritornavano sotto forma di piante, alcune delle quali erano considerate benefiche, mentre altre da evitare. Un esempio significativo di questa credenza è narrato nella Leggenda della Xtabay, che racconta la storia di due donne bellissime: Xkeban e Utz-Colel.

Xkeban è oggetto di maltrattamenti e discriminazione da parte dei cittadini di rango elevato a causa delle sue relazioni sessuali extraconiugali, ma è amata dalle persone di ceto sociale più basso per la sua gentilezza e il suo atteggiamento amichevole verso tutti. D’altra parte, Utz-Colel è altamente rispettata dalle classi alte perché proviene da una famiglia stimata e osserva scrupolosamente le convenzioni sociali, ma ha un cuore freddo, è crudele e egoista, interessata solo a se stessa.

Storia dei Fantasmi - Anime sulle rive dell'Acheronte (1898) del pittore ungherese Adolf Hirschl (1860-1933) conservato nell'archivio viennese Österreichische Galerie Belvedere.
Anime sulle rive dell’Acheronte (1898) del pittore ungherese Adolf Hirschl (1860-1933) conservato nell’archivio viennese Österreichische Galerie Belvedere.

La leggenda mette in luce una sfida tra il giudizio umano basato sulla posizione sociale e la moralità personale. Anche se Xkeban viene condannata dalla società a causa delle sue azioni, è vista con affetto da coloro che riconoscono il suo vero carattere. Dopotutto, Utz-Colel, nonostante il suo rispetto sociale, è disprezzata per la sua natura egoista.

La leggenda potrebbe suggerire che le anime dei defunti possono manifestarsi sotto diverse forme, anche come piante, e che il loro ritorno può essere influenzato dalle loro azioni e dalla percezione della loro moralità da parte della comunità. Questa è una rappresentazione delle credenze Maya sulla continuità dell’anima dopo la morte e la possibilità di una trasformazione o di un ritorno nella vita terrena, anche se in forme diverse da quelle umane.

Un giorno, un’intrigante e inebriante fragranza comincia a diffondersi nel villaggio, catturando l’attenzione degli abitanti che seguono l’odore fino a una sorgente. Qui, fanno una scoperta sconcertante: Xkeban è morta nella sua capanna, e la causa della sua morte rimane avvolta nel mistero. Tuttavia, il profumo del villaggio sembra provenire dal suo corpo defunto. I villaggi la seppelliscono con rispetto, ma l’indomani, notano che dei graziosi fori di campo si sono formati sulla sua tomba, emanando lo stesso profumo avvolgente dell’odore sconosciuto.

Poco tempo dopo, anche Utz-Colel muore, ma dalla sua salma si diffonde un odore fetido e sgradevole. Gli aristocratici del villaggio la seppelliscono con grande cerimonia, ritenendola una donna nobile e devota, e adornano la sua tomba con fiori. Tuttavia, il giorno seguente, scoprono che i fiori hanno appassito e dalla tomba di Utz-Colel spunta un fiore noto come Tzacam, che non ha alcun profumo.

Dall’altra parte, dalla tomba di Xkeban, spunta un fiore chiamato Xtabentun, che emana una fragranza dolce e avvolgente. Si crede che le anime delle due donne abbiano infuso i rispettivi fiori con la loro essenza. Questa parte della leggenda sottolinea il concetto di come le azioni e la moralità di una persona possano influenzare la percezione della loro anima dopo la morte, con effetti tangibili sulla natura e sulla bellezza del mondo circostante.

Dopo aver realizzato che il fiore Tzacam, associato a lei, è privo di profumo e spinoso, Utz-Colel diventa gelosa di Xkeban, convinta che il peccato d’amore carnale di quest’ultima abbia portato prosperità. In un atto di ambizione, Utz-Colel decide di compiere un gesto simile a quello di Xkeban, cercando l’aiuto degli spiriti oscuri dello Xibalba per essere riportata in vita e ottenere la stessa benedizione.

Tuttavia, Utz-Colel non comprende una differenza fondamentale: mentre l’atto di Xkeban era motivato dall’amore, il suo è spinto dall’ambizione egoistica. Gli spiriti oscuri le concedono la possibilità di tornare in vita attraverso il fiore Xtabay, che a volte assume forma umana per aspettare i passanti agli incroci. Ma c’è una condizione: se un uomo le dimostra interesse, lei deve sedurlo e ucciderlo, mentre se è una donna a passare, deve punirla causandole sofferenze mentali.

