Atenodoro e il Fantasma

Per quanto i filologi classici cercano di evitare l’argomento, a me invece parlare dei fantasmi mi affascina parecchio. Al di là che esistano o meno, mi affascina pensare che è un argomento antichissimo e proprio per questo fra moltissimi fenomeni insoliti e credenze popolari, ho scelto di trattare solo questa tematica.

Esiste infatti una quantità elevata di materiale sul quale attingere e, con la scusa di leggere storie antiche sui fantasmi, si impara la storia dell’uomo. Troviamo i fantasmi sia nella tradizione letteraria, sia nella storia e nell’antropologia più antica. Ho già citato nell’articolo dedicato all’etimologia dei termini che identificano il fantasma, dello spettro di Cesare apparso a Marco Bruto. Ebbene, nonostante in quell’articolo avessi già citato la lettera di Plinio il Giovane scritta all’amico Sura, in questo articolo vorrei approfondirlo in previsione di un excursus nella storia del ghost hunting di cui mi sto occupando e che presto leggerete.

Perché la lettera di Plinio al Giovane? Semplicemente perché va al di là di quello che può essere semplice letteratura e folclore, avvicinandosi a quello che molti chiamano esperienza personale o, come la chiamo io, verità soggettiva.
E’ interessante capirne comunque gli aspetti, i retroscena, la richiesta di investigazione sull’accaduto e soprattutto l’analisi del materiale raccolto… che esso sia solamente un ricordo o un dato oggettivo.

La lettera che Plinio scrisse all’amico console Licinio Sura (circa 56 d.C. – circa 110 d.C.), studioso scientifico nonché sostenitore dell’imperatore Traiano, è uno dei documenti più importanti che testimonia una credenza che si estende all’Impero Romano.

Chi era Plinio il Giovane?

Plinio il Giovane

Plinio era un avvocato, nonché magistrato romano con la passione per la scrittura, vissuto fra il 61-62 e il 114 d.C. che in una delle sue importanti lettere scrive ad un amico “investigatore” di fatti insoliti che esamina con criterio scientifico (dell’epoca ovviamente) e racconta del filosofo Atenodoro che, presa una casa in affitto, sente la presenza di uno spettro fino a trovarselo di fronte. Una storia di casa infestata che Plinio cerca di raccontare in dettaglio per un particolare che lo ha fatto pensare: un fantasma che vuole essere seguito per mostrare al vivo il luogo dove giacciono le sue ossa in decomposizione con la richiesta di avere degna sepoltura. Sicuramente torna lo stereotipo del fantasma irrequieto che vaga senza pace perché non sepolto dignitosamente. Un racconto di fantasmi già visto nell’antico Egitto.

Un’antica casa infestata

La storia narrata da Plinio il Giovane racconta di Atenodoro, non un uomo qualunque, perché Plinio ci tiene a sottolineare che si tratta di un filosofo, quindi che la lettera, o meglio la storia, sia letta con una certa serietà.

Atenodoro arriva ad Atene, conosce già la fama sinistra della casa perché si informa dello strano basso prezzo di vendita, ma la prende in affitto comunque.
Da come viene descritta si tratta di una casa molto grande. Chiede un letto, probabilmente uno di quelli da lavoro che consentivano di stare ritti con la schiena e un tavolino sul quale poggiare la carta sulla quale scrivere, e che fosse posto nella parte anteriore della casa. Inoltre chiede una stilo per poter scrivere, delle tavolette e un lume per poter scrivere anche col calare del buio. Appena cala la notte, momento adatto per l’ispirazione, Atenodoro sta scrivendo nella sua stanza e nel silenzio sente un rumore di catene che si avvicina sempre di più, si sofferma ad ascoltare, cercando però di non dargli molto peso, mantenendo il classico distacco di uomo colto e impegnato e non certo di una persona poco razionale. Atenodoro quindi pensa sia frutto della sua immaginazione, quello che in latino chiamavano simulacrum, e continua nella sua scrittura.

