Esiste un’idea che attraversa le epoche senza mai consumarsi del tutto: quella di un essere umano capace di trovarsi contemporaneamente in due luoghi distinti, presente qui e altrove nel medesimo istante. La chiamano bilocazione, talvolta multilocazione quando i luoghi sarebbero più di due, e la sua storia è abbastanza lunga e ramificata da resistere a qualsiasi tentativo di liquidarla in una singola categoria. Non è folklore puro, non è dottrina religiosa omogenea, non è nemmeno un capitolo chiuso della parapsicologia. È, semmai, un punto di incrocio: il luogo in cui la teologia mistica, la ricerca psichica, il racconto popolare e l’esperienza soggettiva si trovano a parlare, con parole diverse, di qualcosa che nessuno ha ancora saputo spiegare del tutto.
Il meccanismo descritto nelle testimonianze presenta caratteristiche ricorrenti. Si tratterebbe della proiezione di un doppio — chiamato nelle tradizioni occidentali doppelgänger, e in parapsicologia ricondotto alla proiezione del corpo sottile o astrale — che si rende visibile a distanza, spesso percepito dagli osservatori come il corpo fisico reale della persona. In alcuni casi questo doppio si comporta in modo anomalo: non parla, compie gesti meccanici, sembra privo di una piena presenza cosciente. Sono stati segnalati, peraltro, fenomeni analoghi riferiti ad animali, il che complica ulteriormente qualsiasi interpretazione che si voglia limitare alla sola dimensione spirituale. La domanda che sottende ogni singolo caso documentato è sempre la stessa: che cosa si stava davvero manifestando?
Una tradizione millenaria: dai filosofi antichi ai mistici cristiani
La bilocazione non nasce con il Cristianesimo né con la parapsicologia moderna. Le sue radici affondano nell’antichità classica e nelle grandi tradizioni religiose orientali, percorrendo poi l’intera storia del misticismo occidentale. Prima ancora che la Chiesa ne facesse uno strumento agiografico, e prima che i ricercatori psichici ne facessero un oggetto di studio, la bilocazione era già parte del vocabolario del sacro e del prodigioso.
L’antichità classica: Pitagora e Apollonio di Tiana
Nell’antica Grecia, la figura del filosofo Pitagora (ca. 570-495 a.C.) era già circondata da un alone di straordinarietà che andava ben oltre la geometria e l’armonia delle sfere. Il filosofo neoplatonico Porfirio (ca. 234-305 d.C.) scrisse che quasi tutti concordavano nel riferire come Pitagora si fosse incontrato, in un medesimo giorno, con gli amici di Metaponto in Italia e con quelli di Tauromenio in Sicilia, parlando pubblicamente in entrambe le città — luoghi separati da una distanza che, per terra e per mare, avrebbe richiesto molti giorni di viaggio. La testimonianza è di seconda mano e letterariamente mediata, ma è significativa per il tipo di eccezionalità che la tradizione greco-romana attribuiva a certi personaggi: la capacità di trascendere i limiti fisici dello spazio sembrava, già in quell’orizzonte culturale, il segno di un’elevazione spirituale fuori dall’ordinario.
Un’eco simile risuona nella Vita di Apollonio dello scrittore Lucio Flavio Filostrato (ca. 172-247 d.C.), in cui il taumaturgo Apollonio di Tiana sarebbe stato visto presente contemporaneamente a Smirne e a Efeso. Il topos del saggio o del guaritore capace di violare le leggi dello spazio fisico era evidentemente già consolidato nel mondo antico, quasi che la capacità di bilocarsi fosse il sigillo di un’autorità spirituale che non si lascia contenere dalle coordinate ordinarie dell’esistenza corporea.
Le tradizioni orientali: i siddhi dell’induismo e del buddhismo
Nell’Induismo e nel Buddhismo, la bilocazione rientra nella categoria dei siddhi: poteri e abilità paranormali che si svilupperebbero come conseguenza di un avanzato stato di realizzazione spirituale. La tradizione non li considera fini a se stessi — i maestri più autorevoli mettono anzi in guardia dal farne oggetto di orgoglio o di esibizione — ma la loro attribuzione a certi guru è documentata e ricorrente. Diversi importanti maestri del lignaggio yogico indiano sono stati segnalati come capaci di tale facoltà: Neem Karoli Baba (ca. 1900-1973), Sri Yukteswar Giri (1855-1936) e Shyama Charan Lahiri, più noto come Lahiri Mahasaya (1828-1895), figurano tra i nomi più citati in questo contesto. Anche in queste tradizioni, la capacità di manifestarsi altrove sembra indissolubilmente legata a uno stato interiore di concentrazione o di espansione della coscienza: non è un potere meccanico, ma il riflesso di una condizione spirituale raggiunta attraverso decenni di pratica.
Il Cristianesimo: santi, bilocazioni e il problema teologico
Nel Cristianesimo, le bilocazioni miracolose occupano un posto consolidato nella letteratura agiografica. Tra le prime testimonianze figura quella della Madonna del Pilar: una presunta apparizione della Vergine Maria a Saragozza, in Spagna, nell’anno 40 d.C., in un momento in cui si crede che fosse ancora in vita e vivesse a Gerusalemme. Nei secoli successivi, la bilocazione viene attribuita a un numero considerevole di persone poi santificate dalla Chiesa cattolica: Antonio da Padova, Francesco di Paola, Francesco Saverio, Maria di Ágreda, Martino de Porres, María de León Bello y Delgado, Gerardo Maiella, Ambrogio di Milano, Severo di Ravenna e Francesco Forgione, universalmente noto come Padre Pio (1887-1968), tra gli altri.

Le parole di Padre Pio su questo fenomeno rivelano una consapevolezza del suo carattere sfuggente persino per chi lo avrebbe vissuto in prima persona: «non so se la mente si sia trasportata lì, o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me […] Una volta mi sono trovato vicino al letto di un’ammalata, così mi disse lei, ma io ero in convento a pregare». È una testimonianza preziosa proprio per la sua onestà epistemica: la persona che più di chiunque avrebbe potuto rivendicare il fenomeno come proprio si limita a descriverlo come un evento la cui natura rimane aperta.
Un caso di particolare interesse è quello di Filippo Romolo Neri (1515-1595), presbitero e educatore fiorentino del XVI secolo, venerato come santo e noto come l’Apostolo di Roma. La sua esperienza di bilocazione si sarebbe inserita all’interno di una trasformazione estatica durante la quale sentì il proprio cuore allargarsi, accompagnata in seguito da persistenti palpitazioni e sensazioni di calore intenso. La dimensione corporea del fenomeno — il cuore che si dilata, il calore che pervade — suggerisce come, anche nella mistica cristiana, la bilocazione non fosse concepita come un’operazione puramente spirituale, ma come qualcosa che coinvolgeva l’intera struttura dell’essere.

L’episodio forse più documentato nella tradizione cattolica riguarda Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), vescovo, compositore e fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore. Nel settembre del 1774, Liguori si trovava rinchiuso nella sua residenza vescovile in isolamento. Una mattina annunciò di aver assistito, nel corso della notte, al capezzale di papa Clemente XIV morente a Roma — una distanza di giorni di viaggio. Nessuno gli prestò fede inizialmente; la notizia della morte del pontefice, avvenuta il 22 settembre, giunse poco dopo, e con essa la conferma che Liguori era stato visto al suo capezzale a Roma. I suoi confratelli, nel frattempo, avevano testimoniato di averlo visto immobile su una poltrona, nel palazzo vescovile, per due giorni consecutivi. Anche qui, i filosofi cattolici non si trovano unanimi: la questione se una persona possa essere localizzata fisicamente in due luoghi in modo simultaneo, o se le bilocazioni dei santi assumano soltanto la forma di apparizioni non sostanziali, è rimasta aperta all’interno della stessa teologia.
Dall’occultismo alla ricerca psichica: bilocazione come oggetto di indagine
Quando, nell’Ottocento, la ricerca psichica cominciò a sistematizzare lo studio dei fenomeni anomali, la bilocazione non poteva mancare tra i casi sottoposti ad analisi. Era un fenomeno che sfidava apertamente il paradigma fisicalista, eppure continuava ad accumularsi in forma di testimonianze concrete, spesso provenienti da ambienti tutt’altro che inclini alla suggestione. Il passaggio dal registro agiografico a quello investigativo non ne esaurì la complessità: al contrario, lo arricchì di nuovi casi e di nuove domande.
Il caso di Émilie Sagée: il doppio alla lavagna
Tra tutti i casi storici di presunta bilocazione, quello di Émilie Sagée (1813-?) occupa una posizione di rilievo per la particolarità delle circostanze e per il numero di testimoni coinvolti. Sagée era un’insegnante di francese, nata a Digione, che nel 1845 fu assunta all’età di trentadue anni presso il Pensionnat di Neuwelcke, un collegio per figlie di famiglie nobili della Livonia — territorio che corrisponde all’odierna Lettonia — nei pressi della città di Wolmar. Fin dalle prime settimane dopo il suo arrivo, cominciarono a circolare voci tra le quarantadue studentesse: Sagée sembrava trovarsi in due posti diversi nello stesso momento.

L’episodio più documentato avvenne mentre Sagée stava tenendo una lezione a una classe di tredici studentesse. Improvvisamente, le giovani videro due Émilie Sagée affiancate, identiche nei tratti e nei gesti, con un’unica differenza: la persona reale teneva in mano un pezzo di gessetto e scriveva effettivamente sulla lavagna, mentre il suo doppio imitava il medesimo gesto senza alcun gessetto tra le dita. In un secondo episodio, una studentessa che si stava facendo agganciare l’abito dall’insegnante si voltò per caso verso uno specchio adiacente e scorse, riflesse, due Sagée che la assistevano — ma guardando direttamente la lavagna ne vedeva solo una. I fenomeni si moltiplicarono tra il 1845 e il 1846, generando un crescente allarme tra i genitori delle studentesse, molte delle quali vennero ritirate dal collegio. Alla fine, l’istituto chiese a Sagée di dimettersi. Al momento del congedo, lei avrebbe esclamato che era la diciannovesima volta che le accadeva una cosa simile: aveva cominciato a insegnare a sedici anni e aveva già perso diciotto impieghi per ragioni analoghe.
Lasciata Neuwelcke, Sagée andò a vivere con una cognata che aveva diversi bambini piccoli. Anche lì, i piccoli — tutti intorno ai tre o quattro anni — erano abituati a dire di vedere “due zie Emilie” contemporaneamente. In seguito, partì per la Russia e di lei si persero completamente le tracce. La storia fu pubblicata per la prima volta nel 1860 da Robert Dale Owen (1801-1877) nel volume Footfalls on the Boundary of Another World, basandosi sulla testimonianza di Julie de Güldenstubbe, una delle studentesse del collegio. Il caso fu poi esaminato dal parapsicologo russo Aleksandr Nikolaevič Aksakov (1832-1903), che si recò appositamente all’istituto di Neuwelcke senza trovare alcuna spiegazione soddisfacente. Va detto, per onestà, che l’intera vicenda poggia su un’unica catena testimoniale e che nessuna documentazione indipendente del collegio è mai stata rintracciata con certezza: il caso rimane, nell’annalistica del paranormale, tanto affascinante quanto difficilmente verificabile.
Frederic WH Myers, la Society for Psychical Research e il caso del cacciatore
Sulla raccolta sistematica dei resoconti di bilocazione lavorò con metodo rigoroso Frederic WH Myers (1843-1901), uno dei fondatori della Society for Psychical Research (SPR), l’organizzazione britannica senza scopo di lucro costituita a Londra con l’obiettivo di studiare le capacità medianiche e i fenomeni paranormali attraverso metodologie di ricerca rigorose e verificabili. Myers raccolse questi materiali e li pubblicò nell’opera in due volumi Human Personality and Its Survival of Bodily Death, uscita postuma nel 1903.

Tra i resoconti inclusi nell’opera figura un episodio datato 5 febbraio 1887. Un padre e le sue due figlie si erano recati a caccia; dopo un po’, le ragazze decisero di rientrare a casa in carrozza con il cocchiere. Lungo la strada, scorsero il padre in sella al suo cavallo bianco, fermo in cima a una piccola collina poco distante. L’uomo agitò il cappello in direzione delle figlie, e una di esse riuscì a distinguere chiaramente l’etichetta del marchio all’interno della fascia, un dettaglio che avrebbe richiesto una vicinanza impossibile data la distanza reale. Il cavallo appariva sporco e visibilmente scosso, come dopo un incidente. Le ragazze, preoccupate, scesero nell’avvallamento tra loro e la collina, perdendo momentaneamente di vista padre e cavallo; quando risalirono, non c’era più traccia né dell’uomo né dell’animale. Il padre arrivò a casa più tardi, in perfetta salute: non aveva avuto alcun incidente, né li aveva salutati dalla collina. Nessuna spiegazione soddisfacente fu mai trovata per quell’episodio.
Leggi anche:
Frederic WH Myers e l’automatismo sensoriale
Aleister Crowley ed Ernesto Bozzano: due prospettive a confronto
Anche l’occultista inglese Aleister Crowley (1875-1947) fu segnalato da diversi suoi conoscenti come capace di bilocazione, sebbene egli stesso avesse dichiarato di non essere consapevole di tale facoltà. La circostanza è in sé rivelatrice: in molti dei casi riportati, la persona che si bilocherebbe non ha alcuna memoria cosciente dell’evento, il che solleva ulteriori domande sul rapporto tra bilocazione e identità soggettiva.
Una riflessione più sistematica sui meccanismi sottostanti si trova invece nelle opere del parapsicologo italiano Ernesto Bozzano (1862-1943), convinto sostenitore dell’ipotesi della sopravvivenza della coscienza alla morte corporale. Nei suoi trattati, Bozzano affrontò il fenomeno dell’autoscopia — la percezione di un doppio di se stessi — attraverso il caso di una donna di circa ventotto anni, morfinomane, che durante la cura di disintossicazione dalla morfina riferì di sentire e vedere, sdraiata accanto a lei nel letto, una figura a lei perfettamente somigliante che le occupava gran parte dello spazio. Bozzano inquadrò questa e simili esperienze all’interno di una teoria più ampia che includeva le esperienze fuori dal corpo (OBE), le esperienze di premorte (NDE) e le emanazioni luminose o vaporose che certi chiaroveggenti sostenevano di percepire quando il corpo sottile lasciava quello fisico. Per Bozzano, tutti questi fenomeni convergevano verso un’unica conclusione: l’esistenza di un corpo energetico capace di esteriorizzarsi tanto durante la vita quanto nel momento della morte.


Tra stregoneria, folklore e scetticismo: la bilocazione come specchio culturale
La bilocazione non è stata soltanto un tema mistico o parapsicologico: ha attraversato anche le pagine più buie della storia giudiziaria europea e sopravvive ancora oggi nel folklore di alcune regioni. Il modo in cui culture diverse hanno interpretato il fenomeno rivela molto di più dei fenomeni stessi: racconta i meccanismi attraverso cui una società elabora ciò che non riesce a classificare.
I processi per stregoneria e il folklore italiano
Nel XVII secolo, nelle aule dei processi per stregoneria, la bilocazione fece la sua comparsa in un’accezione radicalmente diversa da quella mistica. Si diceva spesso che le persone accusate di stregoneria apparissero alle proprie vittime in visione, anche quando era accertato che al momento si trovassero fisicamente altrove. Questa prova di bilocazione fu invocata nei processi di Bury St. Edmunds e di Salem, ma quei procedimenti erano farse giudiziarie in cui la regola della prova era sistematicamente sovvertita: il fantasma dell’accusato come testimonianza a carico rappresentava l’apice di un sistema probatorio costruito per condannare.
Nel folklore italiano sopravvivono ancora alcune zone in cui la bilocazione non è letta come prodigio né come potere, ma come presagio di morte. L’immagine del doppio che si materializza altrove porta con sé, in queste tradizioni, un significato funesto: vedere qualcuno dove non potrebbe essere equivale, in certa cultura popolare, a ricevere un annuncio silenzioso. La bilocazione si sovrappone qui alla figura del sosia premonitore, un’entità che compare per preparare chi resta all’imminente perdita. Anche questo è un modo di leggere il fenomeno: non come miracolo, ma come messaggero.
La parapsicologia e lo scetticismo scientifico

Nella classificazione parapsicologica, la bilocazione è associata a fenomeni come lo sdoppiamento, la proiezione astrale e il viaggio fuori dal corpo (OBE). Chi praticherebbe la bilocazione riferisce di poter sperimentare soggettivamente la sensazione di trovarsi contemporaneamente in due luoghi fisici distinti, tramite l’utilizzo dei corpi animici — come quello astrale, lo stesso a cui nello stato di sonno viene attribuita la capacità di muoversi nei sogni. Il fenomeno resta, in ogni caso, al di fuori di qualsiasi riconoscimento da parte della comunità scientifica e accademica.
L’investigatore americano scettico Joe Nickell ha scritto che non esistono prove scientifiche che la bilocazione sia un fenomeno reale: i casi provengono quasi esclusivamente da resoconti aneddotici non verificabili, e possono essere ricondotti all’autoillusione, all’inganno o all’illusione percettiva. La posizione è quella standard dello scetticismo metodologico applicato al paranormale, e ha una sua coerenza interna. Ciò che non risolve è la qualità di certi casi: testimonianze multiple e indipendenti, distanze geografiche incompatibili con qualsiasi spiegazione di somiglianza fisica, dettagli verificati a posteriori. Non bastano per concludere nulla, ma il caso rimane aperto.
Tra memoria e percezione: due episodi personali
Non voglio concludere questo articolo senza includere due episodi che mi riguardano direttamente, accaduti entrambi durante l’infanzia e rimasti con me nel tempo non perché abbiano una risposta, ma precisamente perché non ce l’hanno.
Il primo: vidi mio padre in piedi, visibile attraverso il finestrino di un autobus in transito, riconoscibile tra gli altri passeggeri mentre il mezzo percorreva la curva davanti a me. Era a casa, a dormire, come appresi subito dopo. Il secondo episodio fu più perturbante. Stavo giocando sul letto dei miei genitori; mia madre era accanto a me e guardava la televisione. Mi misi a testa in giù per guardare verso la porta d’ingresso e vidi mia nonna entrare — con il suo passo, la sua figura, inconfondibile. Mia nonna in quel momento si trovava a più di milleseicento chilometri di distanza. Allucinazioni? Bilocazioni? Non lo so. E questa mancanza di risposta mi sembra, a distanza di decenni, la cosa più onesta che possa dire.
Conclusioni
Ci sono fenomeni che si lasciano mettere in un cassetto e ci sono fenomeni che continuano a bussare. La bilocazione appartiene alla seconda categoria — non perché le prove siano schiaccianti, non lo sono, ma per quella capacità ostinata di riaffiorare attraverso epoche, culture e contesti radicalmente diversi: dai filosofi greci ai santi controriformisti, dai ricercatori psichici vittoriani alle testimonianze di persone comuni che non avevano nulla da guadagnare raccontando quello che raccontavano.

Il meccanismo psicologico regge per la maggior parte dei casi, e sarebbe disonesto non dirlo. Aspettativa, stati alterati di coscienza, memoria malleabile, bisogno di dare forma all’incomprensibile: sono spiegazioni legittime e applicabili a molte situazioni. Rimane però un margine che queste spiegazioni non coprono del tutto: i casi con testimoni multipli e indipendenti, le distanze incompatibili con qualsiasi ipotesi di somiglianza fisica, i dettagli verificati solo successivamente. Non bastano per concludere nulla di definitivo, ma nemmeno per chiudere la questione con un’alzata di spalle. La storia del pensiero è piena di fenomeni scartati troppo in fretta, e l’onestà intellettuale richiede di non ripetere lo stesso errore per ragioni di comodità categoriale.
Quello che mi sembra più produttivo, a questo punto, è rinunciare al ragionamento binario: reale o immaginario, vero o falso. Sono categorie che funzionano bene in laboratorio e molto meno quando si ha a che fare con esperienze al confine della percezione. La bilocazione appartiene alla seconda categoria. Le prove, prese singolarmente, reggono poco. Eppure la sua capacità di riaffiorare attraverso epoche, culture e contesti radicalmente diversi — dai filosofi greci ai santi controriformisti, dai ricercatori psichici vittoriani alle testimonianze di persone comuni che non avevano nulla da guadagnare — è difficile da ignorare.
La bilocazione racconta un desiderio, prima ancora che un fenomeno. Essere presenti dove il corpo non arriva, annullare la separazione, superare il limite fisico che ci inchioda a un solo punto nello spazio. I mistici che ne parlavano secoli fa stavano forse cercando di dare forma a qualcosa di profondamente umano — lo stesso impulso che spinge a cercare connessione oltre la distanza, presenza oltre l’assenza. Che il fenomeno sia reale o costruito, quel desiderio lo è certamente. E merita di essere preso sul serio almeno quanto i casi che non si spiegano.

