
Negli anni Venti del Novecento, quando la ricerca psichica europea attraversava una delle sue stagioni più febbrili e metodologicamente ambiziose, un piccolo villaggio della Romania meridionale divenne teatro di eventi che avrebbero messo alla prova gli strumenti investigativi di alcuni tra i più eminenti studiosi del paranormale dell’epoca. Eleonore Zugun (1913-1998), nata in una famiglia di contadini nel villaggio di Talpa, si trovò al centro di un caso che combinava le manifestazioni psicocinetiche tipiche dei fenomeni di poltergeist con un elemento che lo rendeva particolarmente inquietante: sulla sua pelle apparivano graffi, lividi e segni di morsi senza che nessuna mano visibile li causasse, come se un’entità invisibile la stesse fisicamente aggredendo.
Per due anni, tra il 1925 e il 1927, ricercatori provenienti da Austria, Germania e Gran Bretagna osservarono, documentarono e discussero quello che sarebbe diventato uno dei casi più controversi e meglio documentati nella storia della parapsicologia, dividendo la comunità scientifica tra chi vi vedeva la prova inconfutabile di forze sconosciute capaci di agire sulla materia e chi invece riconosceva in quelle manifestazioni i sintomi complessi di un trauma psicologico profondo, amplificato dalla suggestione collettiva e dall’ambiente culturale in cui la ragazza era cresciuta.
Conosciuta nei circoli della ricerca psichica come la “Ragazza Diavolo” o la “Ragazza Poltergeist”, Eleonore Zugun rappresentò per Harry Price (1881-1948), l’investigatore britannico del paranormale più noto del suo tempo, il primo tentativo sistematico di studiare scientificamente quello che oggi verrebbe definito un agente di RSPK (Recurrent Spontaneous Psychokinesis), ovvero una persona intorno alla quale si manifestano fenomeni psicocinetici ricorrenti e apparentemente spontanei. Il caso Zugun divenne così un banco di prova per le metodologie investigative che stavano emergendo in quegli anni, quando la parapsicologia tentava di costruirsi una dignità accademica attraverso l’adozione di protocolli di controllo rigorosi, la documentazione meticolosa e la testimonianza multipla, nel tentativo di sottrarre l’indagine del soprannaturale al regno della credenza popolare e della frode spiritistica per portarla nel territorio più sicuro, anche se controverso, della scienza sperimentale.
Eleonore Zugun: origini e l’episodio scatenante

Comprendere chi fosse Eleonore Zugun significa addentrarsi nella storia di una bambina le cui origini umili e il cui contesto culturale giocarono un ruolo determinante nello sviluppo di una vicenda che la avrebbe trasformata, suo malgrado, in un caso di studio internazionale. La sua era una famiglia di contadini, legata ai ritmi della terra e immersa in un universo di credenze popolari in cui il confine tra il sacro e il profano, tra il naturale e il soprannaturale, era molto più fluido di quanto non lo fosse nelle città europee dell’epoca, già attraversate dalle correnti del positivismo e dello scetticismo scientifico. Nel villaggio di Talpa, come in molte altre comunità rurali della Romania meridionale degli anni Venti, la modernità non aveva ancora dissolto quella visione del mondo in cui demoni, spiriti e forze occulte erano presenze reali e quotidiane, non semplici metafore o residui folklorici destinati a scomparire di fronte al progresso. La vita di queste comunità era scandita non solo dai ritmi agricoli ma anche da un calendario di credenze, rituali e superstizioni che regolavano ogni aspetto dell’esistenza, dalla nascita alla morte, e che creavano un tessuto di significati all’interno del quale eventi altrimenti inspiegabili trovavano immediatamente una collocazione interpretativa.
In questo contesto rurale profondamente segnato dalla superstizione e dall’analfabetismo, dove la parola scritta aveva scarsa circolazione e dove la tradizione orale trasmetteva di generazione in generazione racconti di miracoli e maledizioni, la figura della nonna rappresentava un’autorità morale e spirituale di primo piano. Non era semplicemente la matriarca della famiglia in senso biologico, ma la depositaria della saggezza tradizionale, colei che conosceva i rimedi, le formule protettive, le preghiere efficaci, e che aveva il potere di benedire o maledire attraverso le sue parole. In un mondo in cui le parole non erano considerate semplici convenzioni linguistiche ma possedevano una forza performativa reale, capace di modificare la realtà stessa, ciò che la nonna diceva aveva un peso che andava ben oltre il semplice rimprovero pedagogico: era una sentenza che poteva segnare per sempre il destino di una bambina, imprimendosi nella sua psiche con la forza di una maledizione che nessun esorcismo o intervento medico sarebbe riuscito facilmente a dissolvere, creando le condizioni psicologiche perché la paura e il senso di colpa si trasformassero in qualcosa di tangibile e terrificante.
Nascita, famiglia e l’episodio della moneta (febbraio 1925)
Eleonore Zugun nacque il 24 maggio 1913 nel villaggio di Talpa, un luogo il cui stesso nome evoca l’oscurità sotterranea, il nascondimento, la vita che si svolge lontana dalla luce del giorno. La sua infanzia trascorse nell’anonimato della vita rurale romena, scandita dai ritmi immutabili delle stagioni e dalla ripetizione di gesti ancestrali che legavano le generazioni l’una all’altra attraverso una catena ininterrotta di tradizioni, superstizioni e credenze che affondavano le radici in un passato immemorabile.

Fu nel febbraio del 1925, quando Eleonore Zugun aveva appena undici anni, che un episodio apparentemente banale innescò quella che sarebbe diventata una delle vicende più studiate dalla ricerca psichica europea: durante un viaggio verso la casa della nonna insieme ai cugini, la bambina scorse per terra una moneta e la raccolse, nonostante uno dei suoi compagni la avvertisse che si trattava di “denaro del diavolo”, un’espressione che nella cultura contadina romena indicava qualcosa di maledetto, di pericoloso, qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare dove si trovava. Eleonore, con l’incoscienza tipica dell’infanzia, ignorò l’avvertimento e spese quei soldi in dolciumi che poi rifiutò di condividere con gli altri bambini, un gesto di egoismo infantile che in altre circostanze sarebbe stato dimenticato in pochi minuti ma che, in questo caso, avrebbe avuto conseguenze che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Quando la nonna venne a conoscenza dell’accaduto, la sua reazione fu violenta e carica di una collera che andava ben oltre la semplice disapprovazione per un comportamento scorretto: disse alla nipote che aveva “ingoiato il diavolo” e che non se ne sarebbe mai più liberata, parole che nella mente di una bambina di undici anni, cresciuta in un ambiente in cui il demonio non era una metafora ma una presenza reale e minacciosa, assunsero il peso di una condanna definitiva. Quelle parole si impressero nella psiche di Eleonore con una forza che avrebbe determinato tutto ciò che sarebbe seguito, creando le condizioni psicologiche perché la paura, il senso di colpa e l’aspettativa della punizione si trasformassero in qualcosa di tangibile, in fenomeni che avrebbero terrorizzato non solo la bambina ma l’intera comunità, costringendola a un’emarginazione che l’avrebbe segnata per tutta la vita.
L’inizio dei fenomeni e l’emarginazione
Il giorno successivo all’episodio della moneta, mentre i bambini si trovavano ancora presso la casa della nonna, iniziarono a verificarsi eventi che sfidavano ogni spiegazione razionale: pietre volarono contro l’abitazione infrangendo le finestre, piccoli oggetti nelle vicinanze di Eleonore cominciarono a spostarsi, a saltare, a volare via senza che nessuna mano visibile li toccasse, come se una forza invisibile stesse manifestando la sua presenza attraverso la manipolazione della materia. I fenomeni non si limitarono a quella prima giornata ma si ripeterono tre giorni dopo il ritorno di Eleonore Zugun a Talpa, con la stessa intensità e la stessa apparente casualità, gettando nel panico una famiglia che non disponeva di alcun quadro interpretativo per comprendere ciò che stava accadendo se non quello fornito dalla tradizione religiosa e folklorica, che attribuiva tali manifestazioni all’azione del demonio o di spiriti malvagi. Di fronte a eventi così incomprensibili e terrorizzanti, la famiglia prese una decisione che oggi appare crudele ma che, nel contesto culturale dell’epoca, doveva sembrare l’unica possibile: Eleonore fu rinchiusa nel Convento di Gorovei, un piccolo monastero del XVIII secolo, nella speranza che qualche forma di intervento religioso, se non un vero e proprio esorcismo, potesse liberarla da quella che tutti percepivano come una possessione demoniaca.