Athenodorus and his ghost [Justice Henry Ford, 1900]

Nonostante però il protagonista cerca di non dare peso a quello che a tutta l’impressione di non essere una banale suggestione, il rumore arriva dinnanzi a lui e lo spettro cerca di attirare la sua attenzione agitando le catene. Atenodoro inizialmente cerca di non farsi sopraffare ma poi, con l’insistere dello spettro, gli concede attenzione. Lo guarda e si accorge che è la figura corrisponde alla descrizione che gli avevano fatto i testimoni di tale apparizione. Il fantasma che si trova di fronte è quello di un vecchio magro e smunto, con i capelli spettinati e una lunga barba. L’emaciato spettro ha mani e caviglie legate dalle catene con pesi che ne rallentano il passo. Atenodoro gli fa cenno di attendere e continua impavido e incurante a scrivere sulle tavolette. La figura spettarle alza le mani e le scuote fin sopra lo scrittoio per mostrare le catene.

Questo passo è importante perché Plinio vuole far capire che l’uomo non teme il sovrannaturale quale uomo di cultura e razionale, anzi la scrittura per Atenodoro è essenziale per non farsi sopraffare dalla paura in quanto sempre più convinto si tratti di un prodotto della mente.

Lo spettro però insiste così tanto che Atenodoro decide di ascoltarlo. L’entità gli chiede di seguirla e Atendoro, preso il lume, lo condurrà nel cortile fino ad un preciso punto e poi svanisce. Il filosofo cerca di segnare il punto esatto con delle foglie e il giorno seguente si reca dai magistrati chiedendo l’ordinanza di poter scavare in quel luogo. Una volta scavato trova, forse sena molto stupore, delle ossa in decomposizione e delle catene. Quindi Atenodoro decide di fargli avere degna sepoltura e libererà la dimora dalla presenza inquieta.

Nell’antichità i fantasmi non erano solo macabri e pericolosi, bensì anche sinonimo di saggezza capaci di indicare la giusta via ai vivi per non far commettere a loro degli errori. E’ il caso di questo spettro che, pur incalzando lo stereotipo del fantasma macabro e che incute timore, non appare come minaccia ma come un perseguitato in cerca di difficoltà. La sua giusta sepoltura non so ha dato pace allo spettro, ma ha praticamente disinfestato l’ambiente abitativo.

Quindi nella lettera a Sura, Plinio descrive l’attività intellettuale di Atenodoro che, con la razionalità tipica di un uomo colto, considera lo spirito come un prodotto della mente, riuscendo così a vincere la paura.

Probabile figura di Lucio Licinio Sura raffigurato in una colonna traiana mentre è con un generale

Quello che c’è da capire è che Sura, il destinatario della lettera, non era solamente un personaggio di spicco in ambiente politico e immischiato militarmente nell’Impero Romano, ma una persona molto colta con esperienze di viaggio e quindi di un bagaglio contenente saperi di terre lontane e straniere.

Non è la prima volta che Plinio si rivolge a Sura per conoscere il suo parere su questioni legate alla natura e alla scienza, ma questa volta l’argomento è particolare, perché trattasi di sovrannaturale. Ma il racconto di Atenodoro non è il solo a trattare di fantasmi, in quanto Plinio racconta, se pur accennandoli, di altri casi di apparizioni di fantasmi, o come è testualmente scritto nella lettera, di spectra (che in latino è il singolare di spectrum) che avvenivano anche in casa propria.

Il racconto di Plinio sembrerebbe una classica ghost story, ma non lo è. Si tratta di qualcosa di insolito nella letteratura classica. Parrebbe che questo racconto sia stato costruito su altri racconti letti o sentiti, quindi per la prima volta si scriveva ispirandosi a fatti “realmente accaduti”. Ecco, a proposito, quando nei trailer o nei titoli di testa in un film leggete “tratto da fatti realmente accaduti”, non significa che quello visto nel film racconti fedelmente fatti realmente accaduti, ma che si ispira a fenomeni che le persone raccontano e quindi non inventati dagli sceneggiatori ma trasposizioni di esperienze raccontate da molti. La storia di Atenodoro è importante perché è stata il precursore di un genere, non solo letterario e successivamente cinematografico, ma anche nei racconti di vicende che si possono leggere nelle esperienze personali su forum e gruppi social.