Questa parte della leggenda sottolinea il tema dell’egoismo e dell’ambizione senza scrupoli, mettendo in evidenza come l’amore genuino e l’onestà delle intenzioni siano qualità che non possono essere sostituite da ambizioni materialistiche o egoistiche.

I fantasmi per gli Aztechi

Gli Aztechi avevano una credenza simile ai fantasmi churail dell’India, ma si concentravano sul concetto del Cihuateteo, che era il fantasma di una donna morta di parto. Queste entità erano temute per la loro presunta capacità di infestare gli incroci stradali, ma la loro attenzione non si concentrava sugli uomini viaggiatori. Invece, attendevano le donne con i loro bambini, cercando di stordirle e rapire i loro figli. Si credeva anche che potessero infiltrarsi nelle case di notte e portare via i bambini, motivo per cui amuleti e talismani venivano appesi sugli stipiti delle porte e delle finestre per tenerli lontani.

Urna funeraria con rilievo raffigurante il dio Mictlantecuhtli (Signore di Mictlan), Messico. Civiltà azteca, XIV-XVI secolo.
Urna funeraria con rilievo raffigurante il dio Mictlantecuhtli (Signore di Mictlan), Messico. Civiltà azteca, XIV-XVI secolo.

Nel sistema di credenze azteco, i fantasmi in generale erano considerati presagi sfortunati, portatori di cattive notizie e annunciatrici di sventure imminenti. Come per i Maya, l’aldilà degli Aztechi era visto come un luogo oscuro e senza ritorno, quindi la riapparizione di uno spirito era interpretata come un chiaro segno che qualcosa era andato storto nell’ordine naturale delle cose o che una calamità era in arrivo.

Tanto gli Aztechi quanto un’altra cultura precolombiana, i Taraschi, attribuivano ai cani la capacità di vedere i fantasmi e di fornire protezione da essi. In entrambi questi gruppi culturali era una consuetudine seppellire i propri defunti insieme a cani, poiché si credeva che questi animali avrebbero guidato gli spiriti nell’aldilà e li avrebbero protetti dai fantasmi maligni. Nei Taraschi, la paura dei fantasmi era così intensa che avevano sviluppato la nozione di uno “spirito-cane”. Secondo le loro credenze, i fantasmi erano considerati le ombre di coloro che non avevano ricevuto una sepoltura adeguata, come coloro che erano morti da soli durante una battuta di caccia senza che il loro corpo fosse mai stato ritrovato o coloro che erano annegati. Questi spiriti tornavano nel mondo dei vivi per tormentarli finché il loro corpo non veniva scoperto e sepolto in modo appropriato.

Nel caso in cui non fosse stato possibile trovare i resti mortali, si credeva che uno spirito-cane avrebbe guidato l’anima nell’aldilà per evitare che tormentasse ulteriormente i vivi. I cani, quindi, avevano un ruolo cruciale nella gestione delle credenze legate ai fantasmi e nell’assicurare che gli spiriti defunti trovassero pace.

Un feticcio della festa Día de los Muertos
Un feticcio della festa Día de los Muertos

Nelle culture mesoamericane, a differenza di molte altre culture, la morte non era vista come un evento luttuoso da piangere, ma come un momento da celebrare. Questa prospettiva culturale ha dato origine all’evento noto oggi come il Día de los Muertos (o Giorno dei Morti). Durante questa festa, le comunità si riuniscono per commemorare coloro che sono passati a miglior vita e per celebrare la loro vita passata.

Originariamente, gli Aztechi onoravano la dea dell’oltretomba, Mictecacihuatl, insieme ai bambini defunti e successivamente agli adulti defunti. Questo festival aveva luogo durante il periodo del raccolto del mais, tra la fine di luglio e agosto. Tuttavia, dopo la conquista spagnola, il Día de los Muertos fu spostato a novembre per coincidere con la commemorazione cattolica di tutti i santi.