Ma i disturbi continuarono a manifestarsi anche tra le mura sacre del monastero durante le tre settimane di permanenza, con una frequenza e un’intensità che lasciarono sgomenti gli stessi religiosi che avevano accolto la bambina nella speranza di liberarla attraverso la preghiera e l’esorcismo. L’abate del monastero scrisse successivamente una lettera a uno dei medici coinvolti nel caso in cui affermava che lui stesso, insieme ad altri chierici e sacerdoti, aveva assistito a oltre quattrocento fenomeni paranormali durante quel breve periodo, un numero straordinario che testimoniava come le manifestazioni non solo non fossero cessate ma anzi sembrassero intensificarsi proprio nel luogo che avrebbe dovuto offrire protezione spirituale. Questa testimonianza, proveniente da un’autorità religiosa che non aveva alcun interesse a promuovere interpretazioni sensazionalistiche o a dare credito a superstizioni popolari, dimostrava in modo inequivocabile che le preghiere e i rituali religiosi non avevano alcun potere su quella forza misteriosa che sembrava essersi legata alla ragazza, sfidando l’idea stessa che si trattasse di una possessione demoniaca curabile attraverso gli strumenti tradizionali della Chiesa ortodossa.
Spaventata dall’inefficacia dei rimedi spirituali e sempre più convinta che si trattasse di qualcosa che andava oltre il loro controllo, la famiglia decise di trasferire Eleonore Zugun in un manicomio, dove sarebbe stata tenuta sotto osservazione medica. L’emarginazione sociale che ne seguì fu totale e devastante: Eleonore divenne oggetto di terrore e disprezzo non solo da parte dei compaesani, che la consideravano una minaccia alla sicurezza della comunità, ma anche all’interno della sua stessa famiglia, che vedeva in lei non più una bambina da proteggere ma una creatura maledetta dalla quale era necessario prendere le distanze. In questo contesto di isolamento e stigmatizzazione, la ragazza si trovò completamente sola, prigioniera di una situazione che non comprendeva e di cui non aveva alcuna responsabilità consapevole, mentre intorno a lei il caso cominciava ad attirare l’attenzione di chi, fuori dal villaggio, lo vedeva non come una maledizione ma come un’opportunità di indagine scientifica.
Fritz Grunewald: il primo investigatore
Quando la notizia delle stranezze che circondavano Eleonore Zugun cominciò a diffondersi al di fuori dei confini del piccolo villaggio di Talpa, superando le barriere linguistiche e culturali che separavano la Romania rurale dall’Europa occidentale più urbanizzata e scientificamente orientata, il caso attirò l’attenzione di chi vedeva in quegli eventi non semplicemente il prodotto della superstizione contadina o della suggestione collettiva, ma un possibile campo di indagine per quella disciplina emergente che tentava di applicare i metodi della scienza sperimentale allo studio di fenomeni che sfuggivano alle categorie tradizionali della fisica e della psicologia. Fu così che un articolo pubblicato su un giornale locale il 18 aprile 1925, scritto probabilmente con un misto di sensazionalismo e genuina preoccupazione per la sorte della ragazza, giunse all’attenzione di un’organizzazione spiritista tedesca che, pur essendo animata da convinzioni sulla sopravvivenza dell’anima e sulla possibilità di comunicazione con i defunti, aveva sviluppato nel tempo un approccio più rigoroso all’indagine dei fenomeni paranormali, consapevole che la credibilità del movimento spiritista dipendeva dalla capacità di distinguere i fenomeni autentici dalle frodi e dalle allucinazioni.
Chi era Grunewald e l’arrivo a Talpa (maggio 1925)
L’uomo incaricato di condurre l’indagine fu Fritz Grunewald (1881-1927), un ingegnere tedesco che aveva dedicato parte della sua vita allo studio della parapsicologia, pur mantenendo una posizione di cautela rispetto alle interpretazioni spiritiste dei fenomeni che indagava. Grunewald non era uno spiritualista nel senso stretto del termine: non credeva necessariamente che i fenomeni paranormali fossero causati da spiriti disincarnati, ma era convinto che esistessero manifestazioni reali che la scienza ufficiale non era ancora in grado di spiegare e che meritassero di essere studiate con rigore metodologico. La sua reputazione nell’ambiente della ricerca psichica tedesca era solida, costruita attraverso anni di investigazioni condotte con attenzione ai dettagli e con una costante vigilanza contro le frodi, che sapeva essere estremamente comuni nel mondo dei medium professionisti.
Quando arrivò a Talpa, Grunewald trovò Eleonore rinchiusa nel manicomio dove la famiglia l’aveva relegata dopo il fallimento del tentativo di esorcismo nel monastero. Con una combinazione di persuasione, autorità scientifica e probabilmente anche qualche compenso economico, riuscì a ottenere il permesso di far uscire la ragazza dal manicomio e di riportarla al monastero, dove sperava di poterla osservare in condizioni meno opprimenti e più adatte a un’indagine sistematica. Il suo primo incontro con Eleonore Zugun avvenne il 9 maggio 1925, e nei giorni successivi Grunewald ebbe modo di osservare direttamente i fenomeni che avevano terrorizzato la comunità di Talpa.
Nella fotografia seguente, scattata al Monastero di Gorovei tra il 9 e il 18 maggio 1925, è possibile vedere Fritz Grunewald seduto all’estrema sinistra del tavolo, insieme ad altri testimoni e investigatori locali che parteciparono alle sessioni di osservazione dei fenomeni. Eleonore Zugun, la ragazza al centro del caso, è la terza figura da destra. Questo scatto rappresenta una delle rare testimonianze fotografiche del periodo di indagine condotto dall’ingegnere tedesco, che avrebbe trascorso quei dieci giorni raccogliendo appunti dettagliati sui fenomeni paranormali che si manifestavano in presenza della bambina.

Ciò che vide lo colpì profondamente, tanto da spingerlo a pubblicare una breve dichiarazione pubblica in cui affermava di essere convinto che si trattasse di fenomeni genuinamente paranormali, una dichiarazione che per un uomo della sua formazione e della sua cautela aveva un peso considerevole e che contribuì a dare credibilità internazionale al caso. La sua intenzione era quella di tornare a Berlino, analizzare i dati raccolti, consultarsi con colleghi e poi scrivere un rapporto completo e dettagliato che avrebbe dovuto costituire il primo studio scientifico sistematico del caso Zugun.
Ma il destino, in una di quelle coincidenze tragiche che sembrano quasi confermare l’idea che esista una forza oscura che non vuole che certi misteri vengano svelati, non gli concesse il tempo di portare a termine il lavoro: Grunewald morì improvvisamente di infarto nel luglio del 1925, poche settimane dopo il suo ritorno a Berlino, prima di poter stendere le conclusioni definitive della sua indagine e completare quello che avrebbe dovuto costituire il primo studio scientifico sistematico del caso. Le sue note dettagliate, raccolte durante quei dieci giorni cruciali trascorsi al Monastero di Gorovei, furono recuperate e pubblicate postume dal professor Christoph Schröder (1871-1952) nella rivista Zeitschrift für psychische Forschung nel 1927, e rimangono ancora oggi una delle fonti primarie più importanti per la comprensione della fase iniziale del caso Zugun, offrendo alla comunità scientifica una prima documentazione che, per quanto incompleta, forniva elementi sufficienti per comprendere la natura e l’entità dei fenomeni.
Le note postume e le testimonianze raccolte

