Janara

La Janara: la strega che racconta il Sud e le sue paure

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Una notte ventosa a Benevento. Le imposte vibrano, l’odore di lavanda filtra dalla soglia, un’ombra sfiora il vetro e scivola oltre. Non è un racconto gotico: è il respiro lungo di una leggenda che, da secoli, attraversa vicoli, campagne e cucine del Sud Italia. La Janara, la “strega di Benevento”, abita il confine tra memoria collettiva e paura quotidiana. È un nome che fa sorridere qualcuno e irrigidisce altri, un suono che custodisce superstizioni, processi, riti e canzoni, ma anche antiche conoscenze femminili e conflitti sociali irrisolti.

Chi era davvero la Janara? Una strega? Un fantasma che passa sotto le porte? O il simbolo tenace di qualcosa di più profondo: il timore per un femminile libero, l’eco di culti antichi, il bisogno di spiegare l’inspiegabile?

In questo viaggio torneremo al tempo in cui il confine tra magia e religione era più sottile di una lama. Ricostruiremo le origini di questo mito, tra riti longobardi, demonizzazioni cristiane, e racconti popolari che non hanno mai smesso di circolare. Non è solo folklore. La Janara è un archetipo potente che continua a parlarci.

Le origini del mito della Janara

Nel cuore del Mezzogiorno, Benevento custodisce uno dei più antichi e persistenti miti stregoneschi dell’Occidente europeo. Ma la figura della Janara non nasce dal nulla: affonda le radici in stratificazioni religiose, politiche e simboliche che si sono sedimentate nel tempo, mescolando paganesimo, cristianesimo, superstizione e potere. Questa sezione indaga le prime tracce del mito e il terreno che ne ha permesso la fioritura.

Benevento, la città delle streghe

Nel medioevo, la città di Benevento si portava dietro un’eredità ingombrante. Fondata dai Sanniti e poi romanizzata, divenne un centro nevralgico della presenza longobarda nel Sud Italia. Proprio durante il Ducato longobardo (VI-VIII secolo), cominciò a prendere forma la leggenda delle streghe del noce, figure notturne capaci di riunirsi in sabba nei pressi del fiume Sabato, sotto un albero sacro dove si celebravano riti sfrenati.

Secondo le testimonianze raccolte secoli dopo, i guerrieri longobardi, formalmente convertiti al cristianesimo ma ancora legati ai propri culti, si radunavano attorno a un noce consacrato a Wotan (Odino), appendendovi la pelle di un capro e galoppando intorno ad esso in una sorta di rito sacrificale frenetico. Brandelli della pelle venivano strappati e consumati in una liturgia che ricorda il diasparagmos dionisiaco: il dio fatto a pezzi e consumato dai suoi devoti.

Rappresentazione d’archivio dei riti sabbatici attorno al noce di Benevento
Rappresentazione d’archivio dei riti sabbatici attorno al noce di Benevento

Ai cristiani della zona questi rituali apparivano aberranti: stregoneria pura. Le donne e i guerrieri coinvolti furono identificati come lamie, il capro come incarnazione del Diavolo, le urla e le danze come orge sacrileghe. Così, il culto germanico del dio Wotan si sovrappose all’immagine satanica che il cristianesimo attribuiva alle streghe.

Un certo San Barbato (602-682), sacerdote e poi vescovo, si sarebbe opposto a questi riti, facendosi promettere dal duca Romualdo I (†677) di abbattere il famigerato albero del noce e costruire al suo posto una chiesa. È leggenda, certo – ma da qui prende forma il topos del noce di Benevento, che ancora oggi incarna la memoria dei sabba stregoneschi.

Dalla Diana romana alla Janara cristiana

Se i Longobardi aggiunsero combustibile alla leggenda, le sue scintille erano molto più antiche. Benevento, in epoca imperiale, fu uno dei centri italiani dove si diffuse il culto di Iside, dea lunare di origine egizia, spesso associata a Diana e Ecate. Queste divinità femminili, legate alla fertilità, alla morte, ai passaggi liminali, erano anche figure magiche. L’imperatore Domiziano (51-96 d.C.) fece erigere un tempio in onore di Iside, segno di una forte presenza cultuale.