Durante questa festa, le famiglie decorano gli altari con fiori, candele, cibi preferiti dei defunti e oggetti personali che ricordano le persone decedute. Si crede che gli spiriti dei morti tornino in visita durante questo periodo, e le famiglie aprono le loro case per accoglierli. È un momento di gioia, di ricordi felici e di connessione con gli antenati, in cui le persone riflettono sul ciclo della vita e della morte in modo positivo anziché triste.

I fantasmi per i Celti

In America centrale, lo spostamento della data per commemorare i defunti fu influenzato dalla logica cattolica di “cristianizzare” le festività pagane preesistenti. Una celebrazione simile che si svolgeva in Europa settentrionale, specificamente in luoghi come l’Irlanda, la Scozia e il Galles, era conosciuta come Samhain. Nella cultura pagana di queste regioni, l’anno non era concepito come lineare ma ciclico, simile a una ruota che si muoveva costantemente, e Samhain segnava la fine di un ciclo e l’inizio del successivo. Si riteneva che in questo periodo il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo ai defunti di camminare nuovamente tra i viventi.

Samhain

La storia dei fantasmi nella tradizione celtica ruota attorno al Samhain, la festa che segnava il momento in cui il velo tra vivi e morti si assottigliava. Samhain tradizionalmente iniziava al tramonto del 31 ottobre e si concludeva il 2 novembre, ma ci sono testimonianze di celebrazioni che iniziavano anche una settimana prima del 31 ottobre e che si protravano per la settimana successiva al 2 novembre. È importante sottolineare che le moderne interpretazioni popolari che collegano Samhain a un dio dei morti chiamato Sam Hain sono errate. In realtà, Samhain è una parola in Irlandese antico che significa semplicemente fine dell’estate. La festività era più incentrata sulla transizione tra le stagioni e la comunicazione tra i vivi e i morti, piuttosto che su riti sacrificali a un dio specifico dei morti.

Durante il periodo di Samhain, si credeva che i defunti avessero la possibilità di vagare liberamente nel mondo dei vivi, e venivano preparati pasti appositamente per loro, in modo che amici e parenti potessero condividere un banchetto con le anime dei defunti durante la loro temporanea manifestazione sulla Terra. Samhain aveva un’importanza pratica, poiché segnava un momento cruciale per l’agricoltura e la preparazione per l’inverno. Durante questa festa, il raccolto veniva immagazzinato, il bestiame veniva macellato e la carne veniva essiccata e salata per conservarla durante i mesi invernali. Era anche il momento in cui si bruciavano le ossa degli animali macellati, un’usanza che ha contribuito all’origine del termine inglese bonfire (fuoco di ossa), derivato da bone (osso) e fire (fuoco).

Tuttavia, c’era anche un lato più oscuro associato a Samhain, legato alla credenza in spiriti inquieti, simili ai fantasmi affamati cinesi, che venivano liberati per vagare durante questa festività. Questo ha portato all’usanza di mascherarsi, con l’obiettivo di non essere riconosciuti dai spiriti maligni che potevano intenzionarsi a fare del male. Nel corso del tempo, questa usanza si è evoluta nell’odierna festa di Halloween.

Quando l’Impero romano aveva già conquistato gran parte delle regioni dei Celti nel I secolo d.C., il Cristianesimo è diventato la religione ufficiale dell’Impero nel IV secolo d.C.. Le Chiese cristiane hanno iniziato ad incorporare festività pagane nei loro calendari, per rendere più accettabile la nuova religione ai popoli conquistati. Il Samhain è stato quindi incorporato nella liturgia cristiana come Allhallows o Hallowmas, che coincideva con la Commemorazione dei defunti e il Giorno di tutti i santi. Durante queste festività cristiane, si pregava per l’espiazione delle anime purganti. Quindi, come avvenne con il Samhain in Europa, anche il Día de los Muertos in Messico ha avuto un’origine simile, con l’incorporazione di festività pagane nelle osservanze cristiane.

Conclusioni

La credenza nei fantasmi non è sempre stata quella che conosciamo oggi. Nel corso della storia ha subito trasformazioni profonde, specialmente da quando il Cristianesimo ha iniziato a influenzare il modo in cui le persone vedevano l’aldilà. A un certo punto, gli spiriti dei defunti — entità un tempo misteriose ma non necessariamente maligne — si trasformarono in emissari del male, quasi sempre ricondotti al diavolo o a forze demoniache.