Tuttavia, le note dettagliate che Fritz Grunewald aveva raccolto durante la sua permanenza a Talpa furono recuperate e pubblicate postume, offrendo alla comunità scientifica una prima documentazione del caso che, per quanto incompleta, forniva elementi sufficienti per comprendere la natura e l’entità dei fenomeni. Tra queste note figuravano le dichiarazioni di testimoni locali che avevano assistito direttamente agli eventi, persone che per formazione e posizione sociale non avevano alcun interesse a mentire o a farsi coinvolgere in una frode.
Un maestro di scuola locale, ad esempio, riportò un episodio che aveva osservato personalmente e che aveva deciso di documentare con particolare attenzione proprio perché consapevole che la sua testimonianza sarebbe stata sottoposta a scrutinio critico: aveva scelto deliberatamente di concentrare lo sguardo su un oggetto specifico, una brocca d’acqua che si trovava sotto la finestra appoggiata obliquamente contro il muro su un grande sgabello, con l’intenzione di verificare se davvero potesse muoversi senza alcun intervento umano visibile. La brocca era piena d’acqua, un dettaglio importante perché rendeva molto più difficile qualsiasi manipolazione fraudolenta. Dopo circa cinque minuti di osservazione attenta, durante i quali il maestro non distolse mai lo sguardo dall’oggetto, vide la brocca sollevarsi lentamente di circa mezzo metro, staccandosi dalla sua posizione inclinata contro il muro, per poi abbassarsi obliquamente sull’altra estremità dello sgabello, dove si posò in posizione perfettamente verticale senza che si rovesciasse nemmeno una goccia d’acqua, un dettaglio che escludeva l’ipotesi di un movimento brusco o di una caduta accidentale. Tutte le persone presenti nella stanza assistettero al fenomeno con i propri occhi, e il maestro sottolineò che era assolutamente impossibile che uno di loro potesse aver spostato la brocca con le mani senza essere visto dagli altri, data la disposizione delle persone nello spazio e l’attenzione con cui tutti stavano osservando.

Un altro episodio particolarmente significativo, che Grunewald registrò con precisione quasi scientifica nelle sue note come “ottavo fenomeno”, avvenne alle ore 10:55 del mattino in condizioni di piena visibilità. Eleonore Zugun era seduta completamente immobile su una sedia davanti a lui, che la osservava con attenzione continua per verificare se ci fossero movimenti sospetti che potessero suggerire un tentativo di frode. All’improvviso, senza alcun preavviso, qualcosa sembrò materializzarsi nello spazio vuoto dietro la schiena della ragazza, a circa ottanta centimetri sopra il livello del tavolo e una ventina di centimetri sopra la sua testa, in una posizione dalla quale era fisicamente impossibile che Eleonore potesse aver lanciato o fatto cadere alcunché senza compiere movimenti evidenti. L’oggetto, che Grunewald descrisse come una catenina d’argento con una pietra blu incastonata, si allontanò lateralmente verso la sinistra di Eleonore con un movimento che sembrava seguire una traiettoria controllata piuttosto che una semplice caduta, e poi cadde oltre il bordo del tavolo sul pavimento.
Quando Grunewald raccolse l’oggetto e lo esaminò, scoprì che si trattava di un regalo che un certo Klein aveva fatto alla ragazza e che lei a sua volta aveva donato al cuoco della struttura. L’oggetto doveva quindi provenire dalla cucina o dalla casa del priore, stanze situate in un’altra parte dell’edificio e alle quali Eleonore non aveva avuto accesso nelle ore precedenti. Grunewald annotò con scrupolo tutte le condizioni in cui il fenomeno si era verificato: era pieno giorno, la scena si svolgeva su una veranda ben illuminata, la ragazza era seduta in posizione completamente immobile sotto osservazione diretta, e non c’era alcuna possibilità fisica che Eleonore Zugun avesse potuto nascondere l’oggetto su di sé o lanciarlo senza compiere movimenti che Grunewald avrebbe immediatamente notato.
La Contessa Wassilko-Serecki: la custode del caso
Dopo la morte prematura di Grunewald, il caso di Eleonore Zugun avrebbe potuto facilmente cadere nell’oblio, ridotto a una nota a piè di pagina nella storia della parapsicologia, uno dei tanti episodi curiosi ma inconclusi che punteggiano la letteratura del paranormale. Se invece divenne uno dei casi più ampiamente documentati e discussi della sua epoca, il merito va interamente a una figura straordinaria che dedicò anni della sua vita, risorse economiche considerevoli e un’energia intellettuale instancabile allo studio della ragazza romena: una donna che combinava in modo insolito la raffinatezza culturale dell’aristocrazia austro-ungarica con un genuino interesse per la ricerca scientifica, e che trasformò quello che avrebbe potuto rimanere un episodio di folklore locale in un caso di studio internazionale, documentato con una meticolosità che anticipava i metodi della ricerca parapsicologica moderna.
Chi era e come arrivò al caso

Zoe Wassilko von Serecki (1897-1978) apparteneva a quella classe di aristocratici dell’Europa centrale la cui esistenza fu profondamente sconvolta dal collasso dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima Guerra Mondiale, un evento che non solo ridisegnò i confini politici del continente ma dissolse anche un intero mondo sociale e culturale. La sua famiglia, di lingua romena ma di cultura austriaca, aveva posseduto per generazioni le terre su cui viveva la famiglia di Eleonore Zugun, territori che prima del 1918 facevano parte dell’Impero e che dopo la sua disgregazione si trovarono improvvisamente all’interno dei confini della Romania.
Questo legame territoriale spiega in parte l’interesse iniziale di Wassilko per il caso: quando sentì parlare di una ragazza del villaggio di Talpa che era al centro di fenomeni straordinari, dovette riconoscere il nome del luogo come appartenente alle terre che la sua famiglia aveva amministrato, creando un senso di responsabilità quasi feudale verso quella bambina che, in un’epoca precedente, sarebbe stata in qualche modo sotto la protezione della sua famiglia. Ma sarebbe riduttivo spiegare l’impegno di Wassilko solo in termini di obblighi aristocratici: all’età di ventotto anni, quando incontrò Eleonore per la prima volta, aveva già alle spalle circa sei anni di studio serio e appassionato della parapsicologia, un interesse che in una donna della sua classe e della sua epoca rappresentava una scelta intellettuale coraggiosa e controcorrente.
Wassilko non era una dilettante attratta dal fascino esotico del paranormale, ma una ricercatrice che aveva investito tempo e risorse nell’acquisizione di competenze specifiche: aveva partecipato a numerose sedute investigative con vari medium, aveva studiato la letteratura scientifica disponibile sull’argomento, e aveva sviluppato nel tempo quella che oggi chiameremmo una competenza forense nella rilevazione delle frodi, dimostrando un notevole spirito critico che la portò persino a smascherare con abilità una persona che presentava fenomeni fraudolenti, guadagnandosi così il rispetto di chi in quegli anni tentava di costruire una “parapsicologia scientifica” liberata dalle contaminazioni dello spiritismo “commerciale” e della creduloneria popolare. Era quindi una ricercatrice esperta, perfettamente consapevole dei molteplici trucchi che potevano essere utilizzati per simulare manifestazioni paranormali, e proprio questa sua competenza nel riconoscere le frodi rendeva tanto più significativa la sua convinzione che nel caso di Eleonore Zugun ci fosse qualcosa di autentico, qualcosa che non poteva essere facilmente liquidato come impostura o illusione.