Lo schema diventa classico

C’è uno schema preciso: si lascia intendere la credibilità al fenomeno delle apparizioni di natura spettrale e spaventosa, effetti sonori inquietanti, dimora antica o abbandonata, protagonista che mantiene apparentemente self-control “fingendo” di non pensare subito al “paranormale” e infine spettro inquieto perché accaduto qualcosa che lo lega al luogo o lo tormenta.
Ebbene, questo racconto decreta l’inizio di un genere, di uno stereotipo che ancora oggi si ripete con più varianti, ma sempre basandosi su questo schema.

Questa che segue è la lettera di Plinio il Giovane scritta a Sura contenente il racconto di Atenodoro e il fantasma.

La lettera di Plinio a Sura

“Il tempo libero offre a me la possibilità di imparare e a te di insegnare. Pertanto vorrei proprio sapere se tu pensi che i fantasmi esistano e abbiano una forma propria e un qualche potere divino o se, inconsistenti e vani, prendano forma dalla nostra paura. Io sono indotto a credere che esistano soprattutto da un episodio che sento dire essere accaduto a Curzio Rufo. Ancora insignificante e sconosciuto si era aggregato come accompagnatore al governatore dell’Africa. Nel pomeriggio passeggiava in un portico; gli si presenta una figura di donna più grande e più bella di una donna vera.  A lui atterrito disse di essere l’Africa, messaggera di eventi futuri: egli infatti sarebbe andato a Roma, avrebbe rivestito importanti cariche, sarebbe anche ritornato nella medesima provincia con il sommo comando e lì sarebbe morto. Tutte le cose si sono avverate. Si narra inoltre che mentre si accostava a Cartagine e scendeva dalla nave, gli andò incontro sulla spiaggia la stessa figura. Egli, si sa di sicuro, colpito da malattia, presagendo il futuro dal passato e le avversità dalla fortuna, mentre nessuno dei suoi disperava della sua salvezza, rinunciò ad ogni speranza.

Quello che ora ti esporrò non è forse anche più terribile e non meno straordinario?”

Atenodoro e lo spettro

Uno scatto di una serie, in cui si utilizza la doppia esposizione. Epoca Vittoriana

“V’era ad Atene una casa ampia e spaziosa, ma maledetta e sinistra. Nel silenzio della notte si sentiva un rumore di ferraglia e, se si ascoltava con maggior attenzione, uno strepitio di catene dapprima più lontano, poi sempre più vicino: ecco che appariva un fantasma, un vecchio estenuato dalla magrezza e dall’aspetto trasandato, con la barba lunga e i capelli ispidi; portava ceppi ai piedi e catene alle mani e le scuoteva. Perciò gli abitanti trascorrevano nella veglia, per la paura, notti spaventose e terribili; all’insonnia seguiva la malattia e, col crescere della paura, la morte. Giacché anche di giorno, pur essendo il fantasma scomparso, sebbene la visione se ne fosse andata, il ricordo di quell’immagine vagava negli occhi e la paura durava più a lungo della causa della paura. La casa rimaneva dunque abbandonata e condannata alla solitudine e lasciata tutta a quell’entità terrificante; v’era tuttavia appeso un cartello per il caso che qualcuno, ignorando così il gran guaio, volesse acquistarla o affittarla. Capitò ad Atene il filosofo Atenodoro, che leggendo il cartello, e saputo del prezzo, nonché messo in sospetto dalla modicità, venne a conoscenza di tutto e nonostante ciò, anzi a cagione di ciò, prese in affitto la casa. Al calar della notte, ordinò che gli fosse preparato il letto nella parte della casa più vicina all’ingresso, chiese le tavolette, lo stilo, un lume, fece ritirare tutti i suoi nelle parti più interne della casa; egli stesso concentrò nello scrivere il pensiero, gli occhi, la mano, per evitare che la mente libera si immaginasse i fantasmi di cui aveva sentito parlare e vane paure. Dapprima, come ovunque, il silenzio della notte, poi cominciò un agitarsi di ferri, un muover di catene: quello non alzò gli occhi, non ripose la stilo, ma rafforzò il proprio coraggio e lo mise a guardia delle orecchie, crebbe lo strepitio, continuò ad avvicinarsi, e già sembrò di udirlo sulla soglia, oramai come già oltre la soglia. Egli si voltò, vide e riconobbe la figura di cui gli avevano parlato. E fu lì in piedi facendo segno con il dito come se lo chiamasse.