Nel tempo, Diana assunse sempre più i tratti di una signora della notte, custode dei boschi, delle donne selvatiche, delle magie notturne. Con la cristianizzazione forzata dell’Italia, tutti questi culti vennero progressivamente demonizzati. Diana, come altre dee lunari, fu trasfigurata in un’ombra pericolosa, capace di sedurre le donne e trascinarle nei sabba.

Il mito cristiano della strega nacque proprio da questa dinamica: la sacerdotessa diventò la fattucchiera, la guaritrice divenne serva del demonio, e i rituali legati alla terra e alla femminilità furono dichiarati empietà. La Janara – o Dianara, secondo alcune interpretazioni – sarebbe così la diretta discendente delle sacerdotesse di Diana trasformate dalla teologia cristiana in simboli di perdizione.

Il nome Janara: soglie, dee e linguaggi del confine

Ma da dove viene davvero il nome Janara? Le ipotesi sono molte, e ciascuna illumina un frammento di questo mito complesso.

Una delle etimologie più diffuse la lega al latino ianua, cioè porta. Nella tradizione popolare, la Janara è infatti una creatura che si insinua nelle case passando sotto le soglie, assumendo una forma incorporea o impalpabile. Per fermarla, si usava lasciare una scopa o un sacchetto di sale davanti alla porta: oggetti che la costringevano a contare ogni filo o granello fino al sorgere del sole — quando la sua presenza doveva svanire. Un semplice gesto domestico che diventava rito di contenimento del disordine.

Un’altra ipotesi, di taglio più cultuale, collega Janara a Diana stessa: Dianara → Ianara → Janara. Diana, dea della caccia e della luna, regina delle selve e delle donne selvatiche, ha lasciato tracce profonde nel folklore del Mediterraneo. In Sardegna, le janas sono fate o streghe che abitano le domus de janas — letteralmente “case delle fate” — antiche tombe rupestri trasformate in dimore magiche dalla leggenda.

Sir James George Frazer
Sir James George Frazer

Alcuni antropologi, come Sir James George Frazer (1854-1941), ipotizzano invece un’origine legata a Giano (Janus), dio bifronte dei passaggi e delle soglie. La parola janua — che indica la porta — potrebbe derivare da “porta di Giano”, intesa come spazio sacro sorvegliato. In questa lettura, la Janara è colei che presidia, attraversa o infrange il confine tra mondi, tra giorno e notte, tra noto e ignoto.

Le prime testimonianze scritte che usano il termine Janara risalgono al tardo medioevo, ma è nella tradizione orale che il nome ha preso forza e forma. Proverbi, filastrocche, scongiuri, racconti da veglia, parole mormorate nei pressi della stalla o tra le mura della cucina. Il nome Janara è scivolato di bocca in bocca, sempre accompagnato da precauzioni, ambivalenze, paure.

A volte portava malocchio, a volte incubi, a volte morte improvvisa. Ma più spesso era il modo in cui una comunità nominava il disordine — e lo governava attraverso parole, gesti e silenzi.

La Janara nella tradizione popolare campana

Se le radici del mito della Janara affondano in culti antichi e riti longobardi, è nella tradizione popolare che la sua figura si è fatta davvero viva, familiare e inquietante. Più che una figura da sabba, la Janara è una presenza domestica, invisibile ma temuta, che si insinua tra i gesti quotidiani, nelle notti senza luna, nei sussurri delle nonne. Qui non siamo più nel campo della storia, ma in quello della memoria incarnata, del gesto rituale, della narrazione orale che plasma la percezione collettiva.

Come riconoscere una Janara

Rappresentazione di una Janara © Archaeus
Rappresentazione di una Janara © Archaeus

Nella cultura contadina campana — e soprattutto nel Sannio, nell’Irpinia e nell’entroterra beneventano — la Janara era una figura indistinguibile dalle altre donne durante il giorno. Nessun segno fisico rivelava la sua identità, eppure si diceva che ci fossero alcuni indizi per riconoscerla: capelli lunghi e sciolti, odore di lavanda, sguardo sfuggente e una certa propensione alla solitudine. A volte, bastava che una donna fosse “strana” — troppo taciturna, troppo libera, troppo sapiente — per far nascere un sospetto.

Molti racconti parlano di vecchie del paese, erboriste o levatrici, che «sapevano troppe cose» e per questo venivano guardate con un misto di rispetto e timore. Bastava un litigio, un raccolto andato male, una malattia improvvisa, e la voce si spargeva: «Quella è una Janara». In un contesto dove il male non aveva spiegazioni razionali, era rassicurante poterne attribuire la colpa a un volto noto.