Quando incontrò Eleonore per la prima volta nel settembre del 1925, pochi mesi dopo la morte di Grunewald, Wassilko rimase profondamente colpita dai fenomeni che ebbe modo di osservare direttamente. Scrisse un opuscolo sulle prime fasi del caso che corroborava sostanzialmente il racconto lasciato incompiuto da Grunewald, confermando l’autenticità di molte delle manifestazioni. Nel gennaio del 1926, quando Eleonore Zugun aveva tredici anni, la contessa prese una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la vita di entrambe: assunse formalmente la tutela della ragazza, portandola a vivere a Vienna nella propria casa, sottraendola così all’ambiente oppressivo e superstizioso del villaggio e offrendole non solo protezione materiale ma anche la possibilità di essere studiata in condizioni controllate, lontana dal caos e dalla paura che avevano caratterizzato i primi mesi del caso.
Il metodo investigativo e la documentazione meticolosa

A partire dal gennaio 1926, quando Eleonore Zugun si trasferì definitivamente a Vienna, Wassilko diede inizio a quella che sarebbe diventata una delle indagini più sistematiche e meticolosamente documentate nella storia della ricerca psichica europea. Il suo approccio combinava l’attenzione ai dettagli tipica della ricerca scientifica con una sensibilità umana che riconosceva in Eleonore non semplicemente un oggetto di studio ma una ragazza che aveva bisogno di protezione e affetto. Basandosi su un esame medico condotto da professionisti viennesi, Wassilko descrisse Eleonore come una ragazza fondamentalmente sana dal punto di vista fisico, a parte un’estrema sensibilità cutanea che si sarebbe rivelata un elemento cruciale nell’interpretazione dei fenomeni delle stigmate: questa particolare caratteristica della sua pelle, che reagiva in modo anomalo anche a stimoli minimi producendo arrossamenti e gonfiori sproporzionati, sarebbe diventata infatti uno degli argomenti principali di chi sosteneva che i segni di morsi e graffi potessero essere spiegati in termini dermatologici piuttosto che paranormali. Il suo sonno e il suo appetito erano normali, senza le anomalie che ci si sarebbe potuti aspettare in una ragazza sottoposta a uno stress psicologico così intenso. La contessa notò con piacere che Eleonore era intelligente, come dimostrato dalla sua capacità di leggere e dalla sua scrittura “eccellente”, un dettaglio che suggeriva che la ragazza, nonostante le sue umili origini e la limitata istruzione formale che una bambina contadina romena poteva aver ricevuto, possedeva risorse cognitive che andavano oltre ciò che ci si sarebbe potuti aspettare dal suo background sociale.

Successivamente, il 26 settembre dello stesso anno, Wassilko intraprese insieme a Eleonore Zugun un viaggio ambizioso attraverso l’Europa che sarebbe durato cinque mesi e che avrebbe portato la ragazza romena nei principali centri della ricerca parapsicologica, offrendo a decine di studiosi l’opportunità di osservare direttamente i fenomeni. Durante questo intero periodo, sia nella fase viennese che durante il tour europeo, la contessa mantenne una disciplina documentale straordinaria: registrò meticolosamente ogni singolo incidente anomalo che si verificava in presenza di Eleonore, annotando non solo la natura del fenomeno ma anche l’ora esatta, le condizioni ambientali, le persone presenti e i loro nomi, creando così un corpus di dati che permetteva analisi statistiche e verifiche incrociate. Il parapsicologo austriaco Peter Mulacz, che decenni dopo avrebbe riesaminato l’intero caso con gli strumenti metodologici della parapsicologia moderna, totalizzò gli incidenti registrati da Wassilko arrivando a una cifra impressionante: 3.060 fenomeni documentati in totale, di cui 884 confermati esplicitamente da altri testimoni oltre alla contessa, un numero che testimonia non solo la frequenza delle manifestazioni ma anche il rigore con cui venivano registrate.
Durante la fase viennese, che durò circa otto mesi, i testimoni abituali furono circa diciotto persone che avevano accesso regolare all’appartamento di Wassilko: tra questi c’erano i genitori della contessa, la cameriera, un’ex governante che aveva mantenuto rapporti con la famiglia, e vari scienziati e ricercatori che venivano invitati specificamente per condurre osservazioni controllate. Altre venticinque persone assistettero a episodi isolati, spesso in occasione di visite sociali durante le quali i fenomeni si manifestavano inaspettatamente. Durante il tour europeo, che durò cinque mesi e toccò città come Londra e varie località in Germania, centinaia di persone in totale ebbero modo di assistere ai fenomeni, trasformando il caso Zugun da una curiosità locale in un evento di rilevanza internazionale che veniva discusso nei salotti intellettuali, nelle università e sulle riviste specializzate.
L’approccio psicoanalitico e la trasformazione dei fenomeni
Wassilko era profondamente convinta, sulla base delle sue osservazioni e delle sue conversazioni con Eleonore Zugun, che i fenomeni psicocinetici avessero origine da sensi di colpa profondamente radicati nella psiche della ragazza, una forma di autopunizione inconscia che Eleonore si infliggeva in risposta al trauma delle parole della nonna, che l’aveva accusata di aver “ingoiato il diavolo”. Questa interpretazione, che anticipava concetti che sarebbero diventati centrali nella parapsicologia moderna, suggeriva che i fenomeni non fossero causati da entità esterne ma fossero piuttosto manifestazioni di energie psichiche inconsce della ragazza stessa, una spiegazione che cercava di mantenere l’idea che i fenomeni fossero reali e non fraudolenti pur spostandone la causa dal regno degli spiriti disincarnati a quello della psiche umana.
Pur non avendo una formazione psicoanalitica formale, la contessa decise di tentare un approccio terapeutico basato sui principi freudiani che stavano cominciando a diffondersi nell’Europa centrale: condusse sessanta sedute con Eleonore Zugun tra il 17 maggio e il 3 agosto 1926, rappresentando così il primo tentativo documentato di applicare tecniche psicoanalitiche a un caso di poltergeist. Mulacz, riesaminando queste sedute con il senno di poi, definì l’attività di Wassilko “dilettantistica”, sottolineando giustamente che la contessa non possedeva la formazione clinica necessaria per condurre una vera psicoanalisi e che le sue interpretazioni erano spesso ingenue e teoricamente poco fondate.

Tuttavia, lo stesso Mulacz ipotizzò che queste sedute, per quanto metodologicamente discutibili, avessero avuto un effetto significativo sulla dinamica dei fenomeni: dopo l’inizio delle sedute psicoanalitiche, infatti, i fenomeni sembrarono spostarsi qualitativamente, passando dallo spostamento di oggetti, che erano stati predominanti nelle prime fasi, ad aggressioni fisiche dirette sotto forma di graffi e morsi sulla pelle di Eleonore, come se l’energia che prima si manifestava attraverso la manipolazione dell’ambiente esterno avesse trovato un canale più diretto di espressione attraverso il corpo stesso della ragazza. Nel 1933, anni dopo la conclusione del caso, Wassilko pubblicò un libro intitolato Eltern wie sie sein sollten (Genitori come dovrebbero essere), un’opera pedagogica basata sui principi della psicoanalisi in cui l’esperienza con Eleonore Zugun veniva implicitamente utilizzata come esempio di come l’educazione familiare e le parole dei genitori potessero avere effetti psicologici devastanti sui bambini, trasformando sensi di colpa infantili in sintomi che potevano manifestarsi anche sul piano fisico.
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Gli apporti e il “buco nel mondo”
Nelle sue annotazioni quotidiane, la contessa Zoe Wassilko-Serecki descrisse ripetutamente fenomeni di apporto, termine tecnico della parapsicologia che indica la sparizione e ricomparsa misteriosa di oggetti, a volte attraverso barriere fisiche che in condizioni normali sarebbero impenetrabili. Affermò che ornamenti e giocattoli venivano regolarmente trasportati a distanze considerevoli da una stanza all’altra dell’appartamento, e che le porte chiuse a chiave non sembravano costituire un ostacolo per questi movimenti. Secondo le sue osservazioni, l’oggetto coinvolto nel fenomeno scompariva improvvisamente dalla sua posizione originaria e poi riappariva con un rumore caratteristico, spesso un tonfo secco, in una posizione diversa che era quasi sempre vicina alla testa di Eleonore Zugun, come se la ragazza fosse il punto focale verso cui questi oggetti venivano attratti. Un dettaglio cruciale che Wassilko sottolineò ripetutamente era che gli oggetti non mostravano mai un percorso visibile durante il loro spostamento: non venivano visti volare attraverso l’aria come ci si sarebbe aspettati se fossero stati lanciati con la mano, ma semplicemente scomparivano da un punto e apparivano in un altro.
In un’occasione particolarmente significativa, che Wassilko descrisse come l’osservazione più chiara di un fenomeno di apporto che le fosse mai capitata di vedere, la contessa era appena entrata nella sua stanza dopo essere stata assente per alcuni minuti e si era avvicinata alla finestra per guardare fuori, quando notò con la coda dell’occhio qualcosa di strano: un’ombra, o meglio quella che descrisse come una sorta di perturbazione visiva, che scivolava attraverso lo spazio della stanza con un movimento che non seguiva una linea retta ma piuttosto una traiettoria curva e irregolare. Poi udì un forte impatto. Si girò immediatamente e vide sul letto una piccola tabacchiera di metallo sottile che conteneva un set di tessere del domino in miniatura. La scatola era chiusa, eppure quando Wassilko la raccolse e la aprì, scoprì che una delle tessere era rovesciata sul copriletto, come se fosse caduta fuori nel momento dell’impatto nonostante il coperchio fosse chiuso.
Per descrivere quella strana perturbazione visiva che aveva preceduto la materializzazione dell’oggetto, Wassilko coniò un’espressione poetica e inquietante: la chiamò “buco nel mondo”, come se per un istante si fosse aperta una fessura nella texture normale della realtà. Quest’ombra, sottolineò, non aveva assolutamente nulla in comune con l’aspetto normale di un oggetto in movimento, ma sembrava piuttosto precedere e annunciare la comparsa dell’oggetto. Wassilko notò anche che la violenza dell’impatto quando l’oggetto cadeva corrispondeva sempre esattamente all’altezza alla quale l’oggetto diventava per la prima volta pienamente visibile: era impossibile resistere all’impressione che fosse precisamente in questo momento che l’oggetto tornasse per la prima volta sotto il dominio delle leggi fisiche del nostro mondo.

Un episodio curioso e particolarmente ben documentato, perché coinvolse una terza persona che poté confermare indipendentemente sia la sparizione che la ricomparsa dell’oggetto, riguardò uno scellino d’argento. Un ospite della contessa stava lasciando l’appartamento alla fine della visita e aveva intenzione di lasciare una mancia al portiere dello stabile, come era consuetudine fare in quegli anni. L’uomo frugò nelle tasche e trovò uno scellino d’argento, l’unica moneta che aveva con sé, ma quando arrivò al portone scoprì che il portiere era assente. Rimise lo scellino in tasca e uscì per prendere l’autobus. Quando salì sul mezzo pubblico e il bigliettaio si avvicinò per riscuotere il prezzo della corsa, l’uomo cercò nuovamente la moneta nella tasca dove era sicuro di averla riposta, ma con suo grande stupore non la trovò. Frugò in tutte le tasche, ma lo scellino era scomparso. Circa dieci minuti dopo la sua partenza dall’appartamento, mentre Eleonore Zugun e la contessa Wassilko erano sedute in silenzio nel salotto, uno scellino d’argento materializzò dal nulla e cadde con un tintinnio metallico sul pavimento accanto a loro. Qualche giorno dopo, quando l’ospite tornò a visitare la contessa e raccontò l’episodio della moneta scomparsa, confrontando le date e gli orari si resero conto che doveva trattarsi esattamente dello stesso scellino, che in qualche modo era stato trasportato istantaneamente dalle tasche dell’uomo all’appartamento di Wassilko.
Harry Price e il National Laboratory of Psychical Research
Se Fritz Grunewald aveva aperto il caso portandolo all’attenzione della comunità scientifica tedesca, e se la contessa Zoe Wassilko-Serecki lo aveva trasformato in un’indagine sistematica meticolosamente documentata, fu un investigatore britannico a dare al caso Zugun quella risonanza internazionale che lo avrebbe reso uno dei più famosi e discussi episodi nella storia della parapsicologia. Harry Price (1881-1948), una delle figure più controverse e influenti nella ricerca psichica del XX secolo, era noto tanto per il suo approccio apparentemente scettico e rigoroso quanto per la sua straordinaria capacità di attirare l’attenzione dei media e di trasformare le sue investigazioni in eventi pubblici che catturavano l’immaginazione del grande pubblico. Price aveva fondato il National Laboratory of Psychical Research a Londra, un’istituzione che aspirava a portare lo studio del paranormale nel territorio della scienza sperimentale attraverso l’uso di tecnologie di controllo innovative per l’epoca, come sigilli speciali alle finestre per impedire intrusioni fraudolente, polveri colorate sparse sul pavimento per rilevare movimenti non dichiarati, e sistemi di illuminazione studiati appositamente per rendere impossibile la manipolazione degli oggetti senza essere visti.
La personalità di Eleonore Zugun secondo Price
Harry Price dedicò una parte considerevole dei suoi rapporti alla descrizione della personalità di Eleonore Zugun, consapevole che per valutare l’autenticità dei fenomeni era necessario comprendere la psicologia della ragazza al centro di essi. La descrisse come una persona incline alla testardaggine, con una tendenza a essere piuttosto intrattabile quando le si chiedeva di fare qualcosa che non voleva fare, e occasionalmente scontrosa. Notò che era estremamente sospettosa nei confronti degli estranei, un atteggiamento comprensibile considerando che era stata trasformata in un oggetto di studio pubblico. Era soggetta a frequenti e imprevedibili sbalzi d’umore, passando rapidamente dalla vivacità all’introversione. Tuttavia, Price riteneva che fosse molto intelligente per la sua età e notò che era fondamentalmente sincera. L’attaccamento che Eleonore provava per la contessa Wassilko era evidente e profondo: Price osservò che avrebbe fatto letteralmente qualsiasi cosa per la contessa, che amava con un’intensità quasi disperata.

Un aspetto che colpì particolarmente Price fu la discrepanza tra l’età anagrafica di Eleonore Zugun e il suo comportamento effettivo: sebbene avesse tredici anni, per molti versi si comportava come una bambina di otto anni, mostrando interessi e modi di fare che sembravano appartenere a una fase di sviluppo molto precedente. Giocava incessantemente con giocattoli che sarebbero stati più adatti a una bambina della metà dei suoi anni, trascorrendo ore a divertirsi con animali di peluche squittenti, palle di gomma colorate, conigli di stoffa e altri oggetti che una ragazza della sua età in condizioni normali avrebbe probabilmente considerato troppo infantili. Price interpretò questo come un possibile segno di un arresto dello sviluppo psicologico, forse causato dal trauma dell’episodio della “moneta del diavolo” e dalle sue conseguenze. La sua calligrafia, tuttavia, era sorprendentemente buona, mostrando una cura e una precisione che contraddicevano l’immagine di una bambina psicologicamente immatura.
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Le osservazioni a Vienna (aprile 1926)
Harry Price visitò Vienna nell’aprile del 1926 specificamente per osservare Eleonore Zugun, e trascorse tre giorni distinti nell’appartamento della contessa conducendo quelle che oggi chiameremmo sessioni di osservazione controllata. Durante tutte queste sessioni, Wassilko era presente, un fatto che alcuni critici avrebbero in seguito utilizzato per suggerire che i due investigatori potessero essersi influenzati a vicenda nelle loro interpretazioni. Tuttavia, Price insistette sempre sul fatto che la presenza della contessa non aveva compromesso la sua capacità di osservazione critica. Durante questi tre giorni, Price assistette a una serie di eventi che lo lasciarono profondamente impressionato, alcuni dei quali fu in grado di affermare con certezza che non potevano essere stati causati da Eleonore attraverso mezzi normali.
Uno dei fenomeni ricorrenti che Price osservò fu la sparizione improvvisa di piccoli oggetti. A volte questi oggetti ricomparivano dopo qualche tempo in posizioni inaspettate, mentre altre volte scomparivano definitivamente. Quando si verificava una sparizione, Price e Wassilko conducevano immediatamente una perquisizione sistematica dell’intero appartamento, controllando ogni angolo, ogni cassetto, e sottoponevano anche Eleonore stessa a una perquisizione personale per verificare che non avesse nascosto l’oggetto tra i vestiti. Queste perquisizioni non producevano mai risultati quando l’oggetto era effettivamente scomparso.
L’episodio che forse colpì più Price avvenne alle 17:43. Price aveva deliberatamente posizionato se stesso in modo da avere una visuale diretta sia su Eleonore Zugun che sulla contessa Wassilko, e stava mantenendo lo sguardo fisso su entrambe. In questo stato di osservazione attenta, durante il quale era assolutamente certo di non aver distolto lo sguardo nemmeno per un istante, vide improvvisamente uno stiletto d’acciaio con impugnatura decorativa, un oggetto lungo circa venticinque centimetri che la contessa usava abitualmente come tagliacarte, attraversare lo spazio della stanza provenendo da dietro la sua schiena e cadere con un rumore metallico contro la porta. Price si voltò istantaneamente nella direzione da cui l’oggetto doveva essere arrivato, ma non vide nulla: lo spazio dietro di lui era completamente vuoto. Ricostruendo mentalmente la traiettoria, Price si rese conto che se fosse stato posizionato solo un po’ più a destra, lo stiletto lo avrebbe colpito, potenzialmente ferendolo. Nelle sue note, Price scrisse di essere assolutamente convinto che Eleonore non fosse stata responsabile in modo normale del lancio del tagliacarte: nessuna persona si trovava a una distanza inferiore a tre metri e mezzo dal punto da cui l’oggetto doveva essere partito, Eleonore aveva entrambe le mani occupate in quel momento, e soprattutto lui stava effettivamente osservando sia la ragazza che la contessa con attenzione continua.
Poco dopo, alle 17:58, Price vide quello che descrisse come un lampo di luce o un movimento rapido davanti ai suoi occhi, e nello stesso istante udì il rumore di qualcosa che cadeva sulla parte superiore di una libreria bassa. Lui e Wassilko si precipitarono immediatamente a investigare e scoprirono che un piccolo specchio da toilette era stato in qualche modo gettato oltre un tramezzo di legno che divideva parzialmente la stanza, viaggiando dal lato della camera da letto fino al lato del salotto. La posizione abituale dello specchio era su un tavolino accanto al letto della contessa. Price affermò con assoluta certezza che nessuna persona presente nella stanza avrebbe potuto fisicamente proiettare lo specchio oltre il tramezzo senza compiere movimenti evidenti che tutti avrebbero notato.

Per quanto riguarda le stigmate, Price descrisse di aver osservato Eleonore emettere un grido di dolore e indicare un punto sul braccio o sul petto. Wassilko sollevava i vestiti e si scopriva che era stato lasciato un segno di morso. Mentre lui e Wassilko osservavano, il segno diventava gradualmente rosso, poi bianco, per poi iniziare a sbiadire. Price ammise di non aver sempre tenuto d’occhio Eleonore in quei momenti, il che lasciava supporre che in alcuni casi potesse aver lasciato i segni da sola. Ma avrebbe dovuto farlo attraverso i vestiti, lasciando segni e saliva, nessuno dei quali era visibile. Riferendosi almeno a un caso, affermò di non aver visto il minimo movimento sospetto da parte della ragazza che potesse giustificare i segni dei denti.
Il National Laboratory di Londra (settembre 1926)

Nel settembre del 1926, su invito dello stesso Harry Price, Wassilko portò Eleonore Zugun in Inghilterra affinché la ragazza potesse essere studiata nelle condizioni controllate del National Laboratory of Psychical Research di Londra. Questo laboratorio rappresentava all’epoca uno dei tentativi più ambiziosi di applicare metodi scientifici rigorosi allo studio del paranormale. Price, assistito dalla sua segretaria e compagna di lunga data Lucie Kaye (successivamente Lucie Meeker, 1918-anni ’50), registrò nel corso dell’indagine oltre 3.000 fenomeni, un numero straordinario che testimoniava tanto la frequenza delle manifestazioni quanto la meticolosità con cui venivano documentate. I risultati di queste osservazioni furono pubblicati in resoconti dettagliati su riviste parapsicologiche britanniche e americane, e Price fece successivamente riferimento al caso in libri che divennero bestseller, trasformando il caso Zugun in un fenomeno di fama internazionale che veniva discusso non solo nei circoli specialistici ma anche nei salotti della classe media colta.
Uno dei testimoni più autorevoli che Harry Price coinvolse nelle sue investigazioni fu il capitano Seton-Karr (n.d.), che il 19 ottobre 1926 rilasciò una testimonianza formale in cui dichiarò di essere stato presente il 5 ottobre quando i cosiddetti segni stigmatici apparvero sul viso, sulle braccia e sulla fronte di Eleonore Zugun, in condizioni che escludevano assolutamente la possibilità che la ragazza li producesse graffiando o con altri mezzi normali. I segni furono fotografati in sua presenza, fornendo così una documentazione visiva che aggiungeva un ulteriore livello di credibilità alle osservazioni. Il rapporto ufficiale del National Laboratory of Psychical Research, dopo aver descritto in dettaglio vari fenomeni telecinetici e di apporto, concludeva con una dichiarazione sorprendentemente categorica per un’istituzione che si proponeva di mantenere uno spirito scettico:
«Non c’è il minimo dubbio che i nostri accurati esperimenti, condotti in condizioni scientifiche ideali, abbiano dimostrato che:
(a) segni stigmatici apparvero spontaneamente in varie parti del corpo di Eleonore Zugun;
(b) Eleonore non era consapevolmente responsabile della produzione dei marchi;
(c) in condizioni di test scientifici si sono verificati senza dubbio movimenti di piccoli oggetti senza contatto fisico.Gli sperimentatori, a meno che non siano privi di ogni percezione umana, non possono giungere ad altre conclusioni.»
Il rapporto proponeva anche un’interpretazione psicologica dei fenomeni delle stigmate che anticipava molte delle spiegazioni che sarebbero state sviluppate in seguito:
«Ciò che è accaduto a Eleonore è apparentemente questo: durante la sua prima infanzia, quando i cosiddetti fenomeni di poltergeist iniziarono a manifestarsi, i semplici contadini la minacciavano così spesso con Dracu (il diavolo) e con quello che le avrebbe fatto, che il suo subconscio divenne ossessionato dall’idea di frustate, morsi, e così via, che i contadini ignoranti dicevano le sarebbero stati inflitti dalle mani – o dai denti – di Dracu. Eliminato il complesso di Dracu, la ragazza probabilmente non sarebbe più stata tormentata dalle stigmate.»
Per quanto riguarda i movimenti telecinetici, tuttavia, il laboratorio ammetteva candidamente i limiti della sua comprensione: «Se abbiamo scoperto la causa delle stigmate, temo che non potremo affermare di aver svelato il mistero dei movimenti telecinetici delle monete e così via. Abbiamo semplicemente dimostrato che accadono.»



I Ricercatori tedeschi e le indagini scientifiche

Il tour europeo di Eleonore Zugun e della contessa Wassilko toccò anche diverse città tedesche, dove il caso venne studiato da alcuni tra i più eminenti parapsicologi e scienziati dell’epoca, trasformando quella che era iniziata come una curiosità folkloristica romena in un caso di rilevanza internazionale che veniva discusso nelle università e nei centri di ricerca più prestigiosi d’Europa. A Berlino, Carl Zimmer (1873-1950), uno zoologo tedesco, ebbe l’opportunità di studiare Eleonore nel laboratorio dell’Istituto Zoologico dell’Università, applicando metodi di osservazione naturalistica allo studio di fenomeni che sfuggivano alle categorie della scienza biologica tradizionale. Insieme a lui, un comitato di medici condusse indagini specifiche sui segni che apparivano sulla pelle di Eleonore: alcuni di questi segni erano umidi, e la donna li considerava “saliva di Dracu”. I campioni furono analizzati da esperti medici che rivelarono che i microorganismi contenuti nell’umidità erano diversi da quelli presenti nella saliva di Eleonore, anche se sussistevano dubbi sul fatto che si trattasse effettivamente di saliva.
Johannes Maria Verweyen (1883-1945), un professore di filosofia tedesco che visitò l’appartamento della contessa a Vienna, riportò osservazioni particolarmente dettagliate di fenomeni psicocinetici. Descrisse di aver osservato più volte come «i libri sullo scaffale, con i dorsi allineati come soldati, si muovevano in avanti come se fossero spinti da una mano invisibile» (vale a dire, quelli più piccoli venivano spinti più in profondità). Riferì di aver visto questo fenomeno più volte, in condizioni che lui e Wassilko ritenevano escludessero assolutamente l’inganno, data l’attenzione con cui entrambi osservavano e la disposizione degli oggetti nello spazio.
A Monaco di Baviera, il caso fu studiato sotto la direzione di Albert von Schrenck-Notzing (1862-1929), l’influente ricercatore tedesco nel campo psichico la cui reputazione internazionale conferiva un peso particolare alle sue conclusioni. Nel gennaio 1927, presso la residenza del barone a Monaco, si tenne una sessione sperimentale formale alla quale parteciparono, oltre allo stesso Schrenck-Notzing, alla contessa Wassilko e a Eleonore Zugun, anche il dottor Rudolf Tischner (1879-1961), oftalmologo e parapsicologo, il professor Traugott Konstantin Oesterreich (1880-1949), filosofo interessato alla parapsicologia, e un rappresentante della compagnia cinematografica M.L.K. (Münchner Lichtspielkunst AG). Durante questa sessione fu girato un filmato che documentava alcuni aspetti cruciali del caso, in particolare la straordinaria sensibilità cutanea di Eleonore.
Il filmato muto documentava due fenomeni straordinari: da un lato, come anche un tocco delicato da parte di un’altra persona potesse causare evidenti abrasioni e grandi lividi sulla pelle di Eleonore Zugun; dall’altro, come graffi e morsi potessero essere provocati colpendo le proprie mani con un martello o colpendo un disegno di Dracu che la ragazza stessa aveva fatto, suggerendo l’esistenza di un meccanismo psicosomatico attraverso cui stimoli fisici o simbolici potevano tradursi in manifestazioni cutanee. La documentazione di questa sessione fu successivamente pubblicata nel rapporto riassuntivo n. 8 nello stesso anno dell’Ärztliche Rundschau (letteralmente “Rassegna Medica”), una rivista medica tedesca pubblicata nel periodo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Schrenck-Notzing osservò personalmente i fenomeni, sia quelli relativi agli oggetti che si muovevano sia i segni inspiegabili sulla pelle, e giunse alla conclusione che fossero autentici e di origine paranormale, non spiegabili con la scienza convenzionale del tempo. Fu anche lui a ipotizzare che i fenomeni potessero essere correlati alle fasi lunari, un’ipotesi che tuttavia fu smentita dai grafici meticolosi che Wassilko aveva compilato.
Hans Driesch (1867-1941), il celebre biologo e filosofo neovitalista tedesco, si interessò al caso vedendovi una possibile conferma della sua teoria della “forza vitale” o entelechia, un principio non materiale che secondo la sua filosofia era capace di agire sulla materia organizzando i processi biologici in modi che non potevano essere completamente ridotti a leggi fisico-chimiche. Per Driesch, i fenomeni di Eleonore Zugun potevano rappresentare un esempio di come questa forza vitale potesse manifestarsi anche al di fuori del corpo biologico, agendo sugli oggetti circostanti. Fu tra i primi a ipotizzare che i fenomeni fossero una forma di ideoplastia, ovvero la proiezione fisica di traumi psichici inconsci, un’idea che anticipava molte delle interpretazioni psicoanalitiche che sarebbero state sviluppate in seguito.




Scettici e Controversie: le voci critiche
La meticolosità con cui il caso Zugun era stato documentato non impedì, anzi forse proprio a causa della sua notorietà favorì, l’emergere di voci critiche che mettevano in dubbio l’autenticità dei fenomeni e accusavano sia Eleonore sia i ricercatori di frode o di incompetenza metodologica. È importante sottolineare che gli stessi ricercatori originali, a cominciare dalla contessa Wassilko e dai suoi colleghi, furono sempre perfettamente consapevoli che Eleonore Zugun a volte cercava di simulare fenomeni quando pensava di non essere osservata da vicino, e che la ragazza non era sempre collaborativa né sempre sincera. Proprio per questo motivo Wassilko registrò meticolosamente anche questi episodi di tentata frode insieme a quelli che riteneva palesemente autentici, creando così quella che i ricercatori definirono un caso “misto”, ovvero un caso in cui coesistevano fenomeni genuinamente inspiegabili e tentativi deliberati di inganno, una combinazione che rendeva l’analisi più complessa ma anche, paradossalmente, più interessante dal punto di vista della comprensione della psicologia della ragazza.
L’imboscata di Hans Rosenbusch
Uno degli episodi più controversi nella storia del caso Zugun fu quello che coinvolse Hans Rosenbusch (n.d.), uno scettico tedesco particolarmente ostile alla credibilità della medianità fisica. Rosenbusch invitò Eleonore Zugun e la contessa Wassilko a visitare la sua villa per quello che presentò come un test condotto in presenza di colleghi interessati alla ricerca psichica e desiderosi di osservare i fenomeni in condizioni controllate. Al loro arrivo, tuttavia, Eleonore e Wassilko scoprirono che la situazione era molto diversa da come era stata loro descritta: non era stato invitato alcun osservatore genuinamente interessato alla ricerca, e l’intento di Rosenbusch sembrava essere quello di mettere in scena una denuncia pubblica di inganno piuttosto che condurre un’indagine onesta. Nonostante il senso di tradimento che dovettero provare, Eleonore e la contessa acconsentirono comunque a rimanere e a sottoporsi all’osservazione.
Circa dieci giorni dopo la seduta tenutasi a casa di Hans Rosenbusch a Monaco, nel febbraio 1927, quando Eleonore Zugun e la contessa Wassilko erano tornate a Vienna, Rosenbusch pubblicò sul Berliner Tageblatt, un importante quotidiano berlinese, numero 86, un articolo intitolato Die Entlarvung des rumänischen Teufels – der Film bringt es an den Tag! (Lo smascheramento del diavolo romeno – il film lo porta alla luce!) in cui accusava apertamente le due donne di frode, confermando implicitamente che il suo intento fin dall’inizio era stato quello di screditare il caso piuttosto che di studiarlo onestamente. Successivamente, nel 1928, Rosenbusch pubblicò anche un articolo più formale: Der Fall Wassilko-Zugun. Schlusswort (Il caso Wassilko-Zugun. Conclusione) nella rivista Zeitschrift für kritischen Okkultismus, vol. 3/2, pp. 155-159 (e non un libro come alcuni blog riportano erroneamente).
Queste accuse furono esaminate nel 1979 dagli studiosi Alan Gauld e Anthony D. Cornell (1924-2010), che conclusero che vi erano pochissime prove a sostegno delle affermazioni di Rosenbusch. Scrivendo sulla loro analisi del caso, notarono che «i suoi appunti sono tutt’altro che chiari e le sue osservazioni, se esaminate attentamente, risultano ambigue». Aggiunsero un’osservazione particolarmente significativa sul metodo utilizzato da Rosenbusch: «Vale la pena notare, come ha sottolineato la contessa, che Rosenbusch non ha nulla da dire sulle occasioni in cui si sono verificati fenomeni senza che i testimoni attenti abbiano osservato manovre sospette. Semplicemente li ignora», una critica metodologica fondamentale che metteva in luce come lo scettico tedesco avesse selettivamente riportato solo gli episodi che potevano essere interpretati come frode, ignorando completamente quelli che non si prestavano a questa interpretazione.




Le accuse di Max Dessoir
Max Dessoir (1867-1947), un filosofo e psicologo tedesco che era diventato profondamente scettico nei confronti della parapsicologia e a cui è attribuita la nascita del termine stesso “parapsicologia”, affermò che Eleonore Zugun si era fatta i segni sulla pelle con le unghie appuntite e con il bordo di un anello che, a suo dire, le aveva visti indossare. Questa accusa fu ripresa da Paul Kurtz (1925-2012) nel volume The Skeptic’s Handbook of Parapsychology (1985) a sostegno dell’affermazione secondo cui il caso era fraudolento e non meritava di essere preso in considerazione dalla comunità scientifica.
Tuttavia, Mulacz, nel suo riesame del caso condotto con gli strumenti della parapsicologia moderna, sottolineò due elementi che mettevano in dubbio l’accusa di Dessoir: primo, che Wassilko aveva esplicitamente parlato nei suoi rapporti di tenere le unghie della ragazza corte proprio per evitare che potesse autoinfliggersi i segni; secondo, che nel filmato girato a Monaco, Eleonore non indossa alcun anello, rendendo impossibile che avesse potuto usarlo per creare i segni nel modo descritto da Dessoir.
La fine dei fenomeni e la vita successiva
Il 14 febbraio 1927, quando Eleonore Zugun aveva ormai tredici anni, si verificò un evento fisiologico che avrebbe segnato una svolta decisiva nel caso e che avrebbe fornito, anni dopo, uno degli argomenti principali a chi sosteneva che i fenomeni fossero di natura psicosomatica piuttosto che paranormale: la ragazza ebbe la sua prima mestruazione, entrando in quella fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta che in molte culture tradizionali è accompagnata da rituali e trasformazioni simboliche. Da quel momento, come se un interruttore si fosse spento, i fenomeni iniziarono a diminuire drasticamente in frequenza e intensità, fino a diventare sempre più rari e infine a cessare del tutto. Le ultime manifestazioni registrate si verificarono il 17 giugno dello stesso anno, poi più nulla. Nel marzo del 1928, dopo aver trascorso due anni sotto l’osservazione costante di ricercatori, medici e curiosi di ogni tipo, Eleonore fece ritorno in Romania, lasciandosi alle spalle un’esperienza che l’aveva trasformata da bambina contadina anonima in una celebrità involontaria del mondo della ricerca psichica, esposta a un’attenzione pubblica che nessuno della sua età e del suo background avrebbe dovuto sopportare.

Incoraggiata e sostenuta economicamente dalla contessa Zoe Wassilko-Serecki, che aveva sviluppato per lei un affetto quasi materno, Eleonore Zugun studiò per diventare parrucchiera e manicure a Vienna, acquisendo una professione che le avrebbe permesso di mantenersi dignitosamente. Dopo un’assenza di due anni e due mesi dalla sua terra natale, tornò finalmente a Talpa, dove nelle lettere successive inviate alla contessa raccontò di aver contratto un matrimonio che non le diede figli con un certo signor Gheorghiu, un dettaglio biografico che suggerisce come anche la sua vita adulta fosse stata in qualche modo segnata da quella sterilità esistenziale che spesso accompagna chi è stato oggetto di traumi profondi nell’infanzia.
Rimasta vedova, si stabilì a Bucarest dove iniziò a lavorare in una sartoria, conducendo una vita che agli occhi esterni doveva apparire del tutto ordinaria, lontana dai riflettori e dall’interesse morboso che aveva caratterizzato la sua adolescenza. Negli anni Sessanta, ormai donna matura, visitò Vienna come ospite di parapsicologi austriaci che non avevano dimenticato il suo caso e in quell’occasione incontrò nuovamente la contessa Wassilko, ormai anziana. In quella circostanza accennò vagamente a un possibile ritorno di fenomeni non meglio specificati, e la contessa, sempre attenta a cercare correlazioni tra manifestazioni fisiche e trasformazioni fisiologiche, ipotizzò che potessero essere stati innescati dalla menopausa, l’altro grande passaggio di trasformazione nel corpo femminile. Tuttavia, non ci fu alcuna ricorrenza documentata delle manifestazioni che avevano caratterizzato la sua adolescenza, e Eleonore Zugun visse i suoi ultimi decenni nell’anonimato, lontana dal mondo che per un breve periodo l’aveva trasformata in un oggetto di studio. Morì in Romania nel 1998, all’età di ottantacinque anni, chiudendo definitivamente il capitolo di una vita che la scienza non era ancora riuscita a spiegare in modo soddisfacente, lasciando aperte tutte le domande che il suo caso aveva sollevato settant’anni prima.



Conclusioni
Devo essere onesto: il caso di Eleonore Zugun mi affascina proprio perché non si lascia catalogare facilmente. Sì, molti segni sulla pelle possono essere spiegati con l’orticaria dermatografica, e sì, Price non riusciva sempre a tenere gli occhi fissi su Eleonore durante gli esperimenti – ci sono stati momenti in cui la sorveglianza non era così rigida come lui stesso ammise. Ma c’è qualcosa che mi fa riflettere.
I fenomeni iniziano poco prima della pubertà, proprio come in tanti altri casi di poltergeist che ho studiato. Non è una coincidenza: qualcosa accade in quella fase della vita, che gli scettici credano o meno alla psicocinesi spontanea ricorrente (RSPK, dall’inglese Recurrent Spontaneous Psychokinesis). E qui arriviamo al punto cruciale: penso che i primissimi fenomeni, quelli che avvennero prima che Eleonore diventasse “la ragazza del diavolo” sotto i riflettori, possano essere stati i più genuini. Poi, quando ti ritrovi al centro dell’attenzione, quando vedi che tutti ti osservano, ti studiano, ti fotografano… beh, è naturale voler prolungare quel momento. Ecco dove probabilmente subentra la frode, magari inconsapevole, per mantenere vivo l’interesse.
Non possiamo ignorare il ruolo cruciale che il trauma psicologico giocò in tutta questa vicenda. La nonna che la maledice dicendole che aveva “ingoiato il diavolo” dopo aver mangiato dolci comprati con monete trovate per terra – immaginate l’impatto su una bambina di undici anni cresciuta in un ambiente pervaso di superstizione religiosa. Questo trauma potrebbe aver indotto comportamenti dissociativi o quella che gli psicologi chiamano “frode inconsapevole”: Eleonore Zugun potrebbe aver prodotto i fenomeni senza piena consapevolezza di star ingannando qualcuno, spinta da un bisogno inconscio di manifestare il suo disagio, di attirare attenzione, o paradossalmente di confermare la maledizione della nonna come forma di autopunizione.

La contessa Wassilko, del resto, aveva già intuito qualcosa del genere negli anni in cui aveva Eleonore a casa sua. Pur studiando i fenomeni con serietà, sospettava che fossero legati allo stato emotivo della ragazzina e a ciò che aveva vissuto da quando la nonna l’aveva fatta sentire reietta. È significativo che quando Eleonore, ormai anziana, incontrò nuovamente la contessa e accennò vagamente a nuovi possibili fenomeni, Wassilko li attribuì alla menopausa – uno stato emotivo in qualche modo analogo alla pubertà – ma forse anche per stoppare sul nascere qualsiasi tentativo di Eleonore Zugun di voler tornare al centro dell’attenzione.
Quindi, dove mi posiziono? Penso che la verità stia nel mezzo. I parapsicologi di quell’epoca videro nel caso Zugun la prova di forze mentali capaci di agire sulla materia. La ricerca moderna vi vede un complesso intreccio di psicologia clinica, dermatologia, suggestione ambientale e metodologie investigative inadeguate. Personalmente, propendo per questa seconda interpretazione, pur riconoscendo che alcuni episodi – certi apporto osservati in condizioni apparentemente controllate – continuano a resistere a spiegazioni completamente soddisfacenti.
Ciò che il caso Zugun ci insegna, al di là della questione se i fenomeni fossero autentici o meno, è quanto sia difficile indagare l’anomalo quando gli strumenti a disposizione sono insufficienti, e quanto facilmente le aspettative dei ricercatori possano influenzare ciò che osservano e come lo interpretano. È un ammonimento sulla necessità di rigore metodologico e di umiltà epistemologica quando ci si avventura nei territori incerti del confine tra mente e materia, tra psiche e realtà fisica.