Costui (ovvero Atenodoro) di rimando gli fece cenno con la mano di aspettare un po’ e di nuovo si mise a scrivere sulle tavolette cerate. Quella (figura) intanto, mentre egli scriveva, fece risuonare nuovamente le catene sulla testa (di Atenodoro). Atenodoro si voltò di nuovo e vide che gli faceva lo stesso cenno di prima, e senza perdere tempo prese il lume e la seguì. Quella procedette a passo lento, come se fosse appesantita dalle catene. Dopo che ebbe deviato verso il cortile della casa, svanita all’improvviso, abbandonò di seguirla. Rimasto solo, raccolse delle erbe e delle foglie, le pose su quel luogo come segno (per ricordarsi). Il giorno seguente si recò dai magistrati e li ordinò di far scavare proprio in quel punto. Si trovarono delle ossa intrecciate con delle catene, un corpo in putrefazione a causa del tempo e dalla terra, (ossa) scarnificate e scavate dalle catene lasciate nude e corrose dai vincoli; raccolte, vennero seppellite a spese pubbliche. La casa da quel momento, dopo sepoltura secondo il rito quei resti mortali, fu liberata dal fantasma.”

Continua la lettera a Sura

Certo, io credo a queste vicende sulla base di coloro che le dichiarano; questo fatto invece posso dichiararlo io agli altri. 

Ho un liberto non privo di cultura. Con costui, nel medesimo letto, riposava il fratello minore. Quest’ultimo ebbe l’impressione di vedere un tale sedersi sul letto, avvicinare alla sua testa delle forbici, e addirittura tagliargli dei capelli proprio dalla sommità del capo. Appena fece giorno, egli stesso si ritrovò rasato intorno alla sommità della testa, e i capelli vennero trovati per terra. Trascorse un brevissimo lasso di tempo, e di nuovo un altro fatto analogo diede credibilità al precedente. Un giovane servo stava dormendo, insieme a parecchi altri, nella camerata. Arrivarono attraverso le finestre – così racconta lui – due tizi in tuniche bianche, lo rasarono mentre dormiva e poi se ne andarono per dove erano venuti. La luce del giorno mostrò anche costui rasato e i suoi capelli sparsi all’intorno. Non ne seguì nulla di significativo, se non forse il fatto che io non fui incriminato: e lo sarei stato, se Domiziano, sotto il quale accaddero questi fatti, fosse vissuto più a lungo. Infatti, nel suo archivio, fu trovata una denuncia contro di me presentatagli da Caro; e da questo si può congetturare che, siccome è usanza che gli imputati si lascino crescere la capigliatura, i capelli tagliati dei miei servi significassero che il pericolo che incombeva su di me era stato scongiurato.

Perciò ti prego che tu metta in campo tutte le tue conoscenze. La questione merita che tu la consideri a lungo e in modo approfondito e neppure io sono immeritevole di avere la possibilità di giovarmi della tua scienza. Anche se, come sei solito fare, discuterai avanzando gli argomenti che ognuna delle due tesi possiede, tuttavia trai da una delle due una conclusione più valida, per non lasciarmi titubante e incerto, dal momento che il motivo che mi ha spinto a consultarti è stato quello di poter smettere di dubitare. Stammi bene”


In copertina un’immagine rappresentativa dell’epoca Vittoriana (circa 1900)

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