Secondo la leggenda, la Janara si aggirava per le case di notte, passando sotto la porta o le fessure, senza bisogno di aprire. Poteva sedersi sul petto dei dormienti provocando incubi e paralisi notturna, o accanirsi contro i cavalli, che al mattino venivano ritrovati col crine intrecciato e schiumanti come se avessero corso tutta la notte.

Riti e difese contro la Janara

Non potendola combattere con armi o preghiere canoniche, il popolo inventò metodi apotropaici semplici ma carichi di significato. Due in particolare sono rimasti nella memoria:

  • La scopa dietro la porta: simbolo fallico e oggetto di uso domestico, la scopa aveva il potere di “distrarre” la Janara, che avrebbe dovuto contare uno a uno i fili di saggina, perdendo tempo fino all’alba. In alcune versioni, l’operazione era così lunga da costringerla a fuggire con la prima luce del sole.
  • Il sale sparso o in sacchetto: il sale, considerato purificatore e protettivo, aveva secondo la tradizione la stessa funzione della scopa. La Janara avrebbe dovuto contare i granelli uno per uno prima di poter varcare la soglia. Da qui l’espressione rituale — «Janà, vié pe’ sale!» — da rivolgerle ad alta voce durante la notte per smascherarla: secondo la credenza, il giorno dopo la donna si sarebbe presentata a chiedere sale, rivelando la propria natura.
  • La formula orale: «Janà, vieni a piglià ‘o sale dummeneca!» pronunciata di notte alle sue spalle. La costringe a manifestarsi alla luce del sole, rivelando la propria identità umana. Una trappola linguistica che svela la maschera.
  • Trecce ai cavalli: segni del suo passaggio. Le contromisure prevedono nastri rossi, benedizioni sugli animali, ferri di cavallo. I nòdici nelle criniere sono letti come nodi magici.
  • Segni cristiani: croci rovesciate nei racconti sabbatici, crocifissi protettivi negli usci di casa. La narrazione popolare enfatizza il capovolgimento del sacro come atto di riconoscimento della strega.

Anche formule orali come «Oggi è sabato», pronunciate per scongiurare il male dopo aver parlato della Janara, testimoniano il sincretismo tra magia e religione popolare. Il sabato — giorno del sabba — veniva rievocato con ironia o terrore, a seconda del contesto.

Dal punto di vista antropologico, questi riti di protezione sono strategie di controllo simbolico su ciò che non può essere controllato: la malattia, la morte improvvisa, la sterilità, la sfortuna. Ma sono anche rituali di contenimento del femminile, visti con sospetto quando sfugge alle norme sociali.

La Janara come simbolo del femminile temuto

Nel cuore del mito c’è un archetipo potente: la donna che non si lascia definire. Non madre, non moglie, non religiosa, non obbediente. La Janara è l’altra: colei che conosce le erbe, che cura fuori dai circuiti ufficiali, che si muove di notte, che rifiuta i ruoli imposti, che non ha padrone.

In questo, si avvicina ad altre figure del folklore italiano: la Strìa toscana, la Masca piemontese, la Maciara dell’Irpinia. Tutte varianti della stessa paura: la donna indipendente è pericolosa. Anche nella versione “benevola”, la Janara è ambigua: può guarire o maledire, aiutare o far abortire, proteggere o maledire la famiglia per sette generazioni.

La sua ambivalenza la rende sopportabile solo se addomesticata o trasformata in leggenda. Eppure, questa figura continua a vivere, spesso senza nome, nei gesti delle donne che resistono ai ruoli imposti, nei sussurri delle veglie contadine, nei riti erboristici recuperati oggi sotto forma di sapienza olistica.

Nell’equilibrio tra sacro e profano, la Janara ha camminato per secoli: né santa, né demone, ma sempre presenza scomoda. E proprio per questo, ancora viva.

Raffigurazione di anziana strega
Raffigurazione di anziana strega

Tra storia e persecuzione

Se la leggenda della Janara si è nutrita di racconti e riti contadini, è anche vero che, a un certo punto, il potere religioso e politico decise di prendere sul serio quelle voci. Nei prossimi paragrafi il mito incontra l’istituzione, e la strega entra negli archivi. Si passa dalle ombre dei boschi alle celle dell’Inquisizione, dalle filastrocche alle sentenze capitali. Ma la paura della Janara non fu solo una credenza popolare: fu anche uno strumento di controllo e repressione.

Le streghe di Benevento nei processi dell’Inquisizione

Tra il XV e il XVII secolo, l’Italia — e Benevento in particolare — fu attraversata da un’ondata di sospetti, accuse, processi e roghi. La “strega” divenne una figura giuridica, non solo mitica, e la Janara comparve nei verbali inquisitoriali come imputata, testimone o demone evocato.

Già nel 1428, la celebre Matteuccia da Todi (1388-1428), in uno dei primi processi per stregoneria in Italia, parlava esplicitamente del Noce di Benevento come luogo di raduno. Più tardi, nel Cinquecento e Seicento, cronisti e giudici raccolsero numerose confessioni, spesso estorte sotto tortura, in cui si descrivevano sabba con danze, banchetti, orge e apparizioni demoniache.

Il Malleus Maleficarum (Martello delle streghe), pubblicato nel 1486 dai domenicani Heinrich Kramer (1430-1505) e Jacques Sprenger (1436-1495), divenne il manuale operativo per la caccia alle streghe. In esso si spiega come riconoscere, interrogare e “smontare” le streghe — spesso donne povere, sole, esperte di erbe, o semplicemente invise alla comunità. Benevento, già nota per la sua fama magica, fu indicata come epicentro italiano dei sabba: «sub arbore nucis in Benevento», recitano alcune formule.

Lo storico e antropologo locale Abele De Blasio (1858-1945) racconta che nell’Archivio Arcivescovile di Benevento esistessero più di duecento atti di processi per stregoneria, distrutti in gran parte nel 1860 per evitare che l’ondata anticlericale post-unitaria li usasse come arma politica. Altri andarono persi nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

La giustizia ecclesiastica e quella civile si intrecciavano in queste persecuzioni, ma ciò che colpisce è la ripetizione ossessiva, nelle testimonianze, di elementi come il volo, l’unguento, il sale, la scopa, il malocchio — a conferma che il folklore popolare si era ormai cristallizzato in narrazione istituzionale.

Dalla superstizione al controllo sociale

La paura delle Janare — e delle streghe in generale — non era solo una questione teologica o demonologica. Era anche una strategia di potere. Accusare una donna di stregoneria significava isolarla, privarla di credibilità, toglierle la voce. In un’epoca in cui le donne non potevano predicare, scrivere, possedere terre o esercitare autorità spirituale, la “strega” era l’unico ruolo concesso a chi non si adeguava.

Iconografia di Bernardino da Siena
Iconografia di Bernardino da Siena

Le Janare venivano accusate di causare aborti, sterilità, malattie, rotture familiari. Ma in realtà, molte di loro erano proprio levatrici, erboriste, guaritrici, cioè figure fondamentali nella vita rurale. La loro conoscenza della natura le rendeva preziose — e per questo temute.

È anche in questo contesto che si spiega la demonizzazione del corpo femminile. La strega — soprattutto nel mondo cattolico — veniva vista come l’opposto della Madonna: lussuriosa, sanguinaria, sterile, in combutta col Diavolo. Le sue “colpe” erano spesso legate alla sessualità, al potere riproduttivo, alla ribellione domestica.

Il santificato Bernardino da Siena (1380-1444), nel XV secolo, fu uno dei predicatori più accesi contro le streghe, soprattutto quelle beneventane. Le additava pubblicamente, incitava le folle a denunciarle. Insieme a lui, un intero sistema sociale trasformava l’alterità in colpa.

Col tempo, la strega divenne il capro espiatorio perfetto. Ogni carestia, aborto, morte improvvisa, o semplice discordia, poteva essere ricondotta a lei. E colpire lei significava riportare ordine in una comunità spaventata.

La Janara tra religione e folklore

Eppure, nonostante le condanne e le esecuzioni, il mito non scomparve. Anzi: sopravvisse nel linguaggio religioso popolare, che spesso incorporava le paure ancestrali nella preghiera. In molte zone del Sud Italia si tramandano ancora rosari “contro la Janara”, formule di protezione, leggende sussurrate tra le coperte nelle notti d’inverno.