Jason Robert Combs
Jason Robert Combs

La Bibbia stessa parla di fantasmi in diversi punti. Nei Vangeli — Matteo 14:25-27, Marco 6:48-50 e Luca 24:37-39 — ci sono scene in cui Gesù appare camminando sull’acqua e i discepoli, impauriti, lo scambiano per un fantasma. Il caso più rilevante rimane quello di 1 Samuele 28:7-20, dove il re Saul consulta la strega di Endor per evocare lo spirito del profeta Samuele — un atto che provoca l’ira divina, perché Saul si è rivolto a uno spirito anziché affidarsi a Dio.

Da quel momento, evocare fantasmi divenne qualcosa di vietato, sospetto, peccaminoso. Nel passo di Marco, i discepoli scambiano Gesù per un fantasma e questo viene letto come segno della loro durezza di cuore. Come ha osservato Jason Robert Combs, gli autori dei Vangeli sapevano bene cosa stavano facendo: il simbolismo del fantasma serviva a mettere in luce l’incomprensione dei discepoli nei confronti della messianicità di Gesù.

«Gli dei e gli uomini divini camminano sull’acqua, i fantasmi no. Ma quando i discepoli vedono Gesù camminare sull’acqua, credono all’impossibile piuttosto che all’ovvio. L’inserimento da parte di Marco di questa assurdità, “perché lo vedevano camminare sul mare, pensavano che fosse un fantasma” (Mc 6:49), sottolinea in modo drammatico il fraintendimento della messianicità di Gesù da parte dei discepoli.»

Jason Robert Combs (A Ghost on the Water? Understanding an Absurdity in Mark 6:49–50 – tratto dal Journal of Biblical Literature, vol. 127, n. 2, estate 2008)

I versetti del Nuovo Testamento insistono sul fatto che i discepoli non comprendano chi sia Gesù né la sua missione. Il simbolismo del fantasma comunicava questo punto con efficacia a un pubblico antico che sapeva bene come uno spirito non potesse camminare sull’acqua — elemento spesso usato per scacciare le presenze maligne — e che avrebbe quindi colto immediatamente la portata del malinteso.

Una rappresentazione di un fantasma
Una rappresentazione di un fantasma

La Prima Lettera di Giovanni (4:1) invita a verificare l’origine degli spiriti, rafforzando l’idea che i fantasmi potessero essere inganni del demonio. La posizione ufficiale si consolidò in modo netto: le anime raggiungono immediatamente paradiso, inferno o purgatorio, e chi afferma di aver visto un fantasma è stato ingannato dalle forze del male. Questa chiusura dottrinale ebbe un impatto enorme sulla cultura popolare. Nel protagonista dell’Amleto di William Shakespeare (1564-1616) si ritrova il riflesso diretto di questa incertezza: il principe non è sicuro che lo spettro del padre sia davvero lui, e sospetta possa trattarsi di un demone. Quel dubbio non esisteva nelle narrazioni più antiche — era una novità introdotta dal pensiero cristiano.

John Keel
John Keel

La storia dei fantasmi ha conosciuto un’ulteriore svolta con la scienza moderna, che li ha confinati nel regno delle superstizioni, delle storie da brivido e dei romanzi gotici. Il giornalista John Keel (1930-2009), noto per The Mothman Prophecies, sosteneva una posizione singolare: il paranormale non esiste perché tutto è naturale. Fantasmi, spiriti, apparizioni sono sempre esistiti — oggi li chiamiamo anomalie, ma la sostanza non cambia. Per lui non c’era nulla di soprannaturale in ciò che non si capisce ancora.

I fantasmi, da questo punto di vista, non sono mai scomparsi. Hanno cambiato nome, hanno cambiato contesto culturale, hanno attraversato secoli di condanna teologica e di scetticismo scientifico. Continuano a popolare racconti, sogni e zone d’ombra della mente collettiva — non perché la gente sia credulona, ma perché l’esperienza che descrivono tocca qualcosa di reale nell’esperienza umana, qualcosa che né la dottrina né la scienza hanno ancora chiuso del tutto.

error: Il contenuto è protetto!!