Nel cuore dell’immaginario esoterico e delle pratiche parareligiose moderne, la figura del medium continua ad affascinare, inquietare e dividere. Visto alternativamente come ponte tra i vivi e i trapassati, come “strumento” di entità superiori, come individuo affetto da dissociazione o, più semplicemente, come manipolatore di suggestioni emotive, il medium occupa uno spazio ambiguo tra spiritualità, cultura popolare, psicologia e frode.
La medianità, intesa come facoltà di comunicare con dimensioni o coscienze non fisicamente rilevabili, si presenta sotto molteplici forme: dalle voci interiori alla scrittura automatica, dalla trance profonda alla manifestazione fisica di entità. Tali fenomeni, sebbene presenti sotto altre vesti in culture arcaiche o religiose, assumono un’identità specifica nel contesto dello spiritismo moderno, che codifica il termine medium in senso tecnico e funzionale.
Tuttavia, ridurre il medium a una figura dell’occultismo ottocentesco o a un prodotto della credulità di massa sarebbe tanto limitante quanto acriticamente fideistico. Lo scopo di questo articolo è dunque quello di ricostruire con rigore storico, antropologico e critico la genesi, l’evoluzione e le implicazioni psichiche e culturali del medium, esplorandone:
- le origini remote e la strutturazione moderna;
- le pratiche e i fenomeni a lui associati;
- le controversie, tra accuse di ciarlataneria e ipotesi di autenticità;
- e infine il rapporto, ancora oggi irrisolto, tra medianità e scienza.
Non si cercherà qui una verità assoluta, ma una cartografia ragionata di un territorio complesso, in cui convivono desideri di contatto con l’aldilà, esperienze soggettive profonde, dinamiche culturali e talvolta giochi d’ombra.
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Origini storiche e contesto culturale
La figura del medium, per quanto oggi spesso associata allo spiritismo o a fenomeni televisivi di intrattenimento paranormale, affonda le sue radici in contesti molto più antichi e complessi. Pratiche medianiche, intese come tentativi di comunicazione con l’aldilà, con entità invisibili o con forze sovrannaturali, sono documentate fin dai primordi della civiltà. Tuttavia, esse assumevano forme e significati profondamente diversi da quelli attuali, in quanto immerse in un sistema simbolico-religioso che conferiva loro una funzione sacra, rituale o iniziatica. È solo in epoca moderna, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, che queste pratiche vengono reinterpretate alla luce di un linguaggio nuovo, spesso pseudoscientifico, dando vita alla nozione moderna di medianità.
L’antichità e i precursori del medium moderno

I contatti con l’invisibile, mediati da figure considerate speciali, appaiono in tutte le culture arcaiche. Nell’antico Egitto, i sacerdoti interpretavano i segni del divino attraverso sogni, estasi o visioni. In Grecia, la necromanzia veniva praticata in santuari sotterranei, dove si tentava di evocare le anime dei defunti per ottenere responsi, come avveniva nel celebre Nekyomanteion di Efira. Gli oracoli, tra cui quello di Delfi, costituivano esempi istituzionalizzati di “canalizzazione” del divino, in cui una figura — spesso femminile — fungeva da intermediario tra uomini e entità sovrannaturali.
Presso i popoli mesopotamici, le tavolette cuneiformi riportano formule e rituali per comunicare con gli spiriti dei defunti, mentre nel mondo romano il termine vates indicava colui che era in grado di trasmettere messaggi profetici ispirati da potenze ultraterrene. Queste figure non si identificano ancora con il medium in senso moderno, ma già condividono con esso il ruolo liminale, di confine, tra ciò che è visibile e ciò che non lo è.
In molte culture extraeuropee si ritrovano ruoli analoghi: lo sciamano nelle tradizioni siberiane e centroasiatiche, il curandero nelle culture andine, il guaritore spirituale nelle comunità nativo-americane. Secondo l’antropologo Michael James Winkelman, il medium rappresenta un’evoluzione storica di queste figure, adattata a un contesto culturale più individualizzato e secolarizzato.
A questa genealogia simbolica si affiancano altri fenomeni storici che, pur non rientrando pienamente nello schema religioso o sciamanico, anticipano molte dinamiche medianiche.
I racconti di possessione demoniaca, diffusi nelle tradizioni cristiane ed extraeuropee, possono essere letti come forme arcaiche di medianità involontaria, in cui un’entità immateriale prende temporaneamente il controllo di un corpo umano. Anche certe pratiche di stregoneria — come l’invocazione di spiriti, il parlare “in loro nome” o l’entrare in trance rituale — presentano elementi affini.
In epoca più vicina allo spiritismo, i somnambuli studiati dai mesmeristi del XVIII secolo costituirono un parallelo significativo: sotto ipnosi, questi soggetti sembravano accedere a fonti di conoscenza non ordinaria, trasmettere messaggi o diagnosticare malattie.
La trance magnetica osservata dai mesmeristi anticipa chiaramente molte manifestazioni della medianità ottocentesca, sia sul piano psicologico che fenomenologico.
Allan Kardec e la codificazione dello spiritismo

La figura del medium acquista un’identità ben definita nella seconda metà del XIX secolo grazie all’opera di Allan Kardec (pseudonimo del pedagogo francese Hippolyte Léon Denizard Rivail, 1804-1869), che sistematizza e formalizza la medianità all’interno della dottrina spiritista. Con la pubblicazione nel 1857 de Il libro degli spiriti, Kardec propone un impianto filosofico e morale in cui gli spiriti sono considerati esseri coscienti in evoluzione, capaci di comunicare attraverso il medium allo scopo di educare l’umanità.
Nel successivo Il libro dei medium (1861), Kardec tenta una prima classificazione dei tipi di medianità e dei fenomeni associati, da quelli intellettuali a quelli fisici. L’idea che la medianità sia una facoltà potenzialmente presente in ogni essere umano, ma espressa in gradi diversi, segna un punto di svolta nella visione del rapporto tra vivi e morti, rendendo la comunicazione con l’aldilà accessibile a chiunque — previa disciplina e sviluppo della sensibilità interiore.
L’approccio kardecista ebbe una vasta diffusione, soprattutto in America Latina e in particolare in Brasile, dove si fuse con tradizioni religiose afroamericane e sincretiche. Ancora oggi il medium secondo Kardec è centrale nella cultura spirituale brasiliana, spesso percepito non come un individuo eccentrico, ma come un operatore spirituale socialmente legittimato.
Le sorelle Fox e la nascita dello Spiritismo Moderno

Mentre in Europa Kardec fondava lo spiritismo su basi filosofico-didattiche, negli Stati Uniti il fenomeno assumeva contorni più spettacolari e popolari. Tutto ebbe inizio nel 1848 con il caso delle sorelle Fox a Hydesville, nello stato di New York. Le giovani Maggie e Kate, ancora adolescenti, sostennero di ricevere messaggi da uno spirito tramite colpi (rappings) udibili sulle pareti e sul mobilio della loro casa. Il fenomeno attirò immediatamente l’attenzione, diffondendosi a macchia d’olio e dando avvio a un movimento che sarebbe durato oltre un secolo.
Da quel momento, sedute spiritiche, tavolini parlanti e medium in stato di trance diventarono pratiche comuni in centinaia di case e salotti, coinvolgendo anche intellettuali, scienziati e personaggi pubblici. Il medium cessava di essere una figura marginale e si trasformava in protagonista di un’epoca segnata dalla crisi della religione tradizionale e dalla speranza in una nuova forma di contatto con l’invisibile, accessibile e “democratica”.
Tuttavia, fin dalle origini, il movimento spiritualista portava con sé un nucleo di ambiguità irrisolta. Le stesse sorelle Fox, protagoniste del caso fondativo, confessarono anni dopo di aver prodotto i colpi con tecniche corporee — salvo poi ritrattare e, successivamente, riconfermare la confessione. La loro vicenda resta emblematica: sospesa tra frode e convinzione, tra spettacolo e autentico disagio emotivo, diede forma all’archetipo moderno della medianità, influenzando in modo duraturo il pensiero esoterico e occulto a venire.
Chi è il Medium? Definizioni, profili, varianti
Nel senso più generale, un medium è una persona che afferma di poter agire come intermediario tra il mondo dei vivi e quello dei morti, o comunque tra la realtà materiale e una dimensione invisibile abitata da entità. Il termine deriva dal latino medium, “mezzo”, e si afferma stabilmente nel lessico dello spiritismo moderno a partire dalla metà del XIX secolo, per poi essere adottato anche in ambito occulto e parapsicologico.
La definizione accettata dalla National Spiritualist Association of Churches, punto di riferimento per molti spiritualisti anglosassoni, è chiara e rappresentativa:
«Un medium è colui il cui organismo è sensibile alle vibrazioni del mondo degli spiriti e attraverso il quale le intelligenze di quel mondo sono in grado di trasmettere messaggi e produrre i fenomeni dello spiritismo.»
Secondo tale concezione, tramite il medium gli spiriti dei defunti possono comunicare con amici o parenti ancora in vita, sia attraverso il suo corpo fisico (fenomeni automatici), sia generando manifestazioni nel mondo materiale che non possono essere spiegate dalle leggi note della fisica (fenomeni fisici).
A differenza del sensitivo (o psichico), che capta informazioni extrasensoriali da persone o ambienti, il medium si definisce per la capacità specifica di ricevere messaggi da coscienze disincarnate. La sua qualità essenziale, secondo la tradizione spiritista, è una sensibilità unica che consente di essere facilmente controllato da spiriti, che si esprimerebbero attraverso di lui.
Oggi, soprattutto nel mondo dei social media, regna però una grande confusione terminologica: medium e sensitivo vengono usati come sinonimi intercambiabili, e quando qualcuno prova a chiarirne la differenza, i diretti interessati tendono semplicemente ad affermare di essere “entrambi”. La narrazione che ne consegue è quasi sempre identica: il dono risalirebbe a un’eredità trasmessa da una madre, una zia o una nonna; oppure sarebbe stato acquisito in seguito a un incidente o a un trauma emotivo. Più raramente, il “potere” si sarebbe sviluppato attraverso corsi e scuole specializzate nate per coltivare la medianità — ovviamente a pagamento.
Una pluralità di nomi e funzioni

Nel corso della storia e nelle diverse culture, la figura del medium ha assunto una molteplicità di nomi e funzioni. È stata identificata con termini come oracolo, veggente, profeta, mistico, indovino, strega o maga, sciamano, channeler (o canalizzatore), guaritore spirituale, sacerdote, cunning woman (donna saggia o astuta), e medicine man (guaritore rituale presso alcune culture nativo-americane). Queste denominazioni, tuttavia, non sono sinonimi perfetti: ognuna riflette un contesto specifico — religioso, magico, antropologico — e corrisponde a ruoli distinti, che spaziano dalla divinazione alla guarigione spirituale, dal consiglio rituale alla comunicazione con le entità dei defunti.
Nella sua forma moderna e occidentale, il medium incarna una sintesi ibrida di molte di queste funzioni, ma filtrate da una mentalità individualista e post-religiosa. Egli (o, più spesso, ella) diventa uno “strumento” consapevole, una sorta di ricettore vivente che traduce in linguaggio umano ciò che proverrebbe da entità non incarnate, spesso percepite come spiriti di defunti, ma talvolta anche come guide spirituali, esseri cosmici, angeli, demoni o forme intelligenti non umane.
Caratteristiche tipiche del Medium

Molti medium dichiarano di aver manifestato facoltà anomale sin dall’infanzia: percezioni inspiegabili, sensazioni di presenza, dialoghi interiori, sogni vividi, o la visione spontanea di persone defunte, spesso parenti. Talvolta, queste facoltà emergono dopo un evento traumatico, un incidente, una malattia, o una forte crisi emotiva. Non mancano casi di medianità adulta, insorta apparentemente “dal nulla” ma interpretata dal soggetto come una sorta di risveglio latente.
Sebbene manchi ogni conferma scientifica, molte tradizioni affermano che la medianità possa avere una componente ereditaria o familiare. Famiglie in cui più membri condividono esperienze paranormali sono state oggetto d’interesse nella ricerca parapsicologica, anche se le spiegazioni alternative (suggeribilità, predisposizione psicologica, ambiente culturale) restano valide.
Una costante rilevante è la prevalenza femminile: nella storia dello spiritismo, così come nelle culture animiste o sciamaniche, le donne sono nettamente più rappresentate tra i medium. Ciò potrebbe riflettere sia un maggiore riconoscimento dell’intuizione nella psiche femminile, sia una questione socioculturale: in molte epoche, la medianità è stata una delle poche forme di autorità spirituale o carismatica accessibili alle donne, talvolta interpretata come estensione dell’ambito domestico o emotivo.
Se si accetta l’idea della medianità, la questione successiva è inevitabile: si nasce medium o lo si può diventare?
Secondo una visione piuttosto diffusa in ambito spiritista, tutti gli esseri umani sarebbero medium in potenza, poiché ciascuno, consapevolmente o meno, comunicherebbe con il mondo degli spiriti attraverso intuizioni, ispirazioni o sogni. I medium propriamente detti non sarebbero dunque esseri “speciali”, ma individui più sensibili, più ricettivi o semplicemente più consapevoli di una facoltà latente comune a tutti.
Tipi di medianità
Progressivamente, con l’accumularsi delle osservazioni, la ricerca parapsicologica, le scuole spiritiste e le osservazioni condotte in ambito occulto hanno proposto diverse classificazioni dei fenomeni medianici. Tra le più consolidate, vi è la distinzione fra due categorie fondamentali: medianità mentale e medianità fisica. A queste, tuttavia, si affiancano oggi varianti più recenti, ibride o reinterpretate in chiave moderna, che rendono il quadro molto più articolato.
Medianità mentale: impressioni interiori, scrittura automatica e il ruolo dei controllori
La forma di medianità più diffusa, studiata e in parte accettata anche nei contesti sperimentali più rigorosi, è senz’altro quella mentale. A differenza della medianità fisica, essa non produce manifestazioni esteriori tangibili, ma si esprime attraverso un flusso comunicativo interiore che il medium interpreta e trasmette. Tale flusso viene percepito sotto forma di parole interiori, immagini simboliche, emozioni intense o sensazioni telepatiche, spesso vissute come improvvisi lampi di consapevolezza che affiorano alla coscienza con forza e urgenza.
Le modalità con cui questi contenuti vengono poi restituiti al mondo esterno possono variare considerevolmente. Le principali includono:
- Trasmissione verbale diretta: è la forma più comune, specie nelle sedute individuali, nei contatti privati o durante le dimostrazioni pubbliche (platform readings). Il medium riferisce le informazioni come se le ascoltasse interiormente, dichiarando di “prestare la voce” all’entità.
- Scrittura automatica (automatic writing): praticata fin dall’Ottocento e, come già accennato, descritta dettagliatamente da Allan Kardec nel Libro dei medium (1861), consiste nel lasciare fluire il messaggio attraverso la mano, senza intervento cosciente. La penna si muove quasi da sola, in una forma di dissociazione controllata, spesso con una grafia diversa da quella abituale. La scrittura automatica viene distinta, nelle classificazioni più rigorose, dalla scrittura ispirata, in cui una coscienza parziale rimane presente, e l’entità agirebbe solo come suggeritore invisibile.
- Comunicazione tramite guida spirituale o controllore (control): in molti casi, le entità comunicanti non si manifestano direttamente, ma lo fanno attraverso un intermediario stabile, detto spirito controllore. Questa figura, presente sin dai primi esperimenti del movimento spiritista anglosassone, è descritta come una “personalità spirituale” autonoma, dotata di nome, stile comunicativo e spesso una narrazione biografica ben definita. Il controllore agirebbe da filtro e da regolatore tra il medium e le altre entità, talvolta anche per “proteggere” il medium da influenze indesiderate.
Benché non verificabile in senso stretto, la medianità mentale è stata al centro di alcuni dei più importanti studi sulla sopravvivenza post-mortem e sulla possibilità di una comunicazione extracorporea. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, diversi esponenti della Society for Psychical Research (SPR) — tra cui Frederic WH Myers (1843-1901), Richard Hodgson (1855-1905) e William James (1842-1910) — dedicarono anni all’osservazione sistematica di medium come Leonora Piper (1857-1950), che operarono in condizioni rigorosamente controllate, con proxy sitters (partecipanti che fungevano da sostituti anonimi dei reali richiedenti) ed esperimento in doppio cieco, ossia una situazione in cui né il medium né chi conduce l’esperimento conoscono dettagli sulla persona o l’oggetto del contatto.




L’interesse per la medianità mentale crebbe ulteriormente quando fu evidente che, a differenza di quella fisica, essa poteva essere osservata, trascritta, analizzata e sottoposta a confronto tra sedute diverse. I messaggi comunicati, infatti, talvolta contenevano dettagli personali non noti al medium, o riferimenti a eventi privati documentabili solo in seguito. In alcuni esperimenti avanzati, come le cosiddette corrispondenze incrociate (iniziate nel 1901), frammenti di comunicazione ricevuti da medium diversi, in località distinte, sembravano integrarsi in un messaggio coerente, suggerendo l’esistenza di una regia coscienziale sovraordinata.
Tuttavia, il problema dell’origine delle informazioni rimase aperto. Molti critici ipotizzarono che si trattasse di forme inconsce di telepatia o di Super-PSI (capacità extrasensoriali latenti del medium, estese e non intenzionali), oppure di criptomnesia — il recupero inconscio di informazioni precedentemente apprese ma dimenticate.
Nonostante queste riserve, l’impatto emotivo e simbolico della medianità mentale è sempre stato enorme, tanto per i medium quanto per i loro interlocutori. Anche in assenza di prove definitive sulla sopravvivenza dell’anima, la struttura narrativa, il tono affettivo e la coerenza di alcune comunicazioni — specie nei casi di comunicatori occasionali (defunti non noti al medium o ai presenti) — continuano a porre interrogativi non facilmente liquidabili.
Le guide spirituali e i controllori
Nel contesto della medianità mentale, una figura ricorrente e centrale è quella del controllore, spesso identificato anche come guida spirituale. Si tratterebbe di un’entità non incarnata, assegnata al medium come riferimento stabile, mediatore e filtro tra lui e le altre entità dell’aldilà. La sua funzione è duplice: da un lato, aiutare il medium ad accedere e interpretare correttamente i messaggi ricevuti; dall’altro, garantire una certa coerenza e affidabilità nelle comunicazioni.
Nella tradizione spiritista anglosassone, molti medium affermavano di avere un controllore con caratteristiche precise: un nome, un’età, una nazionalità e persino una biografia. Alcuni di questi controllori sono diventati celebri, come “Imperator” per William Stainton Moses (1839-1892), “Phinuit”, un ex medico francese del XIX secolo, per Leonora Piper o “Silver Birch” attraverso Maurice Barbanell (1902-1981). La loro apparizione ricorrente e l’apparente stabilità della loro identità hanno contribuito a rafforzare, presso alcuni ricercatori, l’ipotesi che non si trattasse solo di creazioni inconsce del medium, ma di entità autonome.
Tuttavia, la natura di questi controllori ha sollevato anche numerosi interrogativi. Secondo alcuni studiosi, potrebbero rappresentare manifestazioni di una personalità secondaria dissociata, un meccanismo ben noto nella psicologia profonda. In questa lettura, il controllore sarebbe una proiezione psichica del medium, creata per gestire l’ansia della performance o per conferire autorità e coerenza alle comunicazioni. Altri ancora, in ambito occultista, suggeriscono che i controllori possano appartenere a gerarchie spirituali reali, ma non sempre benevole, e che la fiducia cieca riposta in essi da parte del medium rappresenti un potenziale rischio.
La questione resta aperta: il ruolo dei controllori si muove sul crinale tra psicologia profonda e metafisica, tra simbolo e realtà ontologica. È possibile che, come per molti fenomeni legati alla medianità, la spiegazione non risieda in un’unica causa, ma in un intreccio complesso di fattori individuali, culturali e — forse — extrafisici.




Medianità fisica
Ben più rara e controversa, la medianità fisica implica fenomeni osservabili nel mondo esterno, attribuiti all’intervento diretto delle entità. In questo ambito si collocano le manifestazioni più spettacolari e discutibili dello spiritismo: eventi che infrangerebbero le leggi note della fisica e che, per questo motivo, hanno sempre attirato sia la curiosità di scienziati e ricercatori, sia l’accusa di frode e prestidigitazione.
I fenomeni associati alla medianità fisica includono:
- apporti, ovvero la comparsa misteriosa di oggetti durante la seduta (fiori, gioielli, pietre, etc.);
- levitazioni del tavolo, degli oggetti o, nei casi più celebri (come D. D. Home, 1833-1886) del medium stesso;
- materializzazioni ectoplasmatiche: la più discussa tra le manifestazioni, prevede la formazione di una sostanza vischiosa e luminosa, detta ectoplasma, che assumerebbe sembianze umane, animali o simboliche;
- colpi sonori (raps), scritture spontanee su lavagne sigillate, luci fluttuanti, odori anomali, voci dirette udibili da tutti i presenti;
- incorporazioni visibili, ovvero stati in cui il medium sembra “ospitare” un’entità che si manifesta attraverso mimica, voce alterata, movimenti inconsueti, fino a cambiamenti fisiognomici temporanei.
Nonostante le precauzioni adottate da numerosi studiosi e scienziati dell’epoca — tra cui William Crookes (1832-1919), Charles Richet (1850-1935), Oliver Lodge (1851-1940) e Julien Ochorowicz (1850-1917) — la maggior parte degli esperimenti condotti sulla medianità fisica resta oggi difficilmente riproducibile e, soprattutto, inaccessibile alla verifica scientifica moderna. Gli ambienti oscuri delle sedute, le condizioni poco documentate, la mancanza di registrazioni e la complicità emotiva dei partecipanti rendono questi eventi affascinanti ma anche profondamente ambigui.




A partire dalla fine dell’Ottocento e per tutto il primo Novecento, molti medium fisici furono coinvolti in casi di frode documentata, talvolta scoperti in flagrante mentre manipolavano oggetti nascosti, utilizzavano braccia di cartapesta per simulare materializzazioni o imitavano voci tramite trucchi acustici. La lista dei nomi coinvolti in scandali è lunga: da Florence Cook (1856-1904), esaminata e difesa da Crookes nonostante evidenze di impersonificazione spiritica, fino a Margery (Mina Crandon, 1888-1941), il cui caso divise per anni la comunità parapsicologica americana.
Eppure, nonostante lo scetticismo dilagante, esistono figure come Eusapia Palladino (1854-1918) che continuano a rappresentare una zona grigia tra il sospetto e il mistero. La medium napoletana, famosa per il suo temperamento imprevedibile e per i frequenti episodi di frode (che lei stessa giustificava come reazione all’incredulità degli osservatori), fu testata in condizioni eccezionalmente rigorose in numerosi esperimenti tra Francia, Germania e Polonia. Sorprendentemente, anche in presenza di controlli stretti — immobilizzazione delle mani, sorveglianza simultanea, ambienti neutri — Palladino riuscì a produrre fenomeni considerati inspiegabili, come spostamenti di oggetti, raffiche d’aria improvvise e levitazioni parziali del tavolo.
Lo stesso Charles Richet, premio Nobel per la medicina, che pure era incline alla prudenza metodologica, dichiarò che alcune delle manifestazioni osservate con Eusapia non potevano essere spiegate alla luce delle conoscenze dell’epoca. Tuttavia, Richet sottolineava anche che «la frode e il miracolo si sfiorano spesso nella medianità» e che non si poteva escludere che una stessa persona potesse ricorrere a entrambi, a seconda delle circostanze.
Questo dualismo — tra autenticità e simulazione, tra possibilità e illusione — è un tratto distintivo di tutta la storia della medianità fisica. Lo stesso William Crookes, nonostante il prestigio scientifico e la reputazione internazionale, fu criticato per la sua eccessiva fiducia in alcune medium da lui esaminate. In retrospettiva, i suoi esperimenti con Florence Cook vengono spesso riletti come esempi di pensiero illusorio, influenzati da un bisogno personale e culturale di credere nella sopravvivenza dell’anima.
Il problema centrale resta l’impossibilità di isolare del tutto il fattore umano. Le sedute medianiche si svolgevano quasi sempre in condizioni lontane da quelle di un laboratorio: le luci erano soffuse o assenti, i controlli affidati spesso a testimoni non addestrati, la pressione sociale ed emotiva enorme. In questo contesto, il confine tra inganno volontario, autosuggestione collettiva e possibile fenomeno anomalo si fa estremamente sottile.
Eppure, il fascino e la risonanza culturale della medianità fisica hanno superato la questione della frode: anche laddove gli eventi risultavano manifestamente costruiti, essi rispondevano a un bisogno simbolico, narrativo e rituale che la modernità razionalista aveva silenziato. L’ectoplasma, ad esempio, al di là del suo valore “oggettivo”, divenne un archetipo visivo dello spirito che si manifesta, una forma inconsapevolmente psicanalitica della perdita e del desiderio di ricongiungimento.




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Medianità contemporanea e varianti moderne
Nella seconda metà del XX secolo, la figura del medium ha continuato a evolversi, assumendo nuove forme e declinazioni in linea con i mutamenti culturali e spirituali della società. Lontano dagli stereotipi delle sedute spiritiche dell’epoca vittoriana, il panorama contemporaneo si è arricchito di pratiche ibride, spesso influenzate dal pensiero New Age, dalle tecniche di crescita personale e dalla psicologia transpersonale. In questo contesto, emergono approcci come il channeling, che si distaccano dalle tradizionali comunicazioni con i defunti per aprirsi a una dimensione cosmica, archetipica o extraterrestre.
Oltre al channeling, la seconda metà del Novecento e l’inizio del XXI secolo hanno visto emergere altre forme di medianità influenzate dalle tecniche di sviluppo personale, dalla psicologia junghiana, e da pratiche spirituali orientali o sincretiche. Queste nuove modalità, spesso proposte in ambiti terapeutici o olistici, mirano più all’evoluzione individuale che al contatto con specifiche entità defunte.
Il caso del Channeling (Canalizzazione)
A partire dagli anni Settanta del Novecento, nell’alveo della cultura New Age, ha preso forma una pratica affine alla medianità tradizionale, ma con tratti distintivi ben marcati: il channeling. A differenza del medium classico, che dichiara di entrare in contatto con entità defunte — spiriti di parenti, amici o personaggi storici — il channeler sostiene di ricevere messaggi da intelligenze superiori, non umane né umanamente incarnate: maestri ascesi, archetipi universali, esseri interdimensionali, coscienze collettive, oppure entità provenienti da piani extracorporei o da altre galassie.
Il channeler non si presenta come semplice intermediario, ma come un ponte vibratorio, un’antenna sintonizzata su frequenze sottili che trascendono il piano terrestre. Il contenuto delle comunicazioni non riguarda quasi mai fatti verificabili o dati precisi, ma piuttosto messaggi spirituali, insegnamenti evolutivi, consigli esistenziali e prospettive cosmologiche sull’origine e il destino dell’anima. Spesso, questi messaggi sono espressi in tono oracolare, con riferimenti a energie planetarie, cambiamenti vibrazionali, salti di coscienza e altre formulazioni tipiche del linguaggio New Age.
Tra le entità canalizzate più note nel panorama internazionale si possono citare:
- Seth, canalizzato da Jane Roberts (1929-1984),
- Ramtha, da Judy Zebra Knight,
- Abraham, da Esther Hicks,
- Kryon, da Lee Carroll,
- e numerosi altri esseri dai nomi evocativi come Ashtar, Bashar, Lazaris, o Sananda (identificato come una forma spiritualizzata di Gesù).




Dal punto di vista critico, il channeling presenta notevoli problematiche epistemologiche. L’impossibilità di verificare in modo oggettivo l’identità e l’origine dei messaggi lo espone a molteplici ambiguità. È difficile stabilire se si tratti di effettivi contatti con coscienze esterne, oppure di processi psicologici interiori, come forme di elaborazione inconscia, automatismi narrativi, o meccanismi di autoinganno. In tal senso, alcuni studiosi parlano di creazione di personaggi interiori, simili a quelli prodotti nei casi di scrittura automatica ispirata o nelle forme di dissociazione controllata.
In ambito esoterico, alcuni autori mettono in guardia dalla possibilità che le entità canalizzate non siano affatto elevate, ma piuttosto ingannatrici. Secondo questa visione, l’universo spirituale sarebbe popolato da entità di diversa natura e moralità, e la mancanza di discernimento da parte del channeler aprirebbe la porta a influenze manipolatorie o addirittura maligne. Queste entità, pur manifestando un lessico apparentemente saggio e amorevole, potrebbero mirare a confondere, deviare o creare dipendenza psicologica in chi riceve i loro messaggi.
Non mancano infine i casi in cui il channeling si trasforma in business strutturato: corsi a pagamento per “imparare a canalizzare”, vendita di libri ricevuti “per ispirazione superiore”, consulenze individuali a caro prezzo. La figura del channeler, in questi contesti, si sovrappone talvolta a quella del life coach spirituale, fondendo mistica, psicologia e marketing in una narrazione accattivante ma difficilmente falsificabile.
Medianità ispirata e pratiche olistiche moderne
Accanto al channeling si è diffusa una forma di medianità meno strutturata, spesso definita “ispirata” o “olistico-intuitiva”, praticata da persone che non si identificano come medium in senso tradizionale, ma che dichiarano di ricevere “intuizioni” o “messaggi” da fonti superiori durante stati meditativi o di coscienza espansa. Questi messaggi vengono talvolta attribuiti a “sé superiori”, “angeli guida”, “campi energetici informati”, oppure a dimensioni di coscienza collettiva come l’inconscio collettivo di matrice junghiana.
Questa medianità ispirata viene utilizzata in contesti terapeutici, in sessioni di counseling o in percorsi di crescita spirituale. Rispetto al channeling, è meno codificata, più fluida e soggettiva, e spesso si intreccia con pratiche di visualizzazione, respirazione, rilassamento guidato, uso dei tarocchi o delle carte oracolari. La comunicazione con il “divino interiore” sostituisce, o almeno riduce, l’idea di entità autonome e comunicanti.
Dal punto di vista critico, queste forme di medianità ispirata pongono questioni simili a quelle del channeling: quanto proviene davvero da una fonte esterna, e quanto è rielaborazione inconscia del vissuto personale? Tuttavia, esse risultano meno dogmatiche e più adattabili a percorsi soggettivi, trovando accoglienza anche presso persone non necessariamente attratte dal paranormale in senso stretto.
Medianità e trance: aspetti neuropsicologici
Una delle aree più affascinanti e al contempo più complesse nello studio della medianità riguarda gli stati modificati di coscienza, in particolare la trance. Si tratta di condizioni in cui l’individuo manifesta un’alterazione del normale stato vigile, accompagnata da una riduzione del controllo volontario e da un aumento della suggestibilità. In ambito medianico, questi stati vengono spesso descritti come necessari per facilitare il contatto con le entità spirituali o per permettere la ricezione di messaggi dall’oltre.
Da un punto di vista psicofisiologico, la trance medianica può sovrapporsi a fenomeni di autoipnosi, dissociazione e assorbimento attentivo. Studi neuroscientifici hanno messo in evidenza come durante tali stati si verifichi un’alterazione dell’attività cerebrale, in particolare nelle aree della corteccia prefrontale (coinvolta nei processi di controllo esecutivo e autocoscienza) e del lobo temporale, che in alcune ricerche appare correlato a esperienze di tipo allucinatorio o mistico. Alcuni autori hanno suggerito un possibile legame tra anomalie temporali e fenomeni medianici, ipotizzando una “ipereccitabilità” neuronale o un’attività epilettiforme lieve in soggetti particolarmente sensibili.

L’uso di sostanze psicotrope a scopo rituale o spirituale, documentato in molte culture sciamaniche, può indurre stati di coscienza analoghi alla trance, favorendo esperienze visionarie e comunicazioni con entità percepite come esterne. Tuttavia, nella medianità occidentale moderna, l’induzione della trance avviene più frequentemente attraverso tecniche non farmacologiche: rilassamento profondo, respirazione controllata, concentrazione focalizzata.
Un ulteriore aspetto riguarda la dissociazione: alcuni medium descrivono l’esperienza come un “mettersi da parte”, una sospensione del sé cosciente per lasciare spazio a una voce altra. In questo senso, la medianità può essere paragonata a certi stati dissociativi controllati, ma va distinto da condizioni cliniche come il disturbo dissociativo dell’identità, dove la frammentazione del sé è involontaria e disfunzionale.
Quindi, l’esperienza medianica in stato di trance si colloca al crocevia tra fenomenologia della coscienza, psicologia transpersonale e neuroscienze cognitive. Essa rappresenta un terreno ancora poco esplorato, ma potenzialmente ricco di spunti per comprendere la complessità della mente umana e la sua apertura verso l’alterità.
Fenomeni medianici e controversie
La medianità, soprattutto nella sua declinazione pubblica e spettacolare, ha da sempre suscitato entusiasmo e sospetti. È in questa zona d’ombra tra esperienza soggettiva, manifestazione oggettiva e possibilità di inganno che si colloca il nucleo più dibattuto: quello dei fenomeni osservabili. Apporti, levitazioni, materializzazioni, colpi misteriosi, ma anche semplici intuizioni verbali, sono stati al centro di innumerevoli studi, sedute, debunking e controversie. Adesso esamineremo i principali fenomeni associati alla medianità e le tensioni tra verità esperita e illusione indotta.
Fenomeni fisici e mentali: verità e illusioni
Nel corso della storia dello spiritismo e della ricerca psichica, i fenomeni medianici si sono manifestati in due principali modalità di cui vi ho già parlato: fisica e mentale. I primi, più rari e spettacolari, includono apporti (oggetti che appaiono inspiegabilmente durante una seduta), levitazioni, spostamenti di oggetti, profumi senza fonte apparente, musica eterea, luci pulsanti, e persino materializzazioni di arti, volti o figure intere, spesso attraverso l’uso di ectoplasma. A questi si aggiungono fenomeni di psicocinesi (o telecinesi), ovvero il presunto spostamento mentale di oggetti a distanza. Tali eventi, sebbene largamente documentati nella letteratura spiritista e parapsicologica del XIX e XX secolo, sono stati frequentemente messi in discussione dalla comunità scientifica per l’elevata possibilità di frode o illusione ottica, alimentata da ambienti scuri, suggestione collettiva, manipolazione scenica e veri e propri trucchi da prestigiatore.
Le sedute spiritiche in cui si manifestavano tali fenomeni erano spesso condotte in penombra o al buio completo, con i partecipanti legati per le mani o disposti in cerchio a contatto. Queste condizioni, apparentemente volte a favorire la manifestazione degli spiriti, erano anche perfettamente funzionali alla possibilità di nascondere fili, strumenti, accessori teatrali e aiutanti. Alcuni studiosi, come Hereward Carrington (1880-1958) e Harry Price (1881-1948), documentarono dettagliatamente numerosi casi in cui i fenomeni si rivelarono frutto di abili illusioni ottiche o manipolazioni meccaniche ben orchestrate.
I fenomeni mentali, invece, si presentano sotto forma di comunicazioni interiori, scrittura automatica, psicofonia (o metafonia), impressioni simboliche o telepatiche, che il medium elabora in stato di trance o in momenti di concentrazione. Tali manifestazioni, pur meno spettacolari, sono spesso considerate più genuine da parte dei ricercatori, poiché meno suscettibili a trucchi meccanici o illusionistici. La medianità mentale consente inoltre una maggiore varietà comunicativa, poiché i messaggi possono contenere informazioni personali, simboli, dati verificabili o elementi che appaiono estranei alla conoscenza cosciente del medium stesso.
Tuttavia, anche in questo ambito, il confine tra percezione extrasensoriale, intuizione inconscia e semplice abilità di cold reading resta estremamente labile. Alcuni medium potrebbero, consciamente o meno, utilizzare informazioni ambientali, segnali verbali o comportamentali dei presenti per elaborare messaggi apparentemente profondi. Inoltre, in presenza di forte desiderio emotivo da parte dei partecipanti, ogni messaggio rischia di essere forzatamente interpretato come significativo, contribuendo così alla costruzione di una verità soggettiva e non replicabile.




Strumenti medianici e tecnologia dello Spirito
A partire dall’Ottocento, la medianità ha trovato espressione non solo attraverso il corpo del medium, ma anche tramite dispositivi progettati per facilitare o registrare l’interazione con il mondo degli spiriti. Questa tensione verso la meccanizzazione del contatto con l’aldilà ha accompagnato ogni fase dell’evoluzione tecnologica, assumendo forme sempre più complesse.
Alcuni esempi significativi:
- New Motor di John Murray Spear (1804-1887): macchina ispirata da una presunta intelligenza spirituale collettiva, progettata per canalizzare l’energia dello spirito attraverso circuiti e batterie.
- Dinamistografo di J.L.W.P. Matla (data di nascita e morte non documentata) e G.J. Zaalberg van Zelst (1911-1978): dispositivo olandese per ottenere messaggi spiritici tramite apparati elettrici e meccanici, incluso un sistema di scrittura su base Morse.
- Psicotomometro: altra invenzione dello stesso duo, ideata per misurare la “sostanza spirituale” attraverso variazioni di pressione.
- Indicatore di spirito Vandermeulen: meccanismo elettromagnetico che sfruttava un triangolo sospeso tra due poli elettrici per rilevare l’azione di entità invisibili.
- Riflettografo: macchina con tasti luminosi attivati, secondo i sostenitori, da una mano ectoplasmatica materializzata in seduta.
- Communigrafo: tavolo rotondo con sfera sospesa e lettere illuminate, pensato per ricevere messaggi senza l’intervento di un medium umano.
- SPIRICOM: sistema elettronico degli anni ’80 per il dialogo vocale con gli spiriti, associato ai nomi di George W. Meek (1866-1946) e William O’Neil (n./m. non doc.).
- EVP (Electronic Voice Phenomena): registrazioni audio di presunte voci ultraterrene, che hanno segnato l’inizio della Transcomunicazione Strumentale moderna.
Questi strumenti testimoniano l’antica aspirazione di oggettivare il fenomeno medianico, rendendolo verificabile, ripetibile e meno dipendente dalle qualità soggettive del medium. Un sogno che ancora oggi affascina e divide, tra ricerca mistica e impulso tecnologico.
Frode, autoinganno e credulità
Molti dei più noti casi di medianità, sia fisica sia mentale, sono stati oggetto di controversie e smascheramenti. Alcuni episodi, inizialmente accolti con entusiasmo e ritenuti manifestazioni autentiche di comunicazione con l’aldilà, si sono rivelati — col tempo o attraverso indagini rigorose — costruzioni fraudolente, illusioni ben orchestrate o frutti di autoinganno. Florence Cook, celebre medium inglese del XIX secolo, venne colta in flagrante mentre impersonava l’entità Katie King durante una seduta, nonostante il sostegno di uno scienziato stimato come Sir William Crookes. Le sorelle Fox, considerate le pioniere dello spiritismo moderno, confessarono nel 1888 di aver prodotto i colpi “spiritici” schioccando le articolazioni delle dita dei piedi: una rivelazione che gettò un’ombra inquietante su tutto il movimento. Tuttavia, poco dopo, una delle sorelle ritrattò la confessione, contribuendo a un clima di ambiguità che da allora accompagna gran parte della storia dello spiritismo.
Un altro caso emblematico è quello di Eusapia Palladino, figura controversa ma centrale nello sviluppo della medianità fisica europea. Nonostante fosse stata più volte sorpresa a manipolare oggetti di nascosto o a liberarsi dalle corde che dovevano contenerla, produsse anche fenomeni che alcuni ricercatori, tra cui Charles Richet e Camille Flammarion (1842-1925), ritennero autentici. Il suo caso solleva una questione complessa: è possibile che alcuni medium, pur capaci di frode, manifestino occasionalmente fenomeni genuini? Questo interrogativo attraversa buona parte della letteratura parapsicologica del Novecento.
Al di là della frode intenzionale, bisogna considerare anche il ruolo dell’autoinganno — da parte del medium stesso — e della credulità dei partecipanti. In contesti emotivamente carichi, come quelli legati al lutto o alla ricerca di conforto spirituale, è facile che messaggi ambigui vengano interpretati come “prove” dell’esistenza dell’aldilà. Inoltre, la pressione sociale all’interno di un gruppo, il desiderio di conferma e la tendenza al wishful thinking (pensiero desideroso) possono generare un effetto di rinforzo collettivo, in cui ogni segnale viene filtrato e amplificato in chiave spirituale. In questo senso, la medianità si configura anche come una costruzione culturale condivisa, plasmata dalle aspettative e dalle dinamiche di gruppo.
Le implicazioni etiche sono rilevanti. Laddove il confine tra esperienza soggettiva e manipolazione si fa labile, il rischio di abuso cresce. Alcuni medium potrebbero approfittare della vulnerabilità emotiva altrui per ottenere riconoscimento, potere o denaro. Tuttavia, non va dimenticato che, in altri casi, la pratica medianica può fornire sollievo, strutturare rituali di passaggio o fungere da spazio simbolico per l’elaborazione del dolore. Il dibattito resta dunque aperto, e ogni giudizio andrebbe formulato caso per caso, con spirito critico ma senza pregiudizio ideologico.
Medium e ricerca psichica
Dalla seconda metà del XIX secolo, la figura del medium ha smesso di essere soltanto appannaggio del folklore, della religione o delle narrazioni private per diventare oggetto d’indagine sistematica da parte di ricercatori, filosofi e scienziati. Il desiderio di dimostrare l’esistenza di una sopravvivenza alla morte — o, alternativamente, di spiegare le esperienze medianiche attraverso la psicologia, la neurologia o la parapsicologia — ha dato origine a un’intera disciplina: la ricerca psichica.
La medianità, per la sua natura ambigua e difficilmente replicabile, ha rappresentato una sfida epistemologica sin dalle origini: da un lato ha affascinato menti brillanti come William James e Frederic WH Myers, dall’altro ha sollevato interrogativi metodologici e scetticismo da parte della scienza accademica. A cavallo tra lo studio della coscienza, la comunicazione extrasensoriale e la psicopatologia, il fenomeno medianico si è trovato al centro di esperimenti, dibattiti e controversie, molti dei quali ancora irrisolti.
Nei paragrafi che seguono, esploreremo tre direzioni principali di questa indagine: la lettura psicologica e neurologica della medianità; l’attività della Society for Psychical Research (SPR), che cercò di validare o smentire la comunicazione con l’aldilà; e infine, i tentativi contemporanei di applicare protocolli sperimentali più rigorosi, come quelli sviluppati all’interno del Progetto VERITAS.
La ricerca psicologica: schizofrenia o dono?
Le manifestazioni medianiche, in particolare nella loro forma mentale, hanno attirato fin da subito l’attenzione di psichiatri e psicologi, suscitando un dilemma interpretativo che perdura tutt’oggi: si tratta di una capacità straordinaria o di una forma di disturbo? Le similitudini con alcune condizioni cliniche — come la schizofrenia, i disturbi dissociativi o le allucinazioni uditive — sono evidenti, ma non equivalenti. Il medium, a differenza del paziente psichiatrico, è spesso capace di gestire e controllare le proprie esperienze, entrando in trance volontaria e ritornandone lucidamente, senza perdita funzionale nella vita quotidiana.

Nella schizofrenia, le voci interiori sono invasive, incontrollabili e spesso angoscianti; nel caso della medianità, invece, esse si manifestano solitamente in contesti ritualizzati, con intento comunicativo e contenuti coerenti. Studi neuropsicologici hanno suggerito un coinvolgimento del lobo temporale (associato alle esperienze uditive e alla memoria autobiografica) e della corteccia prefrontale (coinvolta nel controllo esecutivo e nella modulazione dell’identità), ipotizzando che i medium attivino circuiti simili a quelli di stati dissociativi o immaginativi molto intensi, senza però perdere il contatto con la realtà.
Una seconda ipotesi emersa nei primi del Novecento è che il medium sia in realtà un caso di “personalità multipla”, come si credeva nei casi di dissociazione identitaria. Alcune entità comunicate sembravano dotate di linguaggio, temperamento e informazioni propri. Tuttavia, a differenza del disturbo dissociativo, la medianità non comporta necessariamente amnesia tra i diversi stati, né implica compromissione delle funzioni cognitive o sociali. I medium sembrano mantenere una coerenza narrativa e sociale, e sono in grado di “accendere” o “spegnere” lo stato alterato in modo funzionale e controllato.
Praticamente, dal punto di vista psicologico e neuroscientifico, la medianità mentale appare come un fenomeno a cavallo tra l’esperienza immaginativa controllata, la trance dissociativa e la costruzione simbolica. Se da un lato può rientrare in quadri clinici quando diventa disfunzionale, dall’altro può essere interpretata come una forma non patologica di modulazione della coscienza, radicata in bisogni profondi di connessione, significato e narrazione.
L’indagine della SPR e i test sperimentali

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, l’interesse per la medianità si spostò progressivamente dall’ambito del culto privato e delle sedute domestiche a quello della ricerca sistematica. Tra i protagonisti di questo passaggio vi fu la Society for Psychical Research (SPR), fondata a Londra nel 1882 con l’obiettivo di indagare fenomeni psichici e paranormali secondo criteri quanto più possibile scientifici. Le sedute medianiche furono da subito uno dei principali ambiti di studio, considerate un possibile mezzo per esplorare la sopravvivenza dell’anima e l’esistenza di forme di percezione extrasensoriale (ESP).
Tra gli esempi più significativi esaminati dalla SPR vi furono numerosi medium sottoposti a condizioni sperimentali sempre più sofisticate, nel tentativo di eludere ogni possibilità di frode o lettura fredda. Al di là dei casi più noti, l’attenzione si concentrò anche su comunicazioni anomale ottenute in assenza di contatto diretto tra medium e richiedente, o su messaggi provenienti da presunte entità sconosciute a chiunque fosse presente alla seduta. Da qui nacquero concetti fondamentali per l’intera ricerca psichica, come le corrispondenze incrociate e i comunicatori occasionali, che rappresentarono tentativi ingegnosi di superare il problema dell’ambiguità soggettiva e della semplice telepatia tra vivi.
Nel complesso, l’indagine della SPR non giunse a conclusioni definitive, ma contribuì in modo significativo alla costruzione di un metodo di osservazione critico e strutturato, che avrebbe ispirato generazioni successive di studiosi nel campo della parapsicologia e oltre.
Un esempio parallelo, emerso al di fuori della SPR ma spesso citato nei dibattiti contemporanei, è quello della medium ginevrina Hélène Smith (pseudonimo di Catherine-Élise Müller, 1861-1929), studiata dallo psicologo Théodore Flournoy (1854-1920) . Durante le sue trance, Smith affermava di parlare una lingua aliena chiamata “marziano” e di essere stata, in una vita precedente, Maria Antonietta (1755-1793). Flournoy raccolse e analizzò i suoi messaggi nel volume Des Indes à la planète Mars (1900), concludendo che le sue esperienze potevano essere interpretate come costruzioni inconsce, senza invocare l’intervento di entità reali. Il suo studio fu uno dei primi tentativi di applicare strumenti della nascente psicologia alle esperienze medianiche, anticipando tematiche che verranno poi riprese da Sigmund Freud (1856-1939), Carl Gustav Jung (1875-1961) e dalla psicologia transpersonale.
Il progetto VERITAS e le ricerche contemporanee
Negli ultimi decenni, la medianità ha attirato l’attenzione di alcuni ricercatori intenzionati a sottoporla a protocolli sperimentali rigorosi. Tra questi, uno degli esperimenti più ambiziosi e discussi è stato il Progetto VERITAS, fondato all’inizio degli anni 2000 presso l’Università dell’Arizona dal professor Gary E. Schwartz, psicologo formatosi ad Harvard. L’obiettivo principale del progetto era quello di determinare se la coscienza individuale potesse sopravvivere alla morte fisica, e se fosse possibile comunicare con i defunti in modo verificabile e riproducibile in condizioni sperimentali controllate.
Il programma nacque all’interno del Human Energy Systems Laboratory, fondato nel 1990 per indagare il ruolo dell’energia nella medicina e nella psicologia. Nel 2003 il laboratorio fu rinominato Laboratory for Advances in Consciousness and Health, riflettendo un approccio più ampio alla ricerca sulla coscienza. Il Progetto VERITAS, acronimo di Validating Empirical Research Into The Afterlife, venne integrato in questo contesto e portato avanti fino al 2008. A fianco di Schwartz, vi collaborò anche la ricercatrice Julie Beischel, specializzata nello studio della coscienza post-mortem.




Il progetto coinvolse alcuni dei medium più noti del panorama statunitense, come John Edward, Allison DuBois e Laurie Campbell. Le sedute medianiche avvenivano in condizioni di isolamento informativo rigoroso: i medium non avevano accesso ad alcun dato sul “sitter”, cioè la persona desiderosa di ricevere un messaggio dal defunto. Non era consentito alcun contatto visivo, utilizzo di nomi reali o scambio informativo implicito. I risultati delle letture venivano poi valutati dai sitter in modo anonimo, attraverso questionari strutturati che permettevano di quantificare la percentuale di accuratezza percepita. Alcune letture, come quella realizzata per Deepak Chopra dopo la morte del padre, raggiunsero punte di accuratezza soggettiva del 77%.
Tra gli esperimenti più noti vi furono le sessioni transcontinentali, nelle quali i medium operavano dagli Stati Uniti e i sitter si trovavano in Inghilterra, con risultati ritenuti “straordinariamente coerenti”. Particolarmente significativo fu anche il Susy Smith Project, ideato dall’omonima autrice (vero nome Ethel Elizabeth Smith, 1911-2001) e pioniera della ricerca psichica. Prima della morte, Smith elaborò un codice segreto noto solo a lei, archiviato digitalmente. Dopo il decesso, vari medium tentarono di ricevere e decodificare il messaggio, con risultati che alcuni ricercatori giudicarono compatibili con la personalità e gli interessi della defunta. I dati furono pubblicati sul Journal of Religious and Psychical Research.
Nonostante l’approccio sperimentale e il rigore dichiarato, il Progetto VERITAS fu oggetto di numerose critiche da parte della comunità scientifica. Studiosi come Ray Hyman, Robert Todd Carroll (1945-2016) e il celebre illusionista James Randi (1928-2020) sollevarono obiezioni su vari aspetti: l’uso di variabili non standardizzate, il rischio di bias di conferma nei valutatori e la mancanza di analisi statistiche pienamente trasparenti. Schwartz rifiutò una revisione indipendente da parte della fondazione di Randi, sostenendo che non avrebbe garantito imparzialità. Alcuni accademici hanno definito il progetto una forma di wishful thinking travestita da metodo scientifico.
Dopo la chiusura ufficiale del programma nel 2008, Schwartz ha continuato le sue ricerche nell’ambito del SOPHIA Research Program (SOPHIA è l’acronimo di Study of the Physics of Interaction with Higher Intelligence and Afterlife), dedicato allo studio della sincronicità e della coscienza postmateriale. Parallelamente, Julie Beischel ha fondato il Windbridge Research Center, un’organizzazione indipendente che si occupa di certificare medium attraverso protocolli in otto fasi. Questi includono test ciechi, a triplo-cieco e studi sull’impatto psicologico delle comunicazioni medianiche sui processi di lutto.




Sia VERITAS che i progetti successivi si inseriscono in un più ampio contesto teorico ispirato al postmaterialismo scientifico, una corrente che considera la coscienza come una realtà primaria, non derivata dal funzionamento cerebrale. Schwartz si è rifatto a concetti della fisica quantistica, come il non-localismo e l’effetto osservatore, evocando il pensiero di David Bohm (1917-1992), Roger Penrose e Federico Faggin. In questa visione, i fenomeni medianici potrebbero essere espressione di una coscienza universale che sopravvive al corpo fisico e continua a interagire con la realtà materiale.
Tra i concetti chiave adottati da Schwartz figura quello di sincronicità, mutuato da Jung, intesa come manifestazione significativa e non causale di eventi. Numerose letture medianiche documentate nell’ambito di VERITAS e SOPHIA contenevano riferimenti simbolici, parole chiave o immagini che apparivano profondamente significativi per i sitter, pur non essendo accessibili in modo convenzionale ai medium. Schwartz ha interpretato queste coincidenze come indizi di una comunicazione sottile, forse orchestrata da una coscienza che sopravvive alla morte biologica.
Nonostante le critiche, il Progetto VERITAS ha riacceso il dibattito su una questione tanto antica quanto centrale per l’essere umano: cosa accade alla coscienza dopo la morte? Ha offerto una piattaforma di ricerca, per quanto discussa, in cui scienza e spiritualità hanno cercato di incontrarsi, stimolando riflessioni, sperimentazioni successive e un rinnovato interesse per la sopravvivenza della coscienza.




Interpretazioni psicologiche, sessuali e fisiologiche della medianità
Man mano che la ricerca si è sviluppata, numerosi studiosi e ricercatori hanno tentato di inquadrare la medianità in chiave psicologica, neurofisiologica o persino sessuale, proponendo spiegazioni che andassero oltre l’ipotesi spiritica.
Joseph Maxwell (1858-1938), magistrato e ricercatore psichico francese, definiva il medium come un individuo dotato di una struttura mentale e fisica temporaneamente “decentralizzata”, capace di reagire in modo anomalo agli stimoli psichici ed energetici.
Frederic WH Myers, uno dei fondatori della SPR, coniò il termine automatista per descrivere quei soggetti che, durante gli stati di trance o automatismo, non comunicavano con gli spiriti, ma piuttosto con strati profondi dell’inconscio.
Il medico e criminologo italiano Cesare Lombroso (1835-1909) osservava analoghe manifestazioni tra medianità e stati nevrotici, mentre il fisiologo Charles Richet — pur aperto alla realtà dei fenomeni paranormali — riteneva i medium soggetti affetti da dissociazioni mentali e talvolta nevropatici.
Tuttavia, lo stesso Maxwell e altri ricercatori sottolineavano che molti medium erano psicologicamente stabili, e che l’ipersensibilità nervosa non andasse intesa in senso patologico, ma come una modalità psichica ampliata.
Alcuni studiosi, come Hereward Carrington, hanno persino ipotizzato una connessione tra energia sessuale e fenomeni medianici. Secondo questa visione, l’energia sessuale — se non espressa — potrebbe essere sublimata in esperienze psichiche o spiritiche, una tesi che trova parallelismi nella psicoanalisi freudiana (con il concetto di libido repressa) e nello yoga indiano, dove l’energia kundalini è vista come forza vitale capace di produrre stati alterati di coscienza se risvegliata.
Per quanto riguarda la salute, non sembrano esservi prove sistematiche che la medianità danneggi l’equilibrio psico-fisico. Anzi, molti medium riferiscono benefici emotivi o somatici legati alla pratica regolare. Tuttavia, alcuni casi suggeriscono che l’inibizione forzata delle facoltà medianiche o uno sforzo eccessivo durante le sedute possano provocare disagi. Esistono testimonianze di crisi fisiche alleviate o risolte attraverso fenomeni medianici, ma anche segnalazioni di esaurimenti, dissociazioni e stanchezza cronica in soggetti particolarmente sensibili o non adeguatamente formati.




Le immagini qui sopra, tratte dalle sedute medianiche della celebre medium Eva Carrière (nota anche come Eva C., vero nome Marthe Béraud, 1886-1943) mostrano con rara evidenza la dimensione fisica, sensuale e ambigua che spesso caratterizzava le pratiche di materializzazione tra Otto e Novecento. In esse, il corpo della medium diventa il centro di un intreccio simbolico e psichico in cui si fondono elementi di passività, ritualità, controllo maschile e una sottile ma costante tensione erotica.
In una delle fotografie (7 giugno 1911), Eva è seduta all’interno della cabina medianica, trattenuta per le mani da due uomini. I suoi piedi nudi, seppur coperti dalle calze, poggiati sulle cosce degli assistenti, il busto ripiegato e la posa apparentemente sottomessa, generano un’atmosfera intima, quasi confessionale, che mette in gioco il corpo femminile come canale privilegiato di contatto con l’invisibile, ma anche come oggetto di osservazione e contenimento. L’interazione tattile tra i corpi, giustificata dall’apparente necessità di “controllare il medium”, sfuma facilmente in una scena che richiama dinamiche di potere, voyeurismo e proiezioni inconsce.
Nella seconda immagine (21 agosto 1911), l’effetto è ancor più evidente: una sostanza ectoplasmatica, visibilmente umida e molle, cade sulla mano dello sperimentatore, mentre altre mani escono dalla tenda in posizioni teatrali. La materia “spirituale” assume un aspetto fortemente allusivo, quasi organico, in un contesto dove l’incontro con l’aldilà passa, ancora una volta, attraverso i linguaggi del corpo. L’ectoplasma — secondo alcuni critici dell’epoca — somigliava più a tessuti interni, mucose o secrezioni che a veri “spiriti”, sollevando interrogativi inquieti sul confine tra manifestazione medianica e impulso erotico represso.
In entrambe le immagini, ciò che si presenta come fenomeno spirituale si intreccia con tensioni profondamente corporee e psicologiche, offrendo uno spaccato potente della medianità femminile come spazio liminale tra il desiderio, l’inconscio e il sacro. Il corpo della medium non è solo veicolo di comunicazione, ma territorio simbolico e fragile dove si proiettano le ambiguità di un’epoca intera.
La seduzione del buio: teatralità e contatto nelle Sedute Spiritiche
Se già l’iconografia legata alla medianità femminile mostra una costante ambivalenza tra spiritualità e corporeità, tra simbolo e carne, questa dinamica emerge con ancora maggiore intensità nelle sedute di materializzazione svoltesi tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. In queste occasioni, l’interazione tra la medium, il pubblico e le presunte entità si svolgeva quasi sempre nel buio, o alla tenue luce rossa, creando un ambiente sensoriale sospeso, dove il contatto fisico, la voce sussurrata e la prossimità corporea diventavano elementi centrali dell’esperienza.
Il corpo come apparizione: Florence Cook e Katie King

Un caso emblematico è quello della medium Florence Cook, protagonista negli anni Settanta dell’Ottocento di una lunga serie di sedute in cui si sarebbe materializzata l’entità guida Katie King. Durante queste sedute — condotte alla presenza di Sir William Crookes — la figura di Katie appariva semivestita, avvolta in abiti bianchi traslucidi, simili a camicie da notte, spesso a piedi nudi, “fluttuando” tra i presenti o avvicinandosi a toccarli.
Le testimonianze riportano che Katie King si lasciava osservare, parlava con voce distinta, si sedeva vicino ai partecipanti, li sfiorava sul volto o sulle mani. La medium, Florence, era nel frattempo chiusa nella cabina medianica. Ma fu proprio la somiglianza fisica tra la medium e l’entità a sollevare dubbi: molti ritenevano che Cook uscisse dalla cabina travestita da Katie, sfruttando il buio e l’emotività del momento per dare corpo all’apparizione.
In questo scenario, il corpo della medium si sdoppia, diventando allo stesso tempo presenza spirituale e oggetto sensoriale, in un gioco ambiguo che solleva interrogativi non solo sulla veridicità del fenomeno, ma sul desiderio che lo sostiene. La figura dell’entità femminile, libera dalle inibizioni e capace di sfuggire ai limiti del corpo e del ruolo sociale, assume una funzione fantasmatica: oggetto del desiderio e della fede, messaggera dell’aldilà e insieme proiezione dell’inconscio collettivo.
Helen Duncan e l’ectoplasma del contatto

Un altro caso che accentua questa teatralità sensuale è quello della medium scozzese Helen Duncan (1897-1956), attiva tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento. Nota per le sue materializzazioni ectoplasmiche, Duncan divenne famosa — e poi arrestata — per aver invocato figure apparentemente tangibili, le cui forme erano composte da stoffa umida, garza, carta masticata o persino intestini di animali.
Durante le sue sedute, alcune entità guida si avvicinavano ai presenti nel buio, si sedevano accanto a loro, abbracciavano i familiari e offrivano persino baci. Le manifestazioni si svolgevano in ambienti carichi di tensione, con spettatori (spesso uomini) emotivamente coinvolti, mentre la figura della medium rimaneva in uno stato di trance, esposta ma intoccabile.
La sostanza ectoplasmatica — viscida, opaca, filiforme — assumeva una valenza fortemente organica, quasi sessuale. Alcuni critici sottolinearono come il suo aspetto richiamasse secrezioni, mucose, tessuti genitali, mentre la teatralità del contatto evocava pratiche liminali tra rito, pornografia e catarsi. La figura della medium — spesso corpulenta, sudata, riversa — si faceva portale di un’alterità che attraversava la carne.
Il contatto velato: desiderio, controllo e ritualità nella Seduta Spiritica

In molte altre sedute coeve, la dinamica si ripete: le entità femminili sono le più attive nel contatto fisico, appaiono giovani, attraenti, flessuose, e si lasciano avvicinare dagli spettatori in un’atmosfera sospesa tra mistero e seduzione. La componente performativa è evidente: le apparizioni seguono una coreografia di sguardi, tocchi, avvicinamenti, assenze, e ogni movimento è costruito sul non detto e sul non visto.
Queste sedute, pur presentate come esperienze religiose o scientifiche, riproducevano inconsciamente una forma di teatro sensoriale. Il buio, il silenzio, l’attesa e la comparsa improvvisa di un volto o di una mano diventavano tecniche drammaturgiche del desiderio. Lo spettatore era posto in una posizione ambivalente: testimone di un contatto con l’aldilà, ma anche partecipe di una liturgia erotica mascherata da esperienza medianica.
In questo contesto, il buio non è solo condizione tecnica: è soglia simbolica, spazio dove tutto può accadere senza dover essere spiegato. È nel buio che l’autorità maschile si sospende, che la donna-medium assume un potere ambiguo, evocativo, e che il corpo può travestirsi da spirito senza doverlo giustificare.
La seduzione del buio non è dunque un effetto collaterale, ma una componente strutturale dell’esperienza spiritica: consente la messa in scena dell’invisibile, ma anche la messa in scena del proibito, del rimosso, del desiderato. Il tocco dell’entità non è solo una prova dell’aldilà, ma un pretesto per rompere le barriere del corpo, della classe, del sesso. E forse, in fondo, per incontrare ciò che nella luce non può mostrarsi.
Conclusioni
La figura del medium, oggi come ieri, resta un po’ sospesa — a metà strada tra il mistero e il bisogno umano di trovare un senso a ciò che ci sfugge. C’è chi lo vede come un ponte verso l’aldilà, chi come una proiezione dell’inconscio, chi ancora come un’espressione della cultura e del contesto in cui viviamo. E forse, in fondo, ha ragione un po’ ciascuno.
Dalla medianità fisica dell’Ottocento al channeling moderno, si attraversano epoche e sensibilità diverse, ma con un filo conduttore che resta sempre lo stesso: l’esigenza profonda di dare voce a qualcosa che non sappiamo spiegare, ma che sentiamo reale. Che si tratti di desideri, traumi, lutti o speranze, ogni manifestazione medianica è anche una narrazione personale e collettiva. È proprio questa ambiguità — questa natura sfuggente, fluida, simbolica — che rende la medianità così potente… e al tempo stesso così difficile da decifrare.
E allora ci si chiede: quanto c’è di vero? Quanto è solo suggestione? E soprattutto: quanto può far bene — o al contrario, far male — credere in qualcosa di così difficile da verificare?
Oggi queste domande diventano ancora più urgenti. Se in passato chi si dichiarava medium rischiava l’isolamento sociale o la derisione, oggi accade quasi il contrario: sui social, da Facebook a TikTok, si moltiplicano i profili di persone — in gran parte donne — che si definiscono medium sensitive. Spesso mescolano i due termini come fossero sinonimi. E se qualcuno prova a spiegare che si tratta di cose diverse, la risposta è quasi sempre: “io sono entrambe“.
Le storie sono spesso simili: un “dono” trasmesso da una nonna, un incidente che ha risvegliato qualcosa, oppure un corso (pagato) che promette di sviluppare capacità latenti. Ma a questo punto, la vera domanda diventa: come distinguere chi ha davvero qualcosa da chi semplicemente cerca attenzione o approvazione?
In questo marasma, anche chi forse ha davvero una sensibilità autentica rischia di passare inosservato, confuso nella folla digitale, con il risultato paradossale di ottenere l’effetto opposto: più rumore, meno ascolto.
E allora, cos’è davvero la medianità? Un contatto con l’aldilà? Un riflesso dell’inconscio? Una costruzione culturale che si trasforma con le epoche? Potrebbe essere una di queste cose, oppure nessuna. Ma forse non è questo il punto.
Il punto è che la medianità continua a esistere, a evolversi, a riemergere in forme nuove, anche quando pensiamo di averla superata. E questo ci dice qualcosa. Non tanto su “loro” — gli spiriti, le entità, l’aldilà — ma su di noi. Su quanto abbiamo bisogno di creare legami, di attribuire significati, di cercare risposte dove le risposte non ci sono.
In fondo, più che una verità da dimostrare, la medianità sembra essere un linguaggio. Un modo di raccontare l’ignoto, di addomesticarlo, di renderlo sopportabile.
E forse è proprio questo il suo ruolo più autentico: non spiegarci come stanno davvero le cose, ma costringerci a chiederci perché sentiamo il bisogno di saperlo.