Nelle case, accanto alle immagini sacre, si lasciava ancora la scopa, o si metteva del sale sulla soglia. Nelle culle si appendevano nastri rossi, per proteggere i neonati. La religione ufficiale non riuscì mai a scardinare del tutto l’immaginario delle streghe, anzi: spesso lo cristianizzò, trasformandolo in forma di pietà domestica.

La Janara non era più solo una creatura demoniaca, ma una presenza ambigua: spirito, incubo, vendicatrice, custode. In alcuni racconti, se catturata, poteva anche offrire protezione per sette generazioni in cambio della libertà. In altri, svelava i segreti delle erbe, oppure salvava i neonati da malattie invisibili.

La memoria orale ha fatto il resto. Anche in tempi moderni, il nome della Janara è sopravvissuto: nei racconti dei nonni, nei proverbi, nelle superstizioni quotidiane. In Irpinia, nel Sannio, nel Casertano, ma anche in Campania e Molise, ogni paese ha la sua strega, la sua storia, il suo noce.

E questo ci dice molto. Non è solo una leggenda: è un dispositivo culturale che ha permesso, nei secoli, di elaborare il caos, la colpa e il mistero. E che continua a raccontare, silenziosamente, quanto l’Italia profonda tema — e ammiri — il potere oscuro del femminile.

I simboli e i misteri della Janara

La Janara non è solo un personaggio da leggenda, né soltanto una vittima storica. È anche — e forse soprattutto — un simbolo. Un nodo complesso di archetipi, significati nascosti, immagini stratificate. La sua figura ci parla attraverso gli oggetti che la circondano, le formule che la evocano, i gesti rituali che tentano di fermarla. Ogni dettaglio del suo mito è un segnale: racconta un modo antico di interpretare il mondo e di dare senso all’invisibile.

Il volo notturno e la soglia tra i mondi

Tra gli elementi più ricorrenti nella leggenda delle Janare vi è il volo notturno. Si racconta che, ungendosi le ascelle o il seno con uno speciale unguento — probabilmente composto da sostanze psicotrope — la strega potesse lanciarsi in aria, pronunciando la formula:

‘ Nguento, ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviento , sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo.

Unguento, unguento, mandami al noce di Benevento, sotto l’acqua e sotto il vento, sotto ogni maltempo.

Janara che spinge sul petto di un dormiente
Janara che spinge sul petto di un dormiente

Il volo non è solo un potere magico: è un passaggio di soglia. Le Janare, come le sciamane e le lamie, si muovono tra i mondi — quello dei vivi e quello dei morti, quello del giorno e quello del sogno. Attraversano le porte (da cui la possibile etimologia ianua), passano sotto le fessure, si dissolvono come spiriti nella notte.

Dal punto di vista simbolico, questa capacità indica una connessione profonda con l’inconscio collettivo. Il loro volo è anche un viaggio interiore, una discesa nell’ombra, un contatto con l’invisibile. Il fatto che colpiscano nel sonno — provocando incubi, paralisi, senso di oppressione sul petto — le rende simili alle antiche divinità del sogno e alle sperimentatrici dell’alterità.

In alcune varianti del mito, le Janare venivano viste sedute sui dormienti, come a schiacciarli. È un’immagine che ricorre in molte culture, dal “peso sul petto” del folklore nordico alla “pressione dell’incubo” del mondo arabo. Un’esperienza reale — oggi nota come paralisi ipnagogica — che il simbolismo popolare ha vestito di mistero.

La lavanda, la scopa e l’acqua: i tre elementi chiave

I miti non parlano solo attraverso le parole, ma attraverso gli oggetti. La Janara, più di ogni altra figura folklorica italiana, è circondata da un piccolo corredo di cose cariche di significato: apparentemente semplici, profondamente evocative.

  • La lavanda: spesso si dice che la Janara abbia odore di lavanda. È un profumo che si spande nelle case la sera, nei cassetti, negli armadi. Ma è anche pianta medica, calmante, rilassante, con un potere protettivo associato alla purificazione femminile. Il fatto che sia associata a una creatura notturna come la Janara ne sottolinea l’ambiguità: profumo domestico e minaccia nascosta, segno della femminilità ambivalente.
  • La scopa: oggetto umile, domestico, femminile. Ma nelle mani della Janara diventa strumento di volo, simbolo fallico e veicolo magico. La scopa dietro la porta protegge, ma è anche ciò che la strega cavalca, invertendo i ruoli: ciò che pulisce la casa diventa il mezzo con cui la casa viene violata.
  • L’acqua: il legame della Janara con l’acqua è più sottile ma ricorrente. Nei racconti, le Janare si radunano «sopra l’acqua e sopra il vento», e si citano spesso laghi, fiumi, gorghi infernali. L’acqua rappresenta il passaggio, il mondo fluido, il riflesso deformato della realtà. In molte storie, le Janare nascondono i loro segreti nell’acqua, o emergono da pozze improvvise sotto ponti e scarpate.

Questi tre elementi — lavanda, scopa, acqua — formano una sorta di trinità simbolica che disegna il profilo di una figura liminale: domestica e selvaggia, protettiva e distruttiva, sacra e profana.

Raffigurazione di una strega in volo sulla scopa
Raffigurazione di una strega in volo sulla scopa

La Janara oggi: tra folklore, turismo e identità culturale

Oggi, la Janara è tornata. Ma in forma diversa.

A Benevento, il mito è diventato identità culturale. La squadra di calcio locale ha nel logo una strega a cavallo della scopa; il famoso liquore Strega si richiama esplicitamente alla leggenda del noce e delle danze notturne; il Museo Janua, allestito a Palazzo Paolo V, propone un percorso multimediale sulla storia delle streghe del Sannio.

Festival, rievocazioni storiche, film e serie TV hanno riscoperto la figura della Janara come simbolo femminile ribelle, non più solo come figura oscura. In alcune narrazioni moderne, è una donna perseguitata, una guaritrice dimenticata, una custode di antiche verità. La sua rinascita avviene in parallelo alla riscoperta delle pratiche erboristiche, delle conoscenze naturali, di un femminile non ridotto a funzione.

Eppure, la Janara non è del tutto addomesticata. In alcuni racconti recenti, torna a essere presenza inquietante: compare nei sogni, infesta le stanze, provoca paralisi del sonno. In certe notti d’inverno, c’è ancora chi lascia la scopa dietro la porta. Perché — si sa — «non si sa mai

Il mito, anche se trasformato in marketing culturale, conserva ancora il suo potere. E questo ci dice che la Janara non è morta: ha solo cambiato volto. Continua a raccontare le paure, le tensioni e le trasformazioni di una cultura intera. Dal sabba sotto il noce al palco del teatro, dalle urla dei roghi ai post dei social, la strega del Sud continua a camminare con noi.

Il Patto col Diavolo: dal culto alla colpa

Per comprendere davvero la Janara, bisogna attraversare una lunga stratificazione religiosa. In epoca romana, Benevento e il suo territorio erano scenario di un culto sincretico che univa Iside, Ecate e Diana: una trimurti femminile legata alla luna, ai crocicchi, ai boschi e alla fertilità. Quelle divinità presiedevano al mistero del ciclo vitale, della nascita e della morte, incarnando un potere sacro e autonomo che il cristianesimo avrebbe presto guardato con sospetto.

Nel Medioevo, il nuovo ordine religioso reinterpretò quei simboli: ciò che un tempo era rito di protezione o di fecondità divenne segno di alleanza col demonio. La donna che conosceva le erbe, che assisteva i parti o curava con infusi e unguenti, scivolò progressivamente nel profilo della strega.
La guaritrice divenne eretica, la sacerdotessa si trasformò in complice del Male, e la sapienza naturale si mutò in peccato teologico.

La strega battezzata dal Diavolo Compendium maleficarum (1608)
La strega battezzata dal Diavolo Compendium maleficarum (1608)

È in questa transizione che nasce la leggenda del pactum cum daemonibus: l’idea che le streghe avessero stretto un patto esplicito col Diavolo, in cambio di poteri occulti. Ma più che un fatto reale, fu una proiezione teologica, una costruzione culturale con una funzione precisa: spiegare e contenere ciò che sfuggiva al controllo della Chiesa e della comunità.

La Janara, in questa filiera, è il precipitato di due traiettorie opposte ma complementari: da un lato il retaggio pagano, con Diana e le sue sacerdotesse, i voli notturni, i “giochi” delle donne-luna; dall’altro la demonizzazione cristiana, con il sabba, la capra diabolica, l’accusa di sterilità e di infanticidio.

Così prende forma un personaggio duplice: eco di antiche dee e fantasma di colpe moderne. La Janara diventa un modo per spiegare il dolore, le morti improvvise, le deformità, ma anche per ricondurre la libertà femminile entro un recinto morale. Dietro il Patto col Diavolo non c’era l’adorazione del male, ma la paura del sapere senza permesso — quella conoscenza che da sempre fa tremare chi ne detiene il monopolio.

Conclusioni

La Janara è una figura che non smette di affascinarmi. Da anni, attraverso il mio canale Le Chiamavano Streghe, esploro storie di donne accusate, temute, cancellate. Ma la Janara, più di molte altre, riesce a condensare in sé qualcosa di profondamente radicato nella nostra cultura: la paura del femminile libero, del sapere non riconosciuto, della soglia che separa e unisce.

Non credo che le streghe siano esistite così come ce le hanno raccontate i loro detrattori. Anzi, è proprio la parola strega a essere nata nella bocca di chi voleva indicare un nemico. Il più delle volte, le streghe perseguitate erano donne che conoscevano le erbe, il corpo, i cicli, i rimedi tramandati per via orale. Figure che oggi definiremmo professioniste della salute olistica — e che allora, proprio per questo, venivano viste come una minaccia.

Iconografia di Tommaso d'Aquino
Iconografia di Tommaso d’Aquino

Molte delle pratiche attribuite alle streghe — infusi per il dolore mestruale, lavande per le infezioni, unguenti per la febbre — erano rimedi popolari basati sull’osservazione e sull’esperienza, spesso più efficaci della medicina ufficiale, che ignorava del tutto i corpi femminili. Eppure queste donne venivano demonizzate. Perché? Perché non erano medici, e soprattutto non erano uomini.

Il paradosso è evidente. Tommaso d’Aquino (ca 1225-1274), divenuto santo, preparava decotti a base di erbe, unendovi simboli cristiani e preghiere. Eppure le donne che facevano lo stesso venivano accusate di eresia. La loro sola colpa era portarsi addosso, da Eva in poi, il sospetto originario di chi viene dal lato sbagliato della Genesi. Basti pensare a certe raffigurazioni medievali dove il serpente tentatore ha il volto di donna.

Eppure, molte di queste “streghe” non erano pagane. La gran parte erano cristiane. Recitavano preghiere, portavano crocifissi, battezzavano i figli. La favola dei culti eretici, spesso evocata per giustificare le condanne, regge ben poco alla prova della realtà. Le confessioni sul Diavolo arrivavano solo dopo la tortura. La scelta era tra mentire o morire. E dopo l’ammissione forzata, il destino era segnato: prigione, rogo, infamia.

La caccia alle streghe è stata — prima ancora che religiosa — una persecuzione di genere. Un modo per controllare i corpi e le parole delle donne. Per silenziare quelle che avevano voce, sapere, iniziativa. La Janara rappresenta tutto questo: il sapere che sopravvive al rogo, la conoscenza che si nasconde nella notte, la ribellione che cammina in punta di piedi sotto le porte chiuse.

Il serpente-femminile tratto da un Libro d'Ore medievale
Il serpente-femminile tratto da un Libro d’Ore medievale

Oggi molte di quelle pratiche sono state rivalutate. L’erboristeria è una disciplina riconosciuta, le ostetriche sono professioniste stimate, la medicina naturale è tornata a occupare uno spazio importante. Ma quello che è stato fatto a quelle donne non va dimenticato. Perché dietro ogni leggenda — anche la più oscura — si nasconde un pezzo di verità, e dietro ogni strega bruciata, una donna che curava.

La Janara non è solo un personaggio da leggenda. È un archetipo vivo: presenza sottile nelle storie del Sud, nel lessico contadino, nei sogni. Vive ancora — nelle paure che ereditiamo, nei pregiudizi che sopravvivono, nei gesti che ripetiamo senza sapere da dove vengono.
E forse è proprio questa la sua forza: non morire mai davvero, ma tornare ogni volta che qualcuno chiude la porta e teme ciò che resta fuori.

Quante Janare sopravvivono ancora, invisibili, nelle nostre notti, nelle nostre case, nei nostri pensieri? E quante, senza saperlo, stanno già tornando?

Se desiderate approfondire il tema delle streghe, vi consiglio di visitare il canale “Le Chiamavano Streghe“:

